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18 agosto 2024

Sliding doors

Arriverà il giorno in cui una persona saggia e potente deciderà che l’overthinking deve essere considerato uno sport olimpico e io, quel giorno, sarò lì a battere cassa per avere tutte le medaglie che mi spettano e diventare il Michael Phelps di questa disciplina.

L’ultima mia impresa? Una riflessione sulla creazione.

Lasciamo stare il tema del chi ci ha creato (Dio, il Caso, Peppino di Capri): è una questione troppo complessa che porta con sé implicazioni religiose e scientifiche di difficile gestione. 
Il dove è una variabile interessante: immagino una scena da film in cui c’è un mappamondo che gira e qualcuno bendato che punta il dito a casaccio per stabilire dove vedremo la luce per la prima volta. Che sia a Manhattan, in Botswana o a Codroipo (paese che porta con sé una maledizione per gli anagrammi) non importa a nessuno: quello è stato scelto e quello ci tocca. Il luogo di nascita ci influenza: essere più vicini ai centri di potere, ai luoghi da cui parte tutto può renderci la vita più semplice. Certo, qualora siamo nati altrove, nessuno ci vieta di spostarci, ma dovremo sempre considerare che a questo si accompagnerà un senso di sradicamento, di nomadismo, velato di un senso di colpa difficilmente eliminabile.
Pensiamo al come, piuttosto: usando una terminologia da informatici, noi abbiamo un hardware e un software: il primo è il nostro corpo, il secondo la nostra mente.

Quando si assembla un qualunque oggetto, ci possono essere difetti di fabbrica e così anche nell’uomo. Comincio io: ho occhi da vecchio, spalle strette e fianchi larghi, disposizione tricotica piuttosto bislacca. Niente di invalidante, per carità, ma comunque piccole cose con cui fare i conti e che devi imparare ad accettare.
Più interessante il software: tutti abbiamo un file del tipo sopravvivenza.exe dopodiché il resto della programmazione dipende dall’ambiente in cui viviamo e, solo in un secondo momento, da noi.
Nascere in un dato ambiente culturale o sociale, nascere ricchi o poveri, nascere sotto le bombe o nella bambagia fa la differenza; essere circondati di persone e di affetto, avere a disposizione tanti libri o non averne nessuno, avere una strada già segnata da seguire, dover lavorare per sopravvivere o poter contare sui soldi di mamma e papà fa la differenza. Su tutto questo non abbiamo alcun potere: con un termine altamente scientifico, l’insieme delle condizioni che determinano il nostro punto di partenza si può definire culo.
A questo punto entriamo in gioco noi.
Con una sorta di effetto farfalla ogni azione che abbiamo compiuto, ogni scelta che abbiamo fatto, ogni parola che abbiamo scelto di pronunciare o di tacere ha condizionato il nostro futuro: se, ad esempio, nel 1986 avessi condiviso la merenda con il mio compagno di banco, ora potrei essere multimiliardario; se avessi detto a quella persona ciò che pensavo veramente, ora la mia vita sarebbe altrove o magari non esisterei più.
Ovviamente, quando agiamo, è impossibile immaginare tutte le conseguenze a lungo termine delle nostre azioni: scegliamo ciò che ci sembra migliore in quel momento ignorando dove ci porterà l’azione compiuta.
Va anche detto che la nostra possibilità di scelta non è infinita e siamo messi, talvolta, di fronte a muri invalicabili che condizionano inevitabilmente la nostra vita: quando si dice che impegnandosi si può ottenere qualunque cosa si voglia, in realtà si mente perché non si tiene conto delle condizioni di partenza o, comunque, di quelle che esulano dalle nostre possibilità. Machiavellianamente, si può avere tutta la virtù che si vuole, ma se manca la fortuna le nostre capacità, pur eccezionali, sono destinate a rimanere inespresse.
Penso a Sliding doors,  un film che ha segnato la mia generazione e mi soffermo a riflettere su quante volte, dopo aver metaforicamente preso o perso un treno, ho pensato a cosa sarebbe successo se avessi fatto la scelta opposta. Si entra in un labirinto in cui non c'è Arianna che tenga. L'unico filo che salva è la convinzione di fare la cosa giusta (dove giusto non è inteso in senso morale, quanto piuttosto nel senso di giusto per noi in quel momento) e il pensiero che guardare la vita degli altri e paragonarla alla propria ha poco senso perché ognuno vive in condizioni proprie, fa scelte che altri sono precluse, si perde in un ginepraio che, spesso, è solo il proprio. 

Caparezza, La scelta


14 luglio 2024

La foto sulla lapide

"... ma cambiamo decisamente argomento. È scomparso ormai da giorni, senza dare più alcuna notizia di sé, un docente di Empoli. La parola al nostro inviato nella cittadina toscana".
Immagino così l'inizio di un servizio al tg sulla mia scomparsa. No, mamma: non ho alcuna intenzione di scomparire e di fare la fine di Mattia Pascal (almeno a qualcosa serve aver letto libri: impari che se decidi di scomparire e poi cambi idea, ciò che resta di te è il nome su una lapide che non contiene neppure le tue spoglie).
Immagino così, dicevo, l'inizio di un servizio al tg sulla mia scomparsa, corredato da una foto preso dai social: la prima cosa che ho fatto è stata andare a spulciare le foto che ho caricato nel corso degli anni per capire quale sceglierebbero. Amando pochissimo l’obiettivo, farebbero fatica a trovare uno scatto adatto a diventare il mio volto pubblico.
Penso poi ai casi di cronaca degli ultimi anni: associamo i protagonisti a determinate immagini, spesso desunte dai social. Efferati assassini che ci sorridono ammiccanti con un bicchiere in mano, donne vittime di femminicidio abbracciate strette al loro futuro assassino.

Ho poi scorso i miei post, cercando di immaginare l'idea che si farebbero di me persone che non mi conoscono: uno schizofrenico che passa senza soluzione di continuità dalla letteratura al trash, da sovrumane boiate a profondissime riflessioni e forse non sarebbero tanto lontani dalla realtà.
Morale della favola: non posso scomparire. Non ho niente di adatto per Chi l’ha visto.

Tramite i social cerchiamo di veicolare un immagine di noi che corrisponde non tanto a ciò che vorremmo essere ma a ciò che riteniamo socialmente più accettabile: siamo felici, abbiamo famiglie felici, siamo sportivi, donatori di sangue, frequentiamo concerti, mangiamo cibo impiattato magnificamente, siamo discretamente fighi (nei limiti imposti dai nostri mezzi e dai filtri di Instagram), prendiamo facilmente posizione su questioni che magari non conosciamo abbastanza.
Chiaramente non è la verità, o meglio è solo una parte della verità, quella più degna di essere diffusa. Il problema sorge nel momento in cui non si è più in grado di distinguere la realtà dalla narrazione della realtà: ci si sente infelici perché la propria vita è diversa da quella raccontata dagli altri e ciò fa nascere il desiderio di emulazione che porta a riproporre - talvolta con risultati al limite del grottesco - situazioni vissute da altri solo perché la loro felicità percepita li ha resi invidiabili ai nostri occhi. Anche noi, in fondo, vogliamo condividere la nostra felicità o meno poeticamente essere a nostra volta oggetto di invidia e questo crea un mondo di plastica fatto di persone perfette in cui, sorridenti come manichini della Rinascente, facciamo tutti le stesse cose e non c’è spazio per la quotidianità, la noia, la tristezza. 

Questo mi ricorda una delle innumerevoli mie fissazioni, indotta dal mio professore di Letteratura latina all’Università, l’indimenticabile prof. Cipriani: le iscrizioni sulle lapidi.
Andando al cimitero, mi perdevo nel guardare le parole scritte per ricordare le qualità della persona defunta. L’immagine che emerge è, inevitabilmente, quella secondo cui sono sempre i migliori quelli che se ne vanno: ovviamente, non è carino scrivere sulla tomba padre ignobile, madre anaffettiva, amico infedele, però è straniante scoprire che tutti i defunti erano ottime persone, tutte con qualità al grado superlativo, modelli insuperabili di comportamento. 
(Piccola parentesi da antichista perché ogni tanto ho bisogno di ricordarmi da dove vengo: nel mondo romano, le donne contavano come il due di coppe quando la briscola è bastoni o, se preferite, come il Parlamento italiano in questi ultimi anni. Nonostante questo, da morte diventavano tutte perfette pie, caste, custodi della casa, perfette filatrici. Perché questo? Perché ciò voleva dire che i maschi di casa - prima il padre, poi il marito -  erano riusciti a domare questo essere indomabile, dalla sessualità esplosiva, irrazionale e inutilmente emotiva. Lodare le donne, quindi, era un modo per gli uomini di darsi una pacca sulla spalla e dire a tutti "ehi, ho fatto davvero un ottimo lavoro"). 
Notevole anche la scelta della foto da mettere sulla lapide: le persone sono sorridenti, in salute, felici perché è giusto che vivano così nella nostra memoria. A questo proposito, ricorderò sempre la faccia di mia nonna - donna coriacea dalla invidiabile che capacità di sopportazione che mi ha lasciato in eredità l’approccio disincantato alla vita - quando venne a sapere che il fotografo che doveva immortalare i momenti più belli del matrimonio di mia sorella voleva approfittare per farle una foto in quel giorno in cui era elegante, sorridente, ben pettinata perché non si sa mai.

Usciamo dal cimitero  - fortunatamente con le nostre gambe - e torniamo a noi.
È assolutamente umano scegliere quale immagine dare di sé, si è sempre fatto e sempre si farà. Il problema nasce quando si elimina coscientemente il brutto dalla nostra vita pubblica sperando che, grazie a questo, possa crescere la stima nei nostri confronti.
Riserviamo uno spazio, magari aperto a poche e selezionate persone, in cui tenere le foto brutte, i nostri insuccessi, le scelte e le azioni di cui non andiamo orgogliosi, ma anche la noia, le difficoltà quotidiane, l’apatia per ricordarci che siamo fatti anche di quello, che l’immagine che noi diamo è solo un’ombra e che un’ombra non può esistere se manca un corpo.


Niccolò Fabi, Rosso

09 giugno 2024

Dare e avere

Arrivando al Vittoriale degli Italiani, la sontuosa villa che si trova a Gardone Riviera, nella quale Gabriele D'Annunzio passò gli ultimi anni della propria vita, la prima scritta che colpisce il visitatore è questa: "Io ho quel che ho donato".
"Io ho quel che ho donato". Per molto tempo l'ho considerata una di quelle frasi ad effetto che tanto piacevano all'influencer pescarese, quello che ha inventato nomi come tramezzino, Rinascente, vigili del fuoco, quello fotografato nudo sulla spiaggia (e ogni volta studentesse e studenti strizzano gli occhi per cercare di capire quanto fosse fornito della virtù meno apparente / di tutte le virtù la più indecente), quello della leggenda metropolitana sulle costole mancanti.
Poi, come talvolta succede, capita che alcune parole che fino a quel momento erano puro suono, si caricano di un significato diverso e assumono un senso.

Quando penso a dare e avere mi si parano davanti due scenari agli antipodi.

Da una parte vedo davanti a me un foglio a quadretti, diviso in due colonne sulle cui sommità campeggiano queste due parole e poi numeri, numeri e ancora numeri, da una parte scritti in rosso e preceduti dal segno meno, dall'altra scritti in verde e preceduti dal segno più.
Non ho mai studiato economia e il pensiero che anche solo per un attimo, quando ero chiamato a scegliere la scuola superiore, io abbia pensato che avrei potuto iscrivermi alla ragioneria per pura questione di pigrizia dato che l'istituto si trovava praticamente sotto casa mia, mi devasta.
Non ho mai studiato economia, dicevo, ma così immagino i bilanci: far tornare i conti, non dare mai più di quanto si riceve per non andare in bancarotta.

Dall'altra parte sento la Giulietta shakespeariana che dice the more I give to thee / the more I have, che Salvatore Quasimodo traduce con "più a te ne concedo [di amore], più ne possiedo".
Un'idea di dare ed avere, quindi, sostanzialmente diversa: più io do, più possiedo: fin troppo palese che se l'amministratore di un'azienda ragionasse così, verrebbe licenziato in tronco dopo quattordici secondi netti.

Noi, però, non siamo aziende e il nostro funzionamento è diverso. O meglio, non dovremmo essere aziende e il nostro funzionamento dovrebbe essere diverso.
La mia speranza è di essere sempre altro rispetto a quelli che benpensano a cui Frankie Hi-Nrg MC oltre 25 anni fa dedicava questi versi:

Sono intorno a noi, in mezzo a noi
In molti casi siamo noi a far promesse
Senza mantenerle mai se non per calcolo
Il fine è solo l'utile, il mezzo ogni possibile
La posta in gioco è massima, l'imperativo è vincere
E non far partecipare nessun altro
Nella logica del gioco la sola regola è esser scaltro
Niente scrupoli o rispetto verso i propri simili
Perché gli ultimi saranno gli ultimi se i primi sono irraggiungibili

Quando arriva la fine della scuola, il proprio compleanno, la fine dell'anno si sente sempre la necessità di fare bilanci. Quanto ho dato? Quanto ho ricevuto? Sono in bancarotta emotiva?

Provo a ragionare in maniera diversa, lasciando spazio alla gratitudine per ciò che ho ricevuto da chi mi circonda. 

Penso a chi c'è sempre, pronto a sostenermi e a incoraggiarmi, a ridere con me e a condividere le mie innumerevoli paranoie.
Penso alle poche persone che posso considerare amiche (di conoscenti ce ne sono in abbondanza), la cui presenza si sente anche quando non ci si vede per mesi.
Penso a chi mi fa sentire la sua fiducia.
Penso a chi mi regala sorrisi e gentilezza.
Penso a chi, vedendomi con le spalle curve sotto il peso di un fardello troppo pesante, ha deposto il proprio e mi ha aiutato a togliere il troppo e 'l vano dal mio.
Penso alla mia ex studentessa  - con cui ho litigato per cinque anni - che viene a scuola per portarmi una copia della sua tesi su Calvino, nei cui ringraziamenti ha trovato un posto per me.
Penso alle persone con cui scambio messaggi chilometrici, vocali che assumono le sembianze di podcast, persone che pensavo distanti anni luce da me e che invece sono vicinissime.
Penso ai pranzi fatti a scuola, alle risate fino a star male, ai linguaggi in codice per non farsi capire, ma anche ai discorsi seri, profondi, quelli che ti scavano dentro. Questi scavi sono più leggeri se trovi accanto a te, negli abissi, qualcuno che ti tenga una luce e provi a cercare con te una strada.
Penso anche alle persone che compaiono, scompaiono e ricompaiono nella vita.
Penso alle persone che vorrei abbracciare e che abbraccio appena posso per trasformare in vicinanza fisica la vicinanza spirituale.
Penso a chi mi ritiene antipatico, egocentrico, supponente e - fortunatamente - mi tiene a distanza da sé.
Penso a chi mi ha scritto queste parole: "Per favore, prof, si dia due o anche tre pacche sulla spalla perché ha fatto un ottimo lavoro sia a livello scolastico che non. Spero sia fiero di ciò, perché io lo sono"

Penso a tutto questo e mi chiedo cosa abbia fatto per meritarmelo.
Realizzo, poi, che i comportamenti degli altri sono - non sempre, purtroppo o per fortuna - uno specchio del nostro comportamento; ribalto, quindi, il punto di vista e penso che potrei essere io per gli altri quello che gli altri sono per me.
Dare e avere diventano, quindi, non le voci di un bilancio da far tornare per evitare la chiusura dell'azienda ma le due metà di un cerchio così perfetto da far invidia anche a Giotto.

Frankie Hi-Nrg MC, Quelli che benpensano


02 giugno 2024

Precipitarsi

È l'ora del tramonto, l'ora che le città vengono prese dall'ispirazione e chi non è cieco ne resta travolto.
Marta, 19 anni e tutta la vita davanti, si affaccia dalla sommità di un grattacielo di oltre cinquecento piani per vedere la città risplendere nella sera.

Il grattacielo era d'argento, supremo e felice in quella sera bellissima e pura, mentre il vento stirava sottili filamenti di nubi, qua e là, sullo sfondo di un azzurro assolutamente incredibile [...].
Dall’aereo culmine la ragazza vedeva le strade e le masse dei palazzi contorcersi nel lungo spasimo del tramonto e là dove il bianco delle case finiva, cominciava il blu del mare che visto dall’ alto sembrava in salita. E siccome dall’oriente avanzavano i velari della notte, la città divenne un dolce abisso brulicante di luci; che palpitava. C’erano dentro gli uomini potenti e le donne ancora di più, le pellicce e i violini, le macchine smaltate d’onice, le insegne fosforescenti dei tabarins, gli androni delle spente regge, le fontane, i diamanti, gli antichi giardini taciturni, le feste, i desideri, gli amori e, sopra tutto, quello struggente incantesimo della sera per cui si fantastica di grandezza e di gloria. Queste cose vedendo, Marta si sporse perdutamente oltre la balaustra e si lasciò andare. Le parve di librarsi nell’aria, ma precipitava.

È questo l'incipit di Ragazza che precipita di Dino Buzzati (ancora tu? Ma non dovevamo vederci più?) che affronta, nel consueto stile dell'autore bellunese, un tema sempre attuale: la fretta di diventare adulti. (Qui si trova l'intero racconto)

Marta diventa oggetto di sguardi, di inviti durante il suo lunghissimo precipitare, si sente bella nonostante indossi un abito modesto; pian piano che passa il tempo, mentre aspetta di arrivare ad una festa che la attende, si accorge di non essere più sola - vede altre ragazze più avvenenti di lei che stanno precipitando più velocemente di lei - e di non essere più al centro dell'attenzione.
È notte ormai, la città dorme e lei continua a precipitare nel buio.
È ormai giorno: l'ultimo sguardo viene rivolto a lei, ormai anziana e cadente (giocare con le parole è una delle grandi arti di Buzzati) da una coppia che la guarda disinteressata mentre beve il primo caffè del mattino. Sono le nove meno un quarto, precisa Buzzati. 
Tocca il suolo, Marta, ma non si sente neanche il tonfo. È la forza di gravità che la richiama, quella a cui niente e nessuno può opporsi, quella che ci fa aderire a terra, dandoci così un senso di stabilità, quella stessa forza che, però, ci impedisce di librarci in volo.

Marta precipita dal grattacielo per precipitarsi ad una festa che la attende: il richiamo leopardiano è molto evidente. Marta è Silvia, entrambe al limitare di gioventù, entrambe aspettano una festa - quella citata anche in La sera del dì di festa e nel famosissimo Il sabato del villaggio - alle quali nessuna delle due arriverà, entrambe vedono la loro illusione infrangersi di fronte all'apparir del vero.
Certo, Silvia muore per una malattia, per cui non ha alcuna responsabilità sul suo destino, mentre l'atto di Marta è volontario, ma il suo gesto è tipico di quando si è giovani e trovo interessante che Leopardi, nello Zibaldone, parlando di questo, si esprima così:

Il piacere (si può dir con perfettissima verità) non vien mai se non inaspettato; e colà dove noi non lo cercavamo, non che lo sperassimo. Per questo nel bollore della gioventù, quando l'uomo si precipita col desiderio e colla speranza dietro al piacere, ei non prova che spaventevole e tormentoso disgusto e noia nelle più dilettevoli cose della vita. (30 marzo 1827)

Ciò che spinge Marta a buttarsi, dunque, è il desiderio del piacere.
I ragazzi hanno fretta di crescere perché cercano qualcosa che poi, in fondo, è inafferrabile, è come l'orizzonte che si sposta sempre un po' più in là ad ogni passo che facciamo verso di lui.
Alle volte - scrive Calvino nel suo romanzo Il visconte dimezzato  - uno si crede incompleto ed è soltanto giovane, ma il senso di incompletezza - credo - appartiene all'essere umano in quanto tale, perché viviamo in una sorta di asincronia esistenziale: siamo sempre fuori tempo, siamo bambini e vorremmo essere adulti, siamo adulti e vorremmo essere giovani, siamo anziani e vorremmo tornare indietro nel tempo.

Ho parlato di Ragazza che precipita con le mie ragazze e i miei ragazzi e dalla discussione è emerso un dato sociologicamente interessante: i quindicenni non vogliono diventare grandi, vogliono tornare bambini, al momento della loro vita in cui non avevano responsabilità, in cui erano spensierati e si sentivano protetti dalla loro famiglia. 
Non si proiettano verso il futuro quanto piuttosto verso il passato. Ma perché? 
Perché ciò che verrà fa paura, perché l'idea di confrontarsi con un mondo del lavoro incerto e in rapidissima evoluzione non è stimolante, perché la loro piccola autonomia l'hanno già raggiunta e non la baratterebbero con una maggiore che porterebbe con sé tanti altri pensieri ("ma profe, io non voglio pensare al mutuo, alle tasse da pagare, a dover cucinare"). Di fronte a questa incertezza, è più rassicurante una sorta di utopia regressiva che li porti indietro, in un mondo dai confini limitati e dalle limitate responsabilità.

Siamo destinati, quindi, ad essere perennemente insoddisfatti? Siamo dei perenni wannabe qualcos'altro? Forse no, ed è ancora la letteratura a darci una risposta.
Cesare Pavese, nel suo romanzo La bella estate, scrive:

Ma viene un momento, certe volte, che uno ha paura del tempo che passa, e non sa più se val la pena correre tanto.

Percepire il passaggio del tempo e smettere di correre, non precipitarsi, non cercare altro, emanciparsi dall'incubo delle passioni, come dice Battiato, che sono ciò che ci rende vivi, ma anche - etimologicamente - ciò che genera in noi il pathos, la sofferenza.
Qual è quindi, forse, la vera felicità dell'uomo?
È quella di raggiungere il porto, come scrive Primo Levi nella poesia L'approdo.

Felice l'uomo che ha raggiunto il porto,
che lascia dietro di sé mari e tempeste,
i cui sogni sono morti o mai nati,
e siede a bere all'osteria di Brema,
presso al camino, ed ha buona pace.

Felice l'uomo come una fiamma spenta,
felice l'uomo come sabbia d'estuario,
che ha deposto il carico e si è tersa la fronte,
e riposa al margine del cammino.

Non teme né spera né aspetta,
ma guarda fisso il sole che tramonta.


Bruce Springsteen, The river

05 maggio 2024

La fisica e l'ineluttabilità del destino

Non chiedetemi perché, ma una delle due cose di fisica che mi è rimasta inspiegabilmente nella memoria è l'effetto Doppler, quello che fa sì che, quando sentiamo un'ambulanza allontanarsi, noi percepiamo un cambiamento del suono. Non chiedetemi il perché neanche di questo.
Mi è venuto in mente l'altro giorno quando stavo scappando dall'aula dopo aver raccolto tutte le mie cianfrusaglie sulla cattedra: scappavo perché sono sempre in ritardo come il Bianconiglio e non ero pronto a subire lo sguardo di riprovazione della collega dell'ora seguente che, per non perdere secondi preziosi, inizia a far lezione già nel tragitto che la conduce dalla porta alla cattedra.
Mentre fuggivo, ho sentito S. che dice qualcosa di cui colgo solo il finale "...etico".
Non posso non tornare indietro, anche se intravedo che dalle scale si sta avvicinando minacciosa la criniera corvina della collega Medusa, pronta a pietrificarmi con il suo sguardo: pur non essendo Perseo, torno indietro e chiedo ad S. cosa abbia detto e lei me lo ripete: "È stato poetico". E io mi allontano felice, salutando con un sorrisone Medusa, ma nel dubbio evitandone lo sguardo ché non si sa mai.

Può essere poetica una interrogazione di italiano?
Ma soprattutto può uscire una frase come questa dalla bocca di S.? Non so come sia possibile, ma lei, pur essendo alta, dà sempre la sensazione di guardarti dal basso, con quegli occhi scuri che sembrano scusarsi perché non si sente mai abbastanza.
Non me lo aspettavo da S., studentessa in difficoltà che, nel corso delle ultime settimane, sta attraversando le quattro stagioni degli studenti  (non me ne frega niente - non capisco niente - forse ho capito - ce la posso fare) passando in un modo repentino e inaspettato dall'una all'altra come il meteo nelle scorse giornate.
Una interrogazione di italiano può essere poetica se l'oggetto dell'interrogazione è uno dei racconti più famosi di uno dei miei autori-feticcio, ovvero Dino Buzzati.

Era il 1937 quando viene pubblicato per la prima volta sulla rivista La lettura il racconto Sette piani (che vi consiglio di leggere  - o rileggere - qui).
In queste pagine si racconta la storia di Giuseppe Corte che si reca in un ospedale, noto perché cura esclusivamente la malattia di cui lui è affetto in forma lievissima.

Quando lo scorse da lontano – e lo riconobbe per averne già visto la fotografia in una circolare pubblicitaria Giuseppe Corte ebbe un’ottima impressione. Il bianco edificio a sette piani era solcato da regolari rientranze che gli davano una fisionomia vaga d’albergo. Tutt’attorno era una cinta di alti alberi.

Sembra bello, il sanatorio, che, inoltre, ha una strana caratteristica che Giuseppe viene a scoprire parlando con le persone che sono lì.

I malati erano distribuiti piano per piano a seconda della gravità. Il settimo, cioè l’ultimo, era per le forme leggerissime. Il sesto era destinato ai malati non gravi ma neppure da trascurare. Al quinto si curavano già affezioni serie e così di seguito, di piano in piano. Al secondo erano i malati gravissimi. Al primo quelli per cui era inutile sperare.
Questo singolare sistema, oltre a sveltire grandemente il servizio, impediva che un malato leggero potesse venir turbato dalla vicinanza di un collega in agonia, e garantiva in ogni piano un’atmosfera omogenea. D’altra parte la cura poteva venir così graduata in modo perfetto.
Ne derivava che gli ammalati erano divisi in sette progressive caste. Ogni piano era come un piccolo mondo a sé, con le sue particolari regole, con le sue speciali tradizioni. E siccome ogni settore era affidato a un medico diverso, si erano formate, sia pure minime, ma precise differenze nei metodi di cura, nonostante il direttore generale avesse impresso all’istituto un unico fondamentale indirizzo.

Corte viene inizialmente messo al settimo piano in quanto le sue condizioni di salute non destano alcuna preoccupazione, salvo poi trovarsi, dopo poche settimane, per una serie di coincidenze sfortunate quanto inevitabili, a scendere sempre di più fino al finale che tutti i lettori si attendono ma nessuno accetta:

Sei piani, sei terribili muraglie, sia pure per un errore formale, sovrastavano adesso Giuseppe Corte con implacabile peso. In quanti anni, sì, bisognava pensare proprio ad anni, in quanti anni egli sarebbe riuscito a risalire fino all’orlo di quel precipizio?
Ma come mai la stanza si faceva improvvisamente così buia? Era pur sempre pomeriggio pieno. Con uno sforzo supremo Giuseppe Corte, che si sentiva paralizzato da uno strano torpore, guardò l’orologio, sul comodino, di fianco al letto. Erano le tre e mezzo. Voltò il capo dall’altra parte, e vide che le persiane scorrevoli, obbedienti a un misterioso comando, scendevano lentamente, chiudendo il passo alla luce.

Con la classe ci siamo interrogati sul senso di questo racconto ed è stato bello sentire quindicenni dialogare con un testo che di anni ne ha ormai 87 ma che sembra perfettamente in grado di parlare con loro.
Abbiamo parlato della struttura dell'ospedale, che a qualcuno ha ricordato la struttura dell'Inferno dantesco (ormai lo sanno tutti: almeno una volta per ogni lezione, Dante va citato) e di quanto siano importanti i particolari, soprattutto il fatto che il percorso si configuri come una discesa e non come una salita. Raccontare un passaggio dal primo al settimo piano avrebbe avuto tutto un altro sapore e questo ci ha portato a riflettere su quanto siamo inconsciamente condizionati e condizionabili dai luoghi comuni e da meccanismi di pensiero, per cui al concetto di discesa associamo qualcosa di negativo.
Ci siamo interrogati sul significato allegorico del testo: cosa ci vuole raccontare realmente Buzzati? Cosa rappresenta l'ospedale? È stato un momento di confronto anche emozionante perché S., un'altra S., che ha avuto un lutto molto grave in famiglia, quasi con le lacrime agli occhi ha detto che forse i medici hanno detto una bugia a Corte, non avendo il coraggio di dirgli che le sue condizioni non erano così buone come gli avevano fatto credere collocandolo nel settimo piano dell'ospedale. I medici - continua S. - dovrebbero essere in grado di dire la verità. 
A quel punto distolgo lo sguardo dai suoi occhi che stanno diventando acquosi e sfodero la seconda mia conoscenza di fisica: il moto su un piano inclinato. Tocca a me raccontare il mio punto di vista.
L'ospedale - apparentemente bellissimo ma in realtà sottilmente disturbante fin dall'inizio - è una metafora della nostra vita: tutti siamo destinati alla morte, inizialmente la guardiamo da lontano e crediamo di poterla evitare, ma il tempo passa inesorabile e, come una pallina su un piano inclinato, non possiamo fermare la nostra corsa. Talvolta abbiamo la sensazione di essere di fronte a bivi risolutivi, qualcosa che ci permetta di tornare indietro e nutriamo la speranza che questo sia possibile, ma fisicamente non lo è e continuiamo la nostra folle corsa che, per caso e per necessità, ci porta più o meno velocemente al primo piano, dove le serrande scorrevoli chiudono il passo alla luce.

È stato poetico? Forse sì.
Ho capito ancora una volta che posso preparare ogni minimo dettaglio di lezioni del genere, organizzare tempi e modi, preparare slides, ma niente, e dico niente, è potente quanto pensare ad alta voce con ragazze e ragazzi, ascoltare ciò che hanno da dire su temi che, spesso sbagliando, non sono ritenuti alla loro portata, ma soprattutto essere disposti a condividere con loro le mie sensazioni di lettura che, nella maggior parte delle volte, saranno diverse da quelle che ho avuto tutte le altre volte che ho letto lo stesso testo, da solo alla mia scrivania o in altre aule, in altri anni, in altre città. 

E mentre fuggo nel corridoio, penso sia valsa la pena rischiare la pietrificazione.

Angelo Branduardi, Ballo in Fa Diesis minore



07 aprile 2024

Sopravvissuto

Ci sono cose a cui bisogna dire no senza accettare alcun compromesso: il razzismo, il gender gap, la disonestà, il parmigiano sulla pasta col tonno, "Uomini e donne".
Io, lo confesso, ieri ho ceduto ad una di queste cose da rifiutare, facendomi abbagliare da una lusinga a cui era per me impossibile sottrarsi: "andiamo a cena al mare se prima mi accompagni all'Ikea".
Una cena al mare val bene una visita in quell'inferno giallo blu che vende cose dal nome impronunciabile.

Penso che sia una follia andare all'Ikea,
c'è sempre una gran confusione anche di sabato sera.
E poi lo sai mi fa tristezza vedere la gente
che sogna di comprarsi tutto e si accontenta di niente.

Brunori ha capito tutto e io spero che la mia playlist su Spotify mi proponga esattamente questo brano in modo da far arrivare al destinatario un messaggio subliminale (che poi non è subliminale neanche un po'). E invece neanche Spotify mi dà soddisfazione. Confido nel traffico, in un meteorite, in un caso di intossicazione da pølpëttê che mi costringa a tornare indietro, ma niente. Tutto va per il verso giusto: tocca soffrire in silenzio fino alla maestosa enclave svedese. 

Salgo le scale con l'entusiasmo di un condannato nel braccio della morte: arrivo persino a percepire un clang clang di catene come sottofondo dei miei passi mentre vedo gente che rimane affascinata da un prodotto che si chiama åkēkätzøsęrvæ e mi viene in mente una similitudine manzoniana

queste immagini cagionarono [...] quel movimento, quel brulichio che produrrebbe un gran paniere di fiori appena colti, messo davanti ad un alveare.

La gente ronza attorno agli oggetti come api attorno ai fiori e io vorrei per un attimo essere un soggetto allergico alle punture: mi sfiora anche l'idea di imboscarmi nello Småland e darmi eroicamente la morte nel mare di palline colorate, ma poi desisto, temendo di dovermi poi montare la bara in cui sarà deposta la mia salma.

Per distogliere lo sguardo da Billy, Kallax e altri oggetti sulla cui effettiva utilità sono stati fatti studi rispetto ai quali gli studi sulla questione omerica sono roba da principianti, mi soffermo a guardare le persone, immagino le loro vite, i loro desideri e le turbe psichiatriche che li hanno portati a trascorrere qui con me un pomeriggio di sole. Colpiscono in particolare la mia fantasia tre soggetti:
  • il temerario: già indossare una felpa gialla indica, in generale, un certo livello di sprezzo del pericolo. Se poi la indossi all'ikea, dove ad indossarla sono i commessi, allora bisogna solo ammettere di avere delle tendenze masochistiche che portano a provare un brivido di piacere quando si è inseguiti dal cliente che vuole sapere in quale settore trova quell'oggetto indispensabile che risponde al nome di nönšærveåniêntē
  • i commessi: da loro bisogna imparare l'arte del dissimulare. Perennemente impegnati a fare altro, non sono mai loro gli addetti del reparto ma danno indicazioni vaghissime per far capire ai clienti chi sia la persona giusta a cui chiedere informazioni. Vorrebbero palesemente essere altrove. Vi capisco, bro. 
  • l'arredatore di interni: cerca il mobile che sia lungo esattamente 47,65 cm per incastrarlo in quell'angolo della sua casa che non può per nessuna ragione rimanere vuoto. Mentre fa una attenta disamina di tutte le migliorie che si potrebbero apportare al proprio appartamento, valutando costi e benefici, ipotizzando spostamenti di mobili e abbattimento di pareti, la famiglia - giustamente - lo abbandona e lo lascia a parlare da solo.
Prosegue il mio cammino inesorabile: inizio a vedere la luce in fondo al tunnel tra fodere di cuscini belle come un cinepanettone degli anni '90 e piante finte adatte a chi ha un finto pollice verde.
L'ultimo tratto è l'unico in cui mi diverto: il magazzino, quello in cui ci sono scaffali altissimi e corsie larghe lungo le quali sfrecciare usando il carrello come un monopattino.
Poi, improvvisamente, ricordo che forse, da qualche parte, mi è rimasto ancora un briciolo di dignità da conservare.
Sfreccio attraverso le patatine ricavate dagli scarti della lavorazione dei mobili e i miei occhi rivedono finalmente la luce.
Sono sopravvissuto, potete farcela anche voi.
(E comunque a cena al mare ci sono andato) 




31 marzo 2024

Rinascere

Rinasci quando lasci andare.
Quando non ti fa più male un vecchio pensiero che ti portavi sulle spalle.
Quando capisci che non vale la pena lottare sempre, per tutto e per tutti, rinasci.
Rinasci quando impari a valorizzarti e superi la sindrome dell'impostore.
È la tua rinascita quando capisci che tu sei e agisci nel presente e che il passato e il futuro sono fuori dal tuo controllo: sul primo non hai più potere, sul secondo non hai ancora potere.
Rinasci quando non ti appiattisci sul presente, ma ricordi sempre da dove vieni e dove vorresti andare.
Quando smetti di rimpiangere un attimo di felicità provato nel passato perché non perdi la lucidità per ricordare che quell'attimo è rimasto tale e non ha portato con sé altro che sofferenza. 
Rinasci quando smetti di giustificare chi ti ha fatto del male.
Quando smetti di aver paura del silenzio delle persone.
Quando parlare sinceramente con le persone non ti fa paura, rinasci.
Rinasci quando dai il giusto valore al vicino e al reale.
Quando decidi di dedicare il tuo tempo solo a ciò che ha consistenza ed è reciproco, tralasciando le costruzioni mentali, quello che vorresti che fosse e invece non è.
Quando riesci a non guardare indietro con rabbia.
Rinasci quando accetti il dolore, la fragilità, le lacrime, che vengano da te o dagli altri.
Quando impari a perdonarti, quando accetti di non essere perfetto, quando smetti di dipendere dal giudizio degli altri, rinasci.
Rinasci quando non rinneghi la malinconia, ma la consideri un'amica che ogni tanto incontri volentieri.
Quando capisci che trovare l'alba dentro l'imbrunire è difficile ma non impossibile, rinasci.
Rinasci quando accetti l'idea che è necessario morire per rinascere.

Trovo suggestivo il fatto che le due feste centrali del Cristianesimo, il Natale e la Pasqua, abbiano rispettivamente una data fissa e una data mobile: sappiamo quando siamo nati, ma non sappiamo quando rinasceremo. 
Quello che è certo è che per rinascere bisogna prima vivere, sbagliare, sporcarsi le mani e la coscienza e poi morire: d'altra parte, come insegna il maestro Battiato, vivere non è difficile potendo poi rinascere.

David Bowie, Changes

24 marzo 2024

Facciamo che io ero...

Un fazzoletto rosso, un mazzo di carte truccate, una bacchetta magica nera con le estremità bianche. E poi dadi, una scatolina e tanti altri piccoli oggetti.
Ricordo ancora l'avidità con cui avevo aperto la scatola dei giochi di magia che mi era stata regalata per un Natale di troppi anni fa e gli innumerevoli tentativi  - brutalmente falliti - di esercitare la mia manualità che è rimasta scarsa esattamente come allora.
Ai tempi, se si pensava all'illusionismo la mente non poteva che andare ad un unico nome: David Copperfield. Non il protagonista del romanzo di Charles Dickens, ma l'uomo in grado di far sparire la Statua della libertà, di fuggire da Alcatraz, di attraversare la Muraglia cinese.
I miei occhi di bambino lo guardavano con grande ammirazione: come era possibile illudere in questo modo gli spettatori? Come si poteva creare una realtà inesistente e a convincere tutti che quello che i loro occhi vedevano era vero anche se era palesemente impossibile? 
Forse è da quel momento che ho iniziato ad illudermi.

Illudere, letteralmente, significa far entrare in gioco qualcuno ed è etimologicamente connesso al termine latino ludus che significa gioco, ma anche inganno.
Perché ci si illude? Forse perché siamo convinti che  - parafrasando Montale - la realtà non sia solo quella che si vede, oppure perché dalla realtà cerchiamo una via di fuga, pur essendo consapevoli che non stiamo facendo altro che gonfiare un'enorme bolla di sapone all'interno della quale ci rifugeremo come se fosse un castello inespugnabile. 

Uno dei giochi più belli di quando si è bambini è legato all'illusione: facciamo che io ero...? Il gioco si mescola con la finzione e con la recitazione e mi viene in mente il verbo inglese to play che - non è un caso - significa sia giocare sia recitare. Ancora una volta gioco e finzione, gioco e inganno.
Quando si gioca, ed è evidente a tutti coloro che sono coinvolti che quello che si sta facendo è un gioco, l'illusione è divertente perché crea un mondo fittizio in cui si possono immaginare situazioni ed essere per un po' di tempo chi non si è. L'illusione è, in questo caso, costruzione di sé.

Ma cosa succede quando si è in qualche modo vittime di questa illusione? Quando del ludus resta solo l'inganno? Quando le regole del gioco non sono condivise? 
L'illuso costruisce un mondo irreale, fatto di specchi che non riflettono la realtà, ma solo l'immagine che di quella realtà l'illuso si è costruito. Vedere attorno a sé immagini che gli confermano ciò che lui ritiene vero, non gli permette di mettere in dubbio la propria idea sulle cose per cui non fa altro che alimentare l'inganno in cui è invischiato.
Ciò che chi si illude crea è, ai suoi occhi, reale, concreto: mi vengono in mente versi di L'infinito di Leopardi in cui il poeta scrive e sovrumani / silenzi e profondissima quiete / io nel pensier mi fingo: il verbo fingere fa venire in mente la creazione di qualcosa che non esiste -  e questo è indubbiamente vero - ma il verbo, in latino, rimanda all'azione dell'artigiano che crea con le mani, alludendo, dunque, a qualcosa di estremamente concreto, manuale, tangibile. L'illusione, in questo caso, è distruzione di sé.

Poi, improvvisamente, arriva la consapevolezza: talvolta basta una parola, un piccolo gesto, uno sguardo, come quel rumore quasi impercettibile che, nel silenzio della casa del primo mattino, ci sveglia. Da un momento all'altro ci si rende conto che l'illusione è, come si diceva prima, una enorme bolla di sapone che da una parte ci protegge ma dall'altra ci acceca. La realtà ci colpisce, ci prende a sberle, noi siamo disorientati e proviamo un senso di vuoto, ci sentiamo stupidi ad aver dato peso a parole e gesti che invece erano privi di consistenza. La disillusione ci fa mancare il fiato per un attimo, ma poi ricominciamo a respirare.

L'esperienza, però, in questo caso insegna poco. Dopo esserci illusi una volta smettiamo di farlo? No.
E forse la spiegazione del motivo di questa coazione a ripetere si trova nelle righe dello Zibaldone del già citato Leopardi:

Il più solido piacere di questa vita è il piacer vano delle illusioni. Io considero le illusioni come cosa in certo modo reale, stante ch’elle sono ingredienti essenziali del sistema della natura umana, e date dalla natura a tutti quanti gli uomini, in maniera che non è lecito spregiarle come sogni di un solo, ma propri veramente dell’uomo e voluti dalla natura e senza cui la vita nostra sarebbe la più misera e barbara cosa ec. Onde sono necessari ed entrano sostanzialmente nel composto ed ordine delle cose

Giacomino, come sempre, ci sorprende: l'illusione, nelle sue parole, diventa gioia per il presente. Certo, è un piacere vano, ma è un pur sempre il più solido piacere, e questo è ciò che  l'uomo, per sua natura, cerca instancabilmente.

Come quello che mi dava, da bambino, guardare a bocca aperta David Copperfield farsi segare in due o fuggire da un palazzo un attimo prima che questo esplodesse. 

Giuni Russo, Illusione

17 marzo 2024

I ricordi sono bastardi

I ricordi sono bastardi.
Sei convinto che le cose siano andate esattamente così come la tua mente te le racconta, ma poi, razionalmente, ti rendi conto che forse non è così, che forse esiste un'altra versione che fa parte dei ricordi di qualcun altro e che ha lo stesso valore del tuo.
Nel frattempo, però, quel ricordo si è sedimentato in te e ti ha condizionato anche se non lo sai, anche se pensi di averlo rimosso: i tuoi comportamenti dipendono dalla tua versione dei fatti, che non è detto che sia vera.

Venerdì a scuola c'è stato un brevissimo laboratorio di scrittura autobiografica.
Studentesse e studenti sono stati invitati a scrivere un proprio ricordo legato alla madre, al colore rosso e alla solitudine.
Non ho fatto al momento l'esercizio, ma immediatamente è emerso un ricordo.

Sono un bambino di 7 o 8 anni, non di più.
Un giornata infrasettimanale e grigia.
Esco da scuola alle 10.30 perché c'è un assemblea sindacale: ai tempi ignoravo completamente il significato di questa espressione, ma ricordo ancora la scritta sul quaderno (o forse era un tagliando incollato malamente) che doveva essere firmato dai genitori.
Ho avuto educazione fisica: il maestro urla, ci spaventa, ricordo anche che era piuttosto manesco: ho un ricordo di calci in culo.
Esco da scuola: deve venire a prendermi qualcuno, non ricordo chi.
Fermo davanti al cancello della scuola, vedo i miei compagni che si allontanano con i rispettivi genitori; si allontanano ad uno ad uno e io resto lì.
Mi sposto dal cancello, nella direzione da cui credo debba arrivare qualcuno.
Inizio a piangere.
Se ci penso sento le mie urla (ma erano poi urla), ma ricordo la disperazione che ho provato in quel momento. La sento distintamente, ancora adesso che ne sto scrivendo.
So che ad un certo punto arriva qualcuno: mio padre? mia nonna? A quel punto si interrompe il ricordo.

Ovviamente questo ha scoperchiato un vaso di Pandora.

Mi ricordo la solitudine provata in quel momento, ma non ricordo il sollievo provato dopo.
Pur sforzandomi, non ricordo momenti felici della mia infanzia, momenti di calore: dovessi dire con certezza che non ci sono stati, non lo farei.
Ricordo che materialmente non mi è mancato niente, ma il perenne senso di competizione.
Però ricordo l'invidia nei confronti di altri bambini.
La mia incapacità in qualunque sport.
Il mio essere spesso a disagio.
Le attenzioni non gradite.
Il mio sentirmi ignorato.
Il mio non sentirmi abbastanza.
La tendenza ad idealizzare chi non mi ignorava.
Il profondo senso di solitudine.
La paura di essere abbandonato (e la tendenza ad abbandonare per non dover subire l'abbandono)
La cattiveria dei miei compagni di classe delle medie.
La mia cattiveria nei confronti dello sfigato quando lo sfigato non ero io.

Questi ricordi sono affidabili? Non lo so.
Sono andate davvero così le cose? Non lo so.
La cosa che so è che sento che sono lì e che mi hanno condizionato. E che forse è il momento di farci i conti.


10 marzo 2024

Inseguire farfalle

Sono stati giorni, questi, in cui mi è sembrato di non avere le parole: sovrastato dalle cose da fare, dai pensieri, dalla vita quotidiana, dagli eventi ordinari e straordinari, non riesco a dare voce a ciò che ho dentro. Mi sento - e appaio - plumbeo e, pur avendo cose bellissime tra le mani, mi rendo conto di impedire loro di farmi sentire bene come dovrebbero.

Non ho le parole, dicevo, e allora le cerco nei libri che ci parlano e ci permettono di ritrovare il nostro centro. Apro a caso il libro La cura dello sguardo di Franco Arminio che - come recita il sottotitolo - è per me davvero una farmacia poetica e leggo questi "Nuovi consigli sentimentali"

Capire che a volte vogliamo soffrire, ma non vogliamo che la sofferenza venga da una parte qualsiasi, deve venire da quella persona lì e da nessun'altra.
Capire che c'è una lingua per ogni momento della giornata: la lingua del pomeriggio porta ansie che magari sono perdute nella lingua della sera.
Capire che spesso siamo cercati per disperazione: non è amore, ma degnissimo desiderio di compagnia.
Capire che quasi sempre combattiamo battaglie che abbiamo già perduto per il gusto di riperderle.
Capire che non esiste la possibilità di avere più amori contemporaneamente, ma solo l'ambizione che questa cosa possa accadere: a volte gli altri sono gelosi delle nostre ambizioni.
Capire che dobbiamo trovare il modo di vivere di soli inizi. Iniziare ogni ora un amore nuovo, l'amore dell'ora precedente è scaduto.
Capire che ognuno dovrebbe avere sempre una perversione in corso.
Capire il senso delle intimità fugaci, delle intimità isolate. A volte un dito sulla bocca può bastare.
Capire che un amore fitto di parole alza difese altissime contro la malattia: nessuno si ammala davvero quando ha voglia di parlare a qualcuno o se qualcuno ha voglia di parlare con lui.
Capire che non si deve mai sparire dopo aver creato un disagio nell'altro: il silenzio è un crimine.

E grazie a questa lettura trovo anche le mie, di parole.

Imparare a guardare quello che c'è.
Essere grati agli altri e accogliere la gratitudine altrui.
Superare quello che è stato, che ormai fa parte del passato.
Smettere di farci condizionare da ciò che vorremmo, che spesso è solo la sceneggiatura di un film in cui non è neppure scritto il nostro nome.
Gioire di quello che abbiamo tra le mani: non farcelo sottrarre da nessuno; non perderlo per distrazione.
Fidarsi di ciò che è reale, di chi fa seguire atti alle parole, delle persone di cui avverti la presenza anche quando non sono fisicamente al tuo fianco; lasciar andare tutto il resto, chi contribuisce solo a renderti infelice, arrabbiato, frustrato anche se per un attimo è stato la farfalla che rincorrevi con l'incoscienza di bambino, frastornato dalla sua bellezza, dalla sua leggerezza, dal suo manto colorato.
Trovare, quando tutto è calmo, un posto sicuro, in cui metterti al riparo dalla tempesta quando il vento inizierà ad infuriare e cercherà - riuscendoci talvolta - a trascinarti con sé; essere consapevoli che la tranquillità interiore è solo uno stato transitorio, che non è data una volta per tutte ma che va conservata e protetta.

Forse non si raggiunge la felicità ma la consapevolezza, che con la felicità non è molto compatibile. Comunque sia, sono un po' meno plumbeo, adesso.

Gabriella Ferri, Grazie alla vita

03 marzo 2024

Punto.

Lo confesso, Vostro Onore: sono un feticista dei segni di interpunzione.
Ho le mie fissazioni: sono chirurgico nell'uso dei due punti e inserire nel testo un punto e virgola mi dà un brividino lungo la schiena. Da poco, però, ho scoperto - con mio enorme dispiacere - che la comunicazione tramite messaggio non funziona così: se metti un punto a fine messaggio significa che sei arrabbiato; se metti una virgola, sembri un po' spocchioso.
La punteggiatura, quindi, è stata caricata di un nuovo valore espressivo che non aveva originariamente: è una bomba ad orologeria da usare con cautela.
Cosa capisce il mio interlocutore se metto una virgola di troppo, magari lì dove non se l'aspetta?
Potrebbe concludersi una storia d'amore appena sbocciata per un punto alla fine di un messaggio?
Ci pensavo l'altro giorno dopo aver spettinato i pargoli di una mia classe impegnati nella scrittura del tema di italiano con un pacatissimo acuto tenorile riguardante l'importanza della punteggiatura.

Punto. 

Dalla nebbia geometrica in cui solitamente mi dibatto è emerso improvvisamente un ricordo (abbiate pietà di me, matematici e scienziati tutti): il punto come ente privo di dimensioni attraverso cui passano infinite rette. 
A quel punto la mia mente divergente ha iniziato a chiedersi come possa esistere qualcosa privo di dimensione e a rimanere affascinata da come esso possa essere il crocevia attraverso cui passano un numero infinito di rette che sono a loro volta infinite.

Un semplice, minuscolo punto può fare tutto questo. Ci rendiamo conto?

Dalla speculazione simil-matematica sono passato alla letteratura. Gianni Rodari e Dante e il loro concetto di punto.
Nella poesia Il dittatore, Rodari scrive:

Un punto piccoletto,
superbioso e iracondo, 
"Dopo di me - gridava- verrà la fine del mondo!"

Le parole protestarono:
"Ma che grilli ha per capo?
Si crede un Punto-e-basta,
e non è che un Punto-e-a-capo".

Tutto solo a mezza pagina lo piantarono in asso,
e il mondo continuò
una riga più in basso.

Con la grazia propria delle penne più raffinate e con l'ironia leggera e pungente di chi conosce bene l'animo umano, Rodari immagina un punto dittatore in stile Luigi XV, degno di pronunciare la famosa quanto discussa frase après moi le deluge, un punto che vede il mondo girare attorno a sé e non percepisce che invece tutto può continuare anche senza di lui, spostandosi semplicemente una riga più in basso.
Quanto è importante saper mettere un punto? Nelle frasi e nella vita ha esattamente la stessa funzione: chiudere per ricominciare. Lasciarci respirare. Il punto non ti permette di tornare indietro, segna una cesura forte tra ciò che c'è prima e ciò che c'è dopo pur senza cancellare nulla. 

Ma il punto, che pure non ha dimensioni, ha una varietà di significati sorprendente.

Penso a quel capolavoro che è il quinto canto dell'Inferno e alla vicenda di Francesca e Paolo, colpevoli di essersi amati di un amore illegittimo. Dante vede queste due anime che, differentemente dalle altre, viaggiano in coppia e vuole parlare con loro: a Francesca, che ha illustrato brevemente la sua origine e la fine a cui Amore ha condotto lei e il suo amato, il poeta fa una domanda ben precisa:

Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,
a che e come concedette amore
che conosceste i dubbiosi disiri?
 

Dante vuole sapere in che modo l'amore abbiamo trovato il modo di rivelarsi ai due amanti, dubbiosi del loro amore, più forte dei legami socialmente sanciti.

Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.

Per più fïate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.

Quando leggemmo il disïato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso, 

la bocca mi basciò tutto tremante.

Talvolta mi perdo nei particolari e anche in un affresco potente come quello che qui viene dipinto da Dante con le parole c'è qualcosa che ha sempre attratto la mia attenzione: i due cognati stanno leggendo la storia d'amore di Ginevra e Lancillotto: lo fanno da soli e senza sospettare minimamente che di lì a poco sarebbe successo qualcosa. Quando, però, il cavaliere bacia il disiato riso - la bocca tanto desiderata che viene fermata nel momento in cui sorride, l'atto umano che fin da Omero è collegato all'amore - anche Paolo, tremando, fa lo stesso. È questo il punto che li vince: il punto, il passaggio del libro che, pur nella sua piccolezza, è talmente importante da segnare un sottilissimo confine tra salvezza e dannazione. Scegliere se varcarlo o meno è qualcosa che riguarda inevitabilmente tutte le anime che Dante incontra nel suo viaggio ultraterreno ma, più in generale, tutti gli uomini. 

E tutto questo è in un punto.


Jovanotti, Punto

25 febbraio 2024

Non siamo cipolle

La perfezione.
C'è chi la insegue a lungo, chi, ad un certo punto, decide saggiamente di smettere di cercarla, chi pensa di averla trovata e la impone agli altri.
Per qualcuno diventa un'ossessione: voglio essere l'uomo perfetto, il genitore o il figlio perfetto, l'amico o il lavoratore perfetto. Voglio piacere.
Ammettiamolo, succede a tutti. 
Inizio io: a me succede. Razionalmente so che non ha alcun senso, però è più forte di me.
Non ha senso perché l'idea che gli altri hanno di noi segue sentieri che ci sono sconosciuti: a volte ci ritroviamo ad essere amati senza che - a nostro parere - abbiamo fatto niente per meritarcelo, quell'amore; altre volte siamo oggetto di disprezzo o veniamo ignorati (il che per me è molto peggio) e non capiamo perché.
Talvolta pensiamo di essere stati perfetti, ci siamo impegnati per esserlo. E invece no: quello che abbiamo fatto non è bastato, o magari non si è neppure avvicinato al concetto di perfezione che hanno gli altri e questo ci fa soffrire, tremendamente. Dipendiamo sempre, troppo dal giudizio degli altri, senza valutare che ognuno giudica secondo parametri propri e talvolta incomprensibili agli altri. 
E qui si pone la prima questione: aver raggiunto la propria idea di perfezione non equivale ad essere perfetti per gli altri e questo già crea una enorme disarmonia.
Eppure siamo fatti per essere imperfetti, perché ciò che è perfetto è morto, ma non riusciamo ad accettarlo.

Perfectum in latino è ciò che è compiuto, concluso una volta per tutte. Nel momento in cui ci si ritiene perfetti, si smette di evolvere, di migliorarsi, di aprirsi alla possibilità che esista un modo di vedere le cose divergente rispetto al proprio, dimenticandosi che è dal confronto che nasce il pensiero: la vulnerabilità, il non considerarsi perfetti e la disposizione al dialogo non sono atteggiamenti da perdenti o da incerti, ma sono gli elementi che ci rendono raggiungibili dalla presenza e dalla posizione degli altri e quindi disponibili a contenere un contributo che viene dagli altri, decisivo per la nostra stessa esistenza. Dialogare, letteralmente, vuol dire ragionare insieme, condividere il lògos, cioè il pensiero oltre che la parola, per dare un senso a ciò che ci circonda. Se non ci si confronta, se si pensa di essere conclusi in sé, questo non può avvenire.

Aggiungo un altro elemento di riflessione: il nostro corpo si rinnova ogni 7 anni. Tale è, infatti, il tempo necessario affinché le nostre cellule si rigenerino -  ce lo dice la scienza - e questo conferma uno dei principi sostenuti da migliaia di anni dalla medicina cinese che scandisce la vita proprio in cicli di questa durata. A questo punto verrebbe da dire che la perfezione ha in sé un elemento di precarietà in quanto - sto volutamente facendo un paradosso - c'è il rischio concreto di non essere più le stesse persone di 7 anni prima: cambiamo noi e cambiano le situazioni, per cui ciò che è perfectum è assolutamente inadatto all'uomo. 
D'altra parte, anche il buon Eraclito che nel VI secolo a.C. ci parlava dell'impossibilità di bagnarsi per due volte nello stesso fiume perché cambia l'acqua del fiume e cambiamo anche noi ci dà un ulteriore conferma di quanto possa essere inutile la ricerca per noi di forme definitive e date una volta per tutte.

Questa ricerca, oltre che inutile, rischia di essere anche dannosa: lo racconta benissimo Andre Agassi nella sua autobiografia Open da cui emerge la storia di un ragazzo che deve dare un corpo all'ossessione paterna di essere il migliore in campo sportivo - nel tennis, in questo caso - per porre rimedio al paterno fallimento.
Una ricerca ossessiva di perfezione che perseguita il tennista come un demone, rovinandone la vita in ogni aspetto:

"Se insegui la perfezione, se fai della perfezione il tuo obiettivo ultimo, sai che succede? Insegui qualcosa che non esiste. Rendi infelici tutte le persone attorno a te. Rendi infelice te stesso. La perfezione? Saranno sì e no cinque in un anno le volte che ti svegli perfetto, le volte che non puoi perdere con nessuno, ma non sono quelle cinque volte che fanno un tennista. O un essere umano, se è per questo. Sono tutte le altre"

Un'ultima considerazione: si potrebbe obiettare che la perfezione in natura esiste. I cristalli di ghiaccio, ad esempio, sono la prova di una perfezione geometrica che lascia senza fiato.
Se questo è vero, se è vero che l'uomo è integrato con la natura, perché all'uomo, allora, la perfezione dovrebbe essere negata?
A chiarirmi il dubbio giunge - come spesso accade - Wisława Szymborska che dedica una poesia alla cipolla:

La cipolla è un’altra cosa.
Interiora non ne ha.
Completamente cipolla
fino alla cipollità.
Cipolluta di fuori,
cipollosa fino al cuore,
potrebbe guardarsi dentro
senza provare timore.

In noi ignoto e selve
di pelle appena coperti,
interni d’inferno,
violenta anatomia,
ma nella cipolla – cipolla,
non visceri ritorti.
Lei più e più volte nuda,
fin nel fondo e così via.

Coerente è la cipolla,
riuscita è la cipolla.
Nell’una ecco sta l’altra,
nella maggiore la minore,
nella seguente la successiva,
cioè la terza e la quarta.
Una centripeta fuga.
Un’eco in coro composta.

La cipolla, d’accordo:
il più bel ventre del mondo.
A propria lode di aureole
da sé si avvolge in tondo.
In noi – grasso, nervi, vene,
muchi e secrezione.
E a noi resta negata
l’idiozia della perfezione.

Se fossimo perfetti saremmo cipolle, non donne e uomini.

Franco Battiato, Di passaggio

18 febbraio 2024

L'elefante nella stanza

"Quando venni ricoverata per la prima volta in manicomio ero poco più di una bambina, avevo sì due figlie e qualche esperienza alle spalle, ma il mio animo era rimasto semplice, pulito, sempre in attesa che qualcosa di bello si configurasse al mio orizzonte. [... ] Insomma ero una sposa e una madre felice, anche se talvolta davo segni di stanchezza e mi si intorpidiva la mente. Provai a parlare di queste cose a mio marito, ma lui non fece cenno di comprenderle e così il mio esaurimento si aggravò [... ] tanto che un giorno [... ] diedi in escandescenze e mio marito non trovò di meglio che chiamare un'ambulanza, non prevedendo certo che mi avrebbero portato in manicomio".

Inizia con queste parole, semplici e crudeli, "L'altra verità. Diario di una diversa" di Alda Merini, un breve testo in cui la poetessa ripercorre gli anni dal 1964 al 1972 passati quasi ininterrottamente nel manicomio "Paolo Pini" di Milano. Leggerle con le studentesse e gli studenti è stato un pugno nello stomaco ben assestato perché, dopo aver letto "Grande meraviglia" di Viola Ardone, affrontare queste parole è equivalso a toccare con mano una storia vera, non romanzata e finalmente smettere di fingere di non vedere l'elefante nella stanza.

La salute mentale è stato considerato spesso un tabù, qualcosa di cui non parlare: per decenni i manicomi sono stati il luogo perfetto per mantenere il silenzio, come il labirinto del palazzo di Cnosso, in cui Minosse poteva nascondere il Minotauro, quel mostro di cui si vergognava, nato - per sua responsabilità - dall'amore tra sua moglie Pasifae e il bellissimo toro bianco che non aveva voluto sacrificare a Poseidone.
Nascondere agli occhi degli altri, fingere di non vedere: è quello che si faceva con i matti, chiusi in queste strutture, sottoposti a trattamenti inumani finalizzati semplicemente a fare in modo che non dessero problemi. Mettere la polvere sotto il tappeto per fingere che la casa sia pulita. Peccato non si trattasse di acari, ma di persone - e spesso di donne - che avevano la sola colpa - se colpa si può chiamare - di essere divergenti, anche solo dalla morale comune o, ancora peggio, di dar fastidio a qualcuno con la loro presenza.

Dal 1978 - anno della cosiddetta legge Basaglia, che impose la chiusura dei manicomi - sono passati oltre 45 anni, ma lo stigma nei confronti dei disturbi psichici è ancora lì. Sono sotto gli occhi di tutti, ma spesso si tende a distogliere lo sguardo e, soprattutto quando si tratta di adolescenti, si tende a derubricare il tutto come qualcosa di passeggero, legato all'età, forse anche ad una moda. Comportandosi in questo modo, però, non si fa altro che utilizzare la propria incapacità di reagire per risolvere il problema che, quindi, viene solo nascosto ma non affrontato, né tantomeno risolto.
In passato - qualcuno potrebbe dire - tutto questo non esisteva e già sento di sottofondo i soliti discorsi tanto inutili quanto irritanti sui bei tempi andati: ciò che caratterizza il passato e lo differenzia dal presente non è il verificarsi o meno di certe situazioni, quanto piuttosto l'impossibilità di parlarne, la mancanza delle parole per esprimersi, la certezza di non essere compresi. 
Per fare un esempio, pensiamo a quante persone in un passato anche non troppo remoto hanno nascosto il proprio orientamento sessuale perché diverso rispetto a quello ordinario, ritenendo perciò di essere sbagliati, peccatori, posseduti dal demonio. O a quelle persone che hanno sofferto di attacchi di panico, di ansia o di altri disturbi psichici di cui ora - per fortuna - ci si sente liberi di parlare. O ancora a quelle studentesse e a quegli studenti che venivano considerati asini perché non sapevano leggere o scrivere e magari semplicemente avevano un disturbo specifico dell'apprendimento.

Per decenni, forse per secoli è stata applicata a questi temi quell'idea medievale secondo cui le cose finché non le nomini non esistono: non dare un nome ai comportamenti che deviano dallo standard ed evitare di parlarne se non in termini di condanna è sembrato il modo migliore per mantenere tutto sotto controllo, nei binari stabiliti. D'altra parte, se non si crea un vocabolario per descrivere un sentimento, un problema, un pensiero, se non si hanno le parole per esprimerlo, difficilmente si troverà qualcuno diposto ad accoglierlo, a studiarlo, a tentare di risolverlo.
E mi chiedo quanto senso abbia cercare di capire quale sia l'origine di tutto ciò che rende le persone diverse dal passato: i social, la pandemia, l'iPhone o addirittura - l'ho sentito con le mie orecchie -  il cibo del McDonald's... per parlare in termini medici, l'eziologia è importante ma limitarsi a discutere su di essa dà vita a tavoli di lavoro, confronti, convegni, complicate spiegazioni di esperti che tuttavia non aiutano a dare una soluzione concreta. 

Forse potrebbero gettare un po' di luce sulla questione le dichiarazioni di due cantanti che hanno partecipato all'ultimo Sanremo, che si conferma specchio nel bene e nel male della società italiana; tra polemiche di geopolitica internazionale, censure e accuse incrociate tra nord e sud del Paese, non sono passate sotto silenzio le parole di Theø, uno dei componenti del gruppo La Sad, e di Sangiovanni.
Il primo ha dichiarato al Corriere: "dopo Sanremo sono stati giorni difficili. Mi sono ritrovato ad affrontare sfide con me stesso, mi sono sentito staccato dalla realtà, di proprietà della massa, e per una persona che soffre di depressione non è facile. Penso sia meglio parlarne con sincerità. Anche nei momenti migliori si può ricadere, ma questo ci renderà ancora più forti".
Sangiovanni, dal canto suo, su un post di Instagram ha espresso la volontà di fermarsi perché si è reso conto di non riuscire più a fingere che vada tutto bene, rinunciando così alla pubblicazione del suo nuovo album ed al concerto previsto al Forum di Assago-
È la voce di due ragazzi che hanno tutto eppure sentono di non essere felici ed hanno il coraggio di ammetterlo. È una testimonianza rispetto alla quale non si può rimanere indifferenti, non fosse altro che per il valore esemplare che assume.

L'esperienza quotidiana mi dà ulteriore conferma di tutto questo: fermarsi a parlare con ragazze e ragazzi apre un mondo insospettabile, fatto di pensieri cupi, consapevolezza e profonda malinconia.
"Sono infelice, eppure so che non dovrei esserlo perché so che c'è gente che sta peggio di me e forse non ho motivi per esserlo davvero" mi dice L. e allora trascorro un'ora a parlare con lei di quanto l'avere tutto non coincida con l'essere felici, di quanto la vera condanna e contemporaneamente la vera forza dell'essere umano sia la sensibilità. Parliamo di genitori che davanti alla sofferenza dei figli piangono o tacciono e mi vengono in mente due personaggi danteschi: Paolo, che non sa far altro che piangere mentre Francesca racconta  il loro amore adultero che li ha portati alla dannazione e Ugolino, che alla sofferenza di figli e nipoti ha come unica reazione il silenzio. Parliamo di Kurt Cobain, bellissimo, ricchissimo, con una capacità poetica invidiabile e, nonostante questo, infelice; parliamo di Leopardi e della sua idea di infelicità connaturata all'uomo e con cui l'uomo non può far altro che convivere; mi vengono poi in mente, a proposito del sentire troppo, le parole usate da Lorenzo Marone per descrivere Diego, il protagonista del toccante romanzo Le madri non dormono mai:

Era così, Diego, sentiva il doppio degli altri, l'anima gli vibrava al minimo soffio, studiava chi aveva vicino, faceva caso a tutto, captava i segnali e capiva i punti deboli; s'accorgeva delle mancanze della gente, riconosceva la paura e il turbamento, e bastava uno sguardo a ferirlo, una mezza parola a disturbarlo, viveva in punta di piedi per paura d'offendere, o d'essere offeso. Sapeva del male per eccessiva sensibilità, e s'impegnava per questo a non farlo agli altri, e vivere era per lui una gran fatica, lui che non sapeva quanto durino poco gli animi incapaci di sottrarsi al dolore.

E la domanda che mi pongo è la solita: ci si può prendere cura di tutto ciò con le parole, con la letteratura? Sì, purché diamo alle parole che diciamo e che leggiamo un senso, un peso, un valore: non si può - come dice qualcuno - curare il disagio giovanile con Dante e con Montale, se non a patto di impegnarsi ad attualizzare il loro messaggio e a cogliere le istanze più profonde ed universali che emergono dalle loro parole. Da insegnanti, dovremmo smettere di anteporre l'amore per la nostra disciplina all'amore per i ragazzi ed aiutarli a conoscersi, a comprendersi, a dare significato ciò che li circonda, sfruttando le nostre conoscenze per indicare loro, quando possibile, una strada da percorrere.
E poi far comprendere, soprattutto ai più giovani, che non c'è nulla di strano nei loro pensieri, che li abbiamo fatti anche noi alla loro età e che ci sono cose che, fortunatamente, passano e altre con cui bisogna convivere, come coni d'ombra da cui cercare di non farsi invadere. 


Brunori Sas, Kurt Cobain

11 febbraio 2024

A cosa serve la poesia?

"Guardate fuori dalla finestra, ragazzi. Cosa vedete?"
"Il cielo grigio"."Gli alberi con i rami spogli". "I cani che giocano nel parco".
Qualcuno sussurra: "Vorrei essere un cane piuttosto che stare qui". (Risatine sommesse)
"Adesso chiudo la tenda. Mi dite cosa vedete?"
"La tenda" (Altre risatine)
"Ok, non riuscite a vedere quello che c'è fuori. Giusto? Dato che la vista non può essere utilizzata, cosa fate funzionare, visto che vorreste essere dappertutto fuorché qui?"
"L'immaginazione".
"Bravissimi. È esattamente quello che succede a Leopardi nell'Infinito. Visto che la realtà fa schifo, Giacomino inizia ad immaginare e così in qualche modo si consola. Ma la realtà continua a fare schifo".

La lezione in classe sulla poesia procede così, riflettendo sulla soggettività del testo e sulla sua contemporanea, necessaria universalità: una poesia è tanto più efficace quanto più è in grado di parlare a tutti, a distanza di secoli. E non è detto che uno stesso testo sia in grado di parlare a tutte e a tutti nello stesso momento: poesie che lette vent'anni fa, tre mesi fa, la settimana scorsa non avevano senso per me ora sono uno specchio della mia anima, sono il dizionario in cui trovare le parole per esprimere quello che sento.
Leggiamo insieme anche questo testo di Wislawa Szymborska, Ad alcuni piace la poesia

Ad alcuni -
cioè non a tutti.
E neppure alla maggioranza, ma alla minoranza.
Senza contare le scuole, dove è un obbligo,
e i poeti stessi,
ce ne saranno forse due su mille.

Piace -
ma piace anche la pasta in brodo,
piacciono i complimenti e il colore azzurro,
piace una vecchia sciarpa,
piace averla vinta,
piace accarezzare un cane. 

La poesia -
ma cos'è mai la poesia?
Più d'una risposta incerta
è stata già data in proposito.
Ma io non lo so, non lo so e mi aggrappo a questo
Come alla salvezza di un corrimano.

Amo questo testo perché l'autrice non dà certezze sulla poesia, sul suo valore, sul suo significato e forse l'instabilità, la precarietà, l'assenza di definizioni sicure e date una volta per tutte è l'unico modo per definirla realmente. Ma ovviamente questo non può soddisfare le menti di ragazze e ragazzi che dalla scuola - purtroppo, ma comprensibilmente - si attendono certezze, non domande.

E allora mi viene in mente uno dei miti fondativi sulla poesia che su di essa dà una certezza: la poesia ti può salvare.

Orfeo, grazie alla sua poesia, rende mansuete le bestie feroci, fa muovere piante e sassi: tutti vogliono ascoltarlo. Ma l'abilità poetica non è garanzia di felicità: la sua vita è funestata dalla morte di Euridice, la donna amata, causata del morso di una vipera.
Il poeta non può accettare questo lutto e quindi decide di scendere negli Inferi.

e giunse fino ai Mani, e al re tremendo, e ai cuori che non sanno farsi docili alle preghiere umane. Ma ecco che colpite dal suo canto dalle sedi più profonde dell'Erebo venivano leggere le ombre, e i fantasmi di chi non ha più luce, a migliaia, come stormi di uccelli che si posano tra le foglie quando la sera o la pioggia d'inverno li spinge giù dai monti. [...] E persino le case della Morte rimasero sorprese, e i recessi più intimi del Tartaro, e le Eumenidi con i capelli intrecciati di cerulee serpi; Cerbero restò con le tre bocche aperte, spalancate.

Così Virgilio nelle Georgiche ci descrive l'effetto del canto di Orfeo sulle anime infernali e persino su Persefone e Ade, che, commossi, decidono di concedergli di riprendere con sé la sua sposa a patto che, nel tragitto per ritornare alla luce del giorno, non si volti mai indietro per verificarne la presenza.
Questo, però, non avviene: l'incauto amante - dice sempre Virgilio - viene preso da una subita dementia, cioè da un'improvvisa follia che sarebbe da perdonare, se solo gli dei degli inferi sapessero farlo, e che lo porta a girarsi. 
È Euridice, a quel punto, a prendere la parola e rivolgendosi al suo amato:

Quale - diceva lei - quale immensa pazzia, Orfeo, ha rovinato me, infelice, e te? Ecco, di nuovo il fato crudele mi richiama indietro, e il sonno chiude i miei occhi esitanti e confusi. Addio, ora sono trascinata via, avvolta da una notte immensa, e tendo le mie mani senza forza - oh, non più tua - verso di te.

Orfeo, a quel punto, non può far altro che vederla svanire e ritornare solo sulla terra, così come da solo aveva affrontato la discesa agli Inferi.
Tanto si potrebbe dire su questo racconto e tante sono state le riletture moderne del mito, alcune delle quali estremamente suggestive (in questo articolo  - che consiglio di leggere a chi vuole approfondire il tema - ne sono raccolte diverse). Quello che mi ha sempre colpito è la solitudine di Orfeo, l'amore visto come follia, come dementia, come furor, come insania, ovvero quanto di più contrario possa esistere alla razionalità, che invece dovrebbe essere propria dell'uomo, ma soprattutto il valore salvifico della poesia, che svanisce insieme ad Euridice.

Finisce male, quindi? Sì, finisce decisamente male, ma d'altronde lo si poteva capire anche dal fatto che, con la sua poesia, Orfeo era in grado di sovvertire l'ordine naturale delle cose: grazie a lui si muovono cose immobili, solo a lui è concesso di compiere il percorso dalla morte alla vita, in direzione contraria rispetto a quello consueto. E gli dei non possono accettare che qualcuno faccia andare il mondo diversamente da ciò che è stato stabilito.

Allora, si potrebbe obiettare, non è vero che la poesia salva.

La poesia, in realtà, salva perché ci rende eterni, ma, se si guarda alla situazione contingente, se si guarda al presente e non al futuro, la situazione è ben diversa: la morte, che grazie al miracolo della poesia, aveva mollato la presa su Euridice, se ne impossessa definitivamente perché ad Orfeo manca la fiducia.
 
Certo, nel mito si parla di fede negli dei ma penso a quante volte la mancanza di fiducia mina i rapporti, a quante volte invochiamo il nome dell'altro a cui ci lega un sentimento, qualunque esso sia, e al sentimento di frustrazione che proviamo quando vediamo che la nostra invocazione rimane senza risposta.

Violiamo, perciò, il patto che ci ha legato, rischiando, così, di perdere definitivamente la persona che siamo riusciti faticosamente ad avere al nostro fianco. 

E magari poi scopriamo che l'altra persona non ha risposto alla nostra invocazione perché - banalmente -  non ci ha sentito; o scopriamo che, talvolta, il chiedere continue conferme della presenza dell'altro nella nostra vita - che è una richiesta umanamente comprensibile e legata alla nostra insicurezza cronica, che è propria di tutti anche se non da tutti esibita - è il modo migliore che abbiamo per allontanarlo da noi.

Ma questa è un'altra storia.

Carmen Consoli, Orfeo


04 febbraio 2024

In ascolto

Quasi ogni volta è così. 
Nella mia classe prima cerco di impormi un ordine nella lezione, di evitare le divagazioni: preparo schemi, presentazioni, appunti, case, libri, auto, viaggi, fogli di giornale, ma poi raramente le cose vanno come avevo previsto.
L'altro giorno volevo parlare di mitologia, ma siamo finiti a parlare di religione, di creazionismo, di complesso edipico, del rapporto tra il mito e la filosofia, del mistero della morte.
Tutto ciò che avevo preparato è servito? No.
Ho avuto la sensazione di aver perso tempo? No.
Riesco ancora a stupirmi quando vedo studentesse e studenti che si avventurano in terreni sconosciuti, impervi, scivolosi, che vogliono sapere, che hanno il coraggio di parlare, di dire la propria - anche in maniera non strutturata e talvolta piuttosto naïf -, di avere (spesso ma non sempre) la pazienza di ascoltarsi guardandosi negli occhi.
Mi stupisco e li ascolto e mi rendo conto che forse è proprio l'ascolto quello che ci manca.

Sigaretta tra le dita, occhiali spessi come fondi di bottiglia, capelli cotonati rosso scuro. 
Mi ricordo la mia maestra che diceva: "Se abbiamo due orecchie e una sola bocca è perché dobbiamo ascoltare il doppio di quanto parliamo".
Queste parole mi ritornano spesso in mente e penso che oltre ad ascoltare dovremmo anche sentire, cioè percepire con i sensi, far risuonare più profondamente quello che passa attraverso le nostre orecchie.
Chandra Livia Candiani, nella sua raccolta che compie ormai dieci anni dal titolo La bambina pugile ovvero la precisione dell'amore scrive questa Mappa per l'ascolto

Dunque, per ascoltare
avvicina all’orecchio
la conchiglia della mano
che ti trasmetta le linee sonore
del passato, le morbide voci
e quelle ghiacciate,
e la colonna audace del futuro,
fino alla sabbia lenta
del presente, allora prediligi
il silenzio che segue la nota
e la rende sconosciuta
e lesta nello sfuggire
ogni via domestica del senso.

Accosta all’orecchio il vuoto
fecondo della mano,
vuoto con vuoto.
Ripiega i pensieri
fino a riceverle in pieno
petto risonante
le parole in boccio.

Per ascoltare bisogna aver fame
e anche sete,
sete che sia tutt’uno col deserto,
fame che è pezzetto di pane in tasca
e briciole per chiamare i voli,
perché è in volo che arriva il senso
e non rifacendo il cammino a ritroso,
visto che il sentiero,
anche quando è il medesimo,
non è mai lo stesso
dell’andata.

Dunque, abbraccia le parole
come fanno le rondini col cielo,
tuffandosi, aperte all’infinito,
abisso del senso.

Talvolta le parole degli altri sono un budubumbudubum di sottofondo, senza senso, non ci arricchiscono ma ci stordiscono, ci distolgono dai nostri pensieri, ci allontanano da noi stessi e dalla realtà.

Altre volte, però, ascoltare, ascoltarsi ed essere ascoltati salva.

Ascoltarsi ed essere ascoltati salva da noi stessi, dalle nostre elucubrazioni da overthinker: ci fa sentire meno soli, ci fa percepire delle affinità elettive che rimarrebbero sottotraccia. Ascoltare ci rende anche salvatori inconsapevoli degli altri: una telefonata inattesa, in cui non si dice niente ma in quel niente c'è tutto: c'è la presenza reciproca, c'è la fiducia nella capacità di ascoltare anche il non detto. Tutto sta a cogliere quel movimento - talvolta impercettibile - degli occhi, quel sospiro, quel piccolissimo spostamento d'aria che dice "Ascoltami" oppure "Ti ascolto" e sperare che incrocino le loro traiettorie.
Ascoltare è accogliere, è stabilire un’intimità profondissima

Ascoltare serve ad imparare l'esercizio del dubbio, ad accogliere i diversi punti di vista; come una buona lettura, ci permette di guardare le cose da un'angolazione diversa, sorprendente e vivere un'altra vita. Una delle cose più belle che mi sono sentito dire da un alunno, al termine di una di questi nostri dialoghi è stato che, in queste discussioni, ascoltando le posizioni di tutti, è difficile prendere una posizione netta se non dopo una attenta riflessione. Ha 14 anni, questo alunno e non posso non volergli bene. Per inciso, il libro che abbiamo appena finito di leggere e che consiglio spassionatamente (“Mia” di Antonio Ferrara) è una vera palestra di ascolto perché è il racconto di un femminicidio fatto, però, dalla parte del carnefice.
 
Che poi mi chiedo: che fine fanno le parole non ascoltate? Forse finiscono insieme alle parole non dette, ai sentimenti non esternati, agli abbracci non dati. Me lo immagino un posto buio, triste, pieno di "se avessi fatto", "se avessi detto", "se avessi ascoltato".
Un posto decisamente da non frequentare.



Fastidio

Io non so più cos'è normale o un'allucinazione se sono matta io. Non è che voglia litigare ma ho come l'impressione di non poter...