01 febbraio 2026

Segnalati

"La Scuola [...] attua il principio d'una cultura del popolo, ispirata agli eterni valori della razza italiana e della sua civiltà".
Correva l'anno 1939 e l'allora ministro dell'Educazione Nazionale Giuseppe Bottai elencava in un documento chiamato "Carta della Scuola" i "principi, fini, metodi della scuola fascista", il primo dei quali era quello riportato poco più su. 
La scuola ispirata ai valori della razza italiana e della sua civiltà. È questo, forse, che avevano in mente i promotori dell'iniziativa di segnalazione dei docenti di sinistra che tanto clamore ha suscitato in questi giorni? Segnalare chi sottolinea la matrice antifascista della Costituzione italiana? O chi evidenzia che certe scelte attuate dal governo in carica richiamano posizioni che solleticano i nostalgici del Ventennio?
E qual è lo scopo di queste segnalazioni? Intimidazione, certo, ma anche voglia di dimostrare che, in questo preciso momento storico, c'è una sorta di impunità per coloro che propongono liste di proscrizione in cui inserire coloro che la pensano in maniera diversa dagli attuali governanti.
Partiamo da un presupposto: la scuola non fa politica, la scuola è politica.

La scuola è politica nel senso che ha il compito di formare cittadine e cittadini della polis, dello Stato. E come può avvenire la formazione senza una riflessione critica sul passato e sul presente? 
Una cosa è fare proselitismo, imporre ideologie, fare politica; altro è provare a ragionare sul presente anche sfruttando le conoscenze del passato, per rendere palesi gli inganni, il non detto, le bugie che qualunque propaganda politica porta con sé.
Devo essere segnalato se, leggendo la Germania di Tacito, dico che, diversamente da quanto hanno sostenuto i nazisti, i Romani non erano affatto ammirati dalla purezza della razza germanica, legata, secondo loro, al fatto che nella Foresta Nera non voleva andarci nessuno? E se dico che quei Romani, il cui impero era al centro del Mediterraneo, individuavano il proprio capostipite in Enea, un asiatico, profugo e sconfitto ed erano consapevoli che le migrazioni erano un elemento di arricchimento, arrivando anche a teorizzare l'uguaglianza di tutti gli uomini, schiavi e liberi, romani e stranieri?
Devo essere segnalato se, rimanendo nel mondo classico, sottolineo il fatto che la frase ubi solitudinem faciunt, pacem appellant (fanno un deserto e lo chiamano pace) con cui, sempre in Tacito, viene denunciato l'atteggiamento dell'Impero romano che devasta la Britannia, non può non ricordare l'atteggiamento del presidente degli Stati Uniti, la sua estrema violenza e la boria che lo portano a desiderare per sé il Nobel per la pace?

La scuola deve essere palestra di dialettica: una delle prime cose che insegno alle mie alunne e ai miei alunni è proprio questa, ovvero alzare la mano quando qualcosa non li convince nelle mie parole.
Nessuno ha la verità assoluta in tasca - o almeno io sono sicuro di non avercela - e questo può e deve spingere al confronto e all'espressione delle proprie opinioni; quando vedo una mano alzata in classe (e non è per chiedere di andare in bagno, come avviene nel 95% dei casi) e mi sento dire non sono d'accordo provo un profondo moto di orgoglio. Orgoglio perché, almeno in minima parte, sono riuscito a scardinare l'idea che i professori hanno il coltello dalla parte del manico e quindi non è conveniente esprimere un'opinione diversa dalla loro; orgoglio perché per spingere qualcuno ad esprimere una propria idea significa che questa persona prova interesse nei confronti di ciò di cui si sta parlando in quel momento (e credo che il vero cancro della società sia proprio la mancanza di interesse). Oltre all'orgoglio, provo anche un po' meno sfiducia nel futuro quando sento ragazze e ragazzi - non tutti e non sempre, sia chiaro - che riescono ad argomentare la propria idea - divergente o critica quanto si voglia rispetto alla mia o a quella più diffusa - in maniera costruttiva, evitando frasi del tipo tu sostieni un'idea diversa dalla mia perché non capisci niente.

Se è questo che va segnalato, segnalatemi pure. Le mie generalità le conoscete. 

Caparezza, Avrai ragione tu

25 gennaio 2026

Giochi pericolosi

Un voce gracchia dal citofono."Chi è?"
"Sono io"
La serratura del portone che scatta.
Salgo per le scale, evitando di toccare la moquette marrone e sdrucita in più punti che campeggia sulle pareti del mio palazzo (sì, nel palazzo c'è la moquette sulle pareti, mi sono sempre chiesto il perché).
La porta di casa si apre: la sigla del Tg1 rimbomba nelle scale, c'è profumo di brodo, il pranzo del lunedì.
"Ciao, ma'. Ciao, pa'" urlo mentre semino in giro per casa ciò che ho addosso.
Sono uno dei pochi che ha sempre entrambi i genitori a casa per pranzo.
Una fortuna, ma allora non lo avrei mai detto.
"Com'è andata oggi a scuola?"
"Bene"
"Cos'hai fatto?"
"Niente"
Allora non c'era il registro elettronico: le assenze e le insufficienze si potevano nascondere senza difficoltà.
Poi arriva la domanda: "La professoressa ha riportato il compito?"
A quel punto sono spalle al muro.
"Sì, ho preso [borbottio indistinguibile]"
"Cosa? Non ho capito"
"Ho preso 4".
E lì, tra le mie mille giustificazioni e i loro vari "E [x] quanto ha preso?", "Potevi fare meglio","Ieri non hai ripassato", finisco il pranzo, ma dentro di me sento di aver deluso i miei.
Deludere: una condanna che spesso ci autoinfliggiamo  
Deludere: un verbo dall'etimologia amaramente ironica.

Ludere in latino significa giocare. Lo troviamo nella parola illudere (a cui avevo dedicato un post che, se vi punge vaghezza, potete leggere qui) e in quel caso l'etimologia è piuttosto comprensibile perché, illudendo qualcuno, ce ne prendiamo gioco: creiamo una situazione inesistente e trasciniamo l'altro nella nostra rete.
Ma quando deludiamo qualcuno, in cosa consiste il gioco?
La delusione è il sentimento di amarezza che scaturisce dal constatare che la realtà non corrisponde alle aspettative: deludere qualcuno significa che il gioco è stato svelato, la realtà, ritenuta vera ma forse inesistente, è crollata; la persona delusa esce dal gioco (il prefisso de indica proprio un allontanamento) e noi non possiamo far altro che vedere la sua figura farsi sempre più piccola.

Spesso, però, la delusione nasce indipendentemente da noi, che siamo a nostra volta vittime di quello stesso gioco.
Succede che gli altri costruiscano un mondo per noi e noi lo arrediamo, lo abitiamo e non ci preoccupiamo se quello sia davvero il modo e il mondo in cui desideriamo vivere: non vogliamo deludere aspettative e siamo disposti a mettere in secondo piano la nostra natura se questa non coincide con l'immagine che gli altri hanno di noi. Giuste sono le parole che diciamo, le azioni che compiamo, giusti sono persino i pensieri che concepiamo: giusti nel senso di adatti, adeguati, attesi.
Quando, però, disegniamo nuove geografie, varchiamo i confini di questo mondo o lo abbandoniamo, veniamo accusati di aver deluso, come se qualcuno stesse scattando una foto in strada e un passante ignaro ne attirasse le ire per essere uscito da un'inquadratura in cui magari non voleva neppure esserci.

Altre volte le aspettative degli altri su cui noi ci modelliamo esistono solo nella nostra testa oppure ci poniamo obiettivi che, realisticamente, sono al di fuori della nostra portata, ci imponiamo modelli di comportamento che vediamo come socialmente utili o vincenti anche quando sono lontani dai nostri desideri.
Prigionieri e carcerieri, come scrive la poetessa Margherita Guidacci:

Se il muro fosse di pietra e non d’aria,
se attraverso il muro non si toccassero gli alberi,
se le alte sbarre d’ombra che ti rigano l’anima
fossero l’ombra di vere sbarre a cui potersi aggrappare,
se ricordassi lo scatto d’una porta che si chiude
alle tue spalle e il tintinnìo delle chiavi
alla cintura del carceriere che si allontana:
quale sollievo ne avresti nell’orrore!
Perché ciò che si chiude può tornare ad aprirsi,
la rocca più imponente può essere distrutta.
Ma dove sei non è porta, e nessuna porta s’aprirà.
E non è muro: nessun muro sarà abbattuto.
Le sbarre d’ombra sono le vere sbarre,
non saranno divelte. Tu confini con l’aria,
tocchi gli alberi, cogli i fiori, sei libera,
e sei tu stessa la tua prigione che cammina.

Restando nell'ambito del gioco - e di questa immagine sono debitore a C., ormai mia figura filosofica di riferimento - potremmo imparare a considerarci meno come tessere di un puzzle, costretti ad avere una determinata forma per incastrarci perfettamente con le altre tessere e per formare un quadro complessivo prestabilito, e più come mattoncini Lego. Colorati, consapevoli di essere utili ma non indispensabili, pronti a dare vita a forme nuove, non prestabilite, a mettere in discussione tutto per ricominciare da capo infinite volte e ad assumere una forma inattesa ogni volta che quella vecchia non ci soddisfa, rimanendo, però, sempre fedeli a noi stessi.

Radiohead, Creep

18 gennaio 2026

Piccoli momenti di felicità

"I giovani di oggi vogliono fare i soldi facili.
I giovani di oggi perdono tutto il loro tempo su tik tok e non combinano niente.
I giovani di oggi sono quelli che, a Crans-Montana, riprendevano tutto con il telefonino invece di scappare.
I giovani di oggi vanno tutti a scuola con i coltelli, come è successo a La Spezia.
I giovani di oggi sono quelli che fanno la lista degli stupri nei bagni delle scuole".

Tante volte, soprattutto su Facebook - che è per eccellenza il covo dei boomer - capita di leggere queste parole; la parola "telefonino" è un'affidabile spia linguistica che permette di individuare facilmente l'età del commentatore e la capacità di irritare che hanno le parole che scrive.
Altrettante volte invoco l'intervento della pietà cristiana per scacciare la tentazione di rispondere come vorrei al GianFurbo di turno, evitando così di iniziare una discussione infinita, e mi ripeto come un mantra il vecchio adagio popolare secondo cui non si può giocare a scacchi con un piccione, perché quello farà cadere tutti i pezzi, farà cacca sulla scacchiera, e poi se ne andrà impettito come se avesse vinto lui.

Probabilmente - anzi sicuramente - sarò fortunato io, ma la mia esperienza mi dice una cosa diversa.

Prendete un gruppo di 10 ragazzi.
Ambientate ciò che vi sto per dire nelle vicinanze di Firenze.
Immaginate questi ragazzi che si incontrano per ascoltare storie.

Sembra il Decameron ma non lo è: il gruppo sarà formato da 8 ragazze e 2 ragazzi (contro le 7 ragazze e i 3 ragazzi dell'opera di Boccaccio); non saremo in una villa di campagna ma in una biblioteca di città e le storie che ci racconteremo non saranno storie di mariti cornuti, di predicatori imbroglioni, di donne e uomini dalle grandi virtù ma parleremo di latino.
Ma soprattutto io non ho un decimo della capacità di raccontare storie che aveva il buon Giovanni e per ora non c'è la peste.

La mia mente, che non può mai smettere di partorire idee strampalate, la scorsa estate ha generato questo mostro: provare a organizzare un breve ciclo di incontri sulla letteratura latina rivolto alle ragazze e ai ragazzi della mia scuola il cui corso di studi non prevede questa materia.
Follia - direbbero appunto loro - e non escludo che qualcuno lo abbia fatto, considerando che tutto questo non serve a niente, non dà credito, sottrae tempo ad attività maggiormente gratificanti, persino allo studio,  e prolunga la loro permanenza tra le mura della scuola.
Per farla breve, propongo il corso prima alla mia Dirigente che accetta - e che inizio a sospettare sia più folle di me - e poi, con la stessa fiducia di chi cerca parcheggio in un centro commerciale il sabato pomeriggio, ai ragazzi. 
Incredibile dictu (non vi dico cosa significa perché sono un po' disgraziato, e voglio che utilizziate Google per fare una ricerca su parole latine) si iscrivono in dieci: il corso può iniziare.
Sorvolo sul mio entusiasmo, sulla mia - consueta - ansia da prestazione e sulla furia organizzativa che mi ha spinto ad usare Excel (capite? Un umanista che usa Excel è un abominio della natura) per mettere a punto ogni aspetto del corso: argomenti, materiali, luoghi e tempi. 

Perché sto raccontando tutto questo?
È la meraviglia che mi fa parlare: la meraviglia di vedere che niente è perduto, che non è vero che sta venendo su una generazione di ragazze e ragazzi disinteressati a tutto, che esiste un mondo diverso da quello che ci viene raccontato.
Finché ci saranno persone  - di qualsiasi età - che investono il proprio tempo in attività inutili, da cui non traggono un guadagno immediato ma che servono loro ad accrescere la propria cultura, saremo sempre un centimetro lontani dalla società descritta nel 1953 da Ray Bradbury in Fahrenheit 451 (di cui Mondadori ha pubblicato un'edizione fighissima per non comprare la quale, passando davanti ad una libreria, ho dovuto dire cinque avemaria e cinque padrenostro).
Nel bellissimo e inquietante romanzo distopico, ad un certo punto, si legge:

La vita è l’immediato, solo il lavoro è importante. Divertirsi ok, ma dopo il lavoro. Perché imparare qualcos’altro oltre a schiacciare bottoni, inserire chiavi, stringere bulloni e viti? [...] non dimenticarlo Montag, siamo una diga (i vigili del fuoco, ndr) contro quella piccola frontiera che vuole intristire il mondo con un conflitto di pensieri e teorie. Un libro è un’arma carica che un uomo può usare contro un altro uomo, per distruggere la sua felicità. Siamo i custodi della felicità del mondo e della pace delle nostri menti.

Finché qualcuno crederà che, come scriveva il padre Dante, non siamo stati fatti per vivere come bruti ma per seguir vertute e canoscenza e non siamo nati solo per schiacciare bottoni, inserire chiavi e stringere bulloni e viti, non smetterò di sperare.
Non smetterò di sperare finché qualcuno che crederà che i libri e la cultura non sono armi per distruggere la felicità altrui ma piuttosto mezzi per costruire nuovi mondi da abitare.
Non smetto di sperare e tutto ciò e incredibilmente bello e gratificante.
Mi immagino i libri, la cultura, come un albero di limoni, che protegge con la sua ombra e dà serenità con il suo profumo: e io cerco di viverci sotto.

Fool's garden, Lemon tree




11 gennaio 2026

Siate ribelli, siate grati

Ormai ogni giorno dell'anno c'è una ricorrenza.
Facendo un po' di sana retrotopia (termine che unisce le parole retro per indicare il passato e utopia per indicare una società ideale, quindi un modo figo per dire "ah quanto era bello prima"), facendo un po' di sana retrotopia, dicevo, potremmo dire che prima si festeggiavano solo la mamma, il papà, le donne e le Forze Armate. Poi si sono aggiunti i nonni, gli alberi, fino ad arrivare alla neve (16 gennaio), la carbonara (6 aprile), le ostriche (5 maggio), le emoji (17 luglio), lo squash (18 ottobre) e chi più ne ha più ne metta.

Oggi  - ho scoperto - si celebra la giornata mondiale del grazie: ovviamente la mia mente è andata subito ad una delle serie più geniali che la mente umana possa aver partorito, ovvero Boris (e se non l'avete vista, mollate tutto e rimediate immediatamente) in cui si celebrava una fantomatica festa del grazie (qui potete vedere la scena di cui parlo).
Ma mi sono ricordato anche di aver scritto un post a riguardo.
L'ho riletto e - miracolo - sono ancora d'accordo con quello che ho scritto più di due anni fa.
Un record per me ho qualche problema di incompatibilità con l'essere coerente.
Ve lo ripropongo perché credo fermamente che in una società fatta di uomini che non devono chiedere mai e di persone che credono che la maleducazione sia dimostrazione di personalità, una persona che ti ringrazia sorridendo e guardandoti negli occhi abbia ancora un potere immenso e stia facendo un vero gesto rivoluzionario.


L'unica cosa che è cambiata rispetto al post è che, questa volta, il Natale è già passato, lasciandomi più o meno illeso.
E provo un'infinita gratitudine anche per questo.

Gabriella Ferri, Grazie alla vita

04 gennaio 2026

Γλυκύπικρον

Prima la A14, poi la A25 e infine la A1.
Sono anni, ormai, che percorro in tre autostrade quegli oltre 650 km che separano la mia città di origine dalla città in cui vivo: quella strada me la sento tutta addosso, come se l'avessi costruita io, come se l'avessi dovuta asfaltare centimetro per centimetro.
È una sensazione stranissima quella del ritorno a casa: trovo sempre tutto uguale, come lo avevo lasciato quando sono partito. 
Come se il tempo non avesse potere sulle cose.

Sfoglio i libri dell'università - il manuale di storia greca su cui ho buttato sangue e quello di geografia, il mio primo esame - e ritrovo le mie sottolineature sbilenche, la mia grafia e le mie frustrazioni dell'epoca, quando non sapevo ancora cosa avrei fatto della mia vita (come se ora lo sapessi).
Sento quell'odore inconfondibile nell'aria, sulle lenzuola: non mi sono mai chiesto il perché e non so neppure se sia davvero così ma credo che l'odore, per la casa, sia ciò che le impronte digitali sono per l'uomo. Unico e riconoscibile tra milioni ma solo per chi in quella casa ha vissuto, pianto, riso, urlato e sussurrato, nascosto segreti e confidato verità.
Stupisco vedendo che non cambiano neppure le relazioni tra le persone che ci abitano: la mamma e il papà che ridono su tutto e si punzecchiano per ogni cosa, i loro borbottii incomprensibili, i loro compiti ben definiti, il loro reciproco lasciarsi spazi di manovra e di solitudine. Quello che è cambiato è che ormai tutto deve avvenire a voce più alta perché  - anche se non lo ammetteranno mai - iniziano entrambi a sentirci poco ed ogni tanto mi sembra di assistere a scene del teatro dell'assurdo. Non ne fanno una tragedia, bensì una commedia e credo sia uno degli insegnamenti che mi porterò dietro.
E tutto questo è dolce.

Non cambia niente, eppure cambia tutto.
Perché se il tempo non ha potere sulle cose, ce lo ha sulle persone.
Perché, nonostante siano diciannove anni che non abito più lì, ogni volta che, valigia in mano, sento che l'ascensore inizia a scendere e percepisco il rumore della porta di casa che si chiude, un nodo stringe la gola.
Perché la certezza che qualcosa cambierà - e cambierà inevitabilmente perché è il normale corso della vita - è difficile da affrontare.
Non riesco a impedire alla mente di concepire l'immagine di me che macino trafelato gli oltre 650 km dopo aver ricevuto una telefonata.
Pesa il pensiero che quella casa  - già troppo grande per due - un giorno sarà ancora più grande fino a diventare un ricordo ingombrante di cui bisognerà decidere cosa fare.
(Me li sto immaginando, mater e pater, che leggono queste righe, si lasciano andare a gesti apotropaici e poi dissertano per ore sul concetto di morte in filosofia e in letteratura. In realtà, dei gesti apotropaici non sono sicuro, mentre potrei scommettere un rene sulla discussione infinita)
E tutto questo è amaro.

È un sentimento che non trova parole quello che provo, eppure credo sia comune a tutti coloro che vivono lontano dal luogo in cui hanno le proprie radici, indipendentemente da quanto le si rinneghi e si sia cercato di esserne autonomi
C'è il calore della consuetudine e il freddo della consapevolezza, il dolce del sentimento e l'amaro della ragione.
In realtà una parola c'è, ed è γλυκύπικρον (glüküpikron).

È in uno dei testi di Saffo che si trova per la prima volta questo termine:

Di nuovo mi assilla Eros che scioglie le membra,
dolceamara invincibile creatura;
ma tu, o Atthis, ti sei stancata
di pensare a me e voli verso Andromeda

(Saffo, fr. 130 V., traduzione di Franco Ferrari)

La poetessa riferisce il termine dolceamaro a Eros, invincibile creatura: il contesto è chiaramente diverso, ma ciò che provo mentre scrivo queste righe ha un'ambivalenza che la parola riassume in maniera potente ed efficace, senza bisogno di aggiungere altro.

Lo so, avrei potuto anche citare Dolceamaro di Barbara d'Urso oppure il pregnante verso di Sal da Vinci (È un gusto dolce amaro tra rossetto e caffè) ma nominare Saffo fa un po' più figo.

The Verve, Bitter sweet symphony

28 dicembre 2025

Spegni quella luce

Ci pensavo ieri sera, mentre camminavo per le vie semideserte del centro della città in cui abito: passato il Natale, bisognerebbe togliere tutte le lucine che abbelliscono le case e le strade.
In questi giorni che non sono né rossi né neri, in queste ore sospese tra una festa e l'altra e che si percorrono come fa un acrobata sul filo sospeso a venti metri da terra tra cibo, parenti, rimpianti, chiacchiere e silenzi di cortesia, quelle luci un po' stonano.
Tralasciando i credenti - ma quelli veri, intendo, non quelli occasionali o quelli di convenienza o quelli che a Natale non si può non andare a messa - i credenti, dicevo, che nel Natale vedono il compimento di una promessa che ciclicamente (e contro ogni logica umana) si ripete ogni anno, quelle luci ci ricordano che l'attesa è finita.
E ora?

Le famiglie sparpagliate si sono riunite. E le domande scomode o le battute fuori luogo sono già arrivate.
La poesia imparata a scuola è stata recitata. Ricordo ancora l'imbarazzo che da bambino provavo nel mettermi in piedi sulla sedia a declamare versi che stillavano miele e buoni sentimenti da ogni sillaba.
I regali sono stati scartati. E già pensiamo a quanto potremo guadagnare rivendendo quell'orrendo paio di pantofole su Vinted.
Ai bambini ancora una volta è stato fatto credere che Babbo Natale ha ascoltato le loro richieste perché sono stati buoni.
Insomma, l'attesa è finita e tutto è compiuto.
È cambiato qualcosa? Probabilmente no.
Siamo più felici di prima? Probabilmente per qualche istante lo siamo stati.

Siamo pronti per metterci in attesa di qualcos'altro da attendere: l'inizio dell'anno nuovo.
E inevitabilmente mi tocca citare il buon Giacomo quando, nel Dialogo di un venditore d'almanacchi e di un passeggere, scrive:

Quella vita ch'è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll'anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice.

In questi giorni tra un'attesa compiuta e una da compiere, tra una speranza che forse si è trasformata in illusione e una in cui vogliamo ancora credere, non riesco a non ripensare a questo loop in cui sono, in cui forse siamo tutti.

Le cose raramente vanno come speriamo.
Le grandi attese spesso sono seguite da delusioni ancora più grandi. 
Le persone spesso si rivelano diverse da quelle che credevamo.
Eppure continuiamo a credere nel futuro, nell'ignoto, in ciò che sarà.
E ci crediamo proprio perché non lo vediamo.
E lo facciamo ostinatamente perché siamo consapevoli che il vero è brutto e che solo la facoltà immaginativa ci permette di vivere e di non lasciarci andare allo sconforto.
Vedrai vedrai, cantava Luigi Tenco, vedrai che cambierà. Forse non sarà domani ma un bel giorno cambierà.
 
Passato il Natale, bisognerebbe togliere tutte le lucine che abbelliscono le città. Oppure lasciarle tutti i giorni dell'anno per far sì che l'attesa e l'illusione non vengano mai meno.

Jeff Buckley, New year's prayer

21 dicembre 2025

Il fascino del limite

Ne parlavo l'altro giorno con C.
C. è indubbiamente una delle teste migliori che io abbia incontrato in questi venti anni di insegnamento: legge tanto, ha mille interessi - i più disparati - che approfondisce, accumula esperienze, costruisce futuri, ha una notevole accuratezza nello scegliere e nel porgere le parole.
C. è anche fortemente critica nei confronti di un sistema scolastico che la costringe a studiare cose che non le interessano: perché - mi dice - studiare tanta storia, tanta letteratura del passato quando c'è tutto il mondo contemporaneo che lei vorrebbe conoscere e saper interpretare?
A C. non interessa quindi della scuola e dei risultati scolastici: i voti sono numeri e la scuola è un freno alla sua voglia di conoscere. Può prendere quattro e nove nello stesso giorno, nella stessa materia e reagisce con la stessa divina indifferenza.
Superfluo parlare con lei della scuola che insegna a ragionare, perché sa già farlo - e molto bene -  da sola.
Superfluo anche spiegarle che le conoscenze scolastiche servono a costruire quel reticolato in cui inserire tutto ciò che si impara fuori da quelle mura e che è proprio al suo interno che tutto ciò che ci circonda assume un senso.
Confrontandomi con lei, mi viene in mente il concetto di limite.

Limes - il termine latino da cui deriva la parola limite - è etimologicamente connesso a limus che significa obliquo e indica una via traversa, un sentiero che fa da confine, da frontiera.
Il concetto di limite è respingente e attraente nello stesso tempo: può essere spiacevole l'idea di avere una strada da seguire, soprattutto quando ci sembra di avere praterie sconfinate solo per noi e pensiamo che andare in una direzione implichi una rinuncia a tutte le altre strade possibili.
Allo stesso tempo può essere rassicurante l'idea di percorrere strade già battute perché in questo modo ci sembra di diminuire significativamente le probabilità di perderci.

Ma c'è un altro aspetto che, secondo me, va considerato.
Se è vero, com'è vero, che il limite è ciò che distingue il noto dall'ignoto, il sé dall'altro da sé, il sì dal no, il giusto dallo sbagliato è altrettanto vero che quella strada che fa da frontiera è il punto in cui tutto converge: è la strada del possibile, è la soglia affacciandoci dalla quale vediamo tutto ciò che non pensavamo esistesse, tutto ciò a cui aspiriamo - forse proprio perché è al di là.
Percorrendo questa strada, anche restando al di qua del limite, possiamo accogliere tutto ciò che è altro e farlo diventare nostro, allargare un po' i nostri confini che talvolta ci appaiono così angusti, allentare quei nodi da cui ci sentiamo condizionati.
Restare nella strada segnata - pur provando costantemente ad allargarla, pur gettando un occhio al di là - è anche un esercizio di vita: possiamo, infatti, con coraggio infrangere i limiti imposti, proveremo una sensazione di libertà improvvisa ma in questi territori inizialmente sconosciuti troveremo o ci imporremo nuovamente dei confini da non valicare. Potremmo infrangere anche quelli, certo, ma la sensazione è che ne troveremmo altri e altri ancora. Perché l'uomo in quanto essere limitato - fosse anche solo da un punto di vista temporale - non può fuggire eternamente dal limite.

Limite è la siepe dell'Infinito di Leopardi, quella senza la quale non avrebbe mai immaginato i sovrumani silenzi e la profondissima quiete. Ma limite è anche il muro d'orto di Montale, quell'elemento invalicabile al di là del quale c'è la vita vera, il palpitare lontano di scaglie di mare.
La porta dell'Inferno di Dante (Per me si va nella città dolente) le colonne d'Ercole varcate da Ulisse, il molo che attende Eveline nell'omonimo racconto di Joyce sono tutti limiti.

Poi è suonata la campanella che ha segnato la fine dell'intervallo e della nostra conversazione: ancora una volta un confine.
Non so se sono riuscito a dare a C. una chiave di lettura utile, non so se queste parole la aiuteranno a guardare il limite con occhi diversi.
In fondo, sono convinto che il compito degli uomini non sia riuscire quanto piuttosto provare. E non posso dire di non averlo fatto, con tutti i miei limiti.

Roberto Vecchioni, Stranamore


Segnalati

"La Scuola [...] attua il principio d'una cultura del popolo, ispirata agli eterni valori della razza italiana e della sua civiltà...