22 febbraio 2026

Inviti superflui

È un periodo piuttosto difficile, questo.
Un periodo in cui nostalgici e nerboruti ragazzotti vogliono schedare docenti perché antifascisti (sono sempre pronto a lasciare i miei dati a chi volesse farlo); un periodo di consiglieri comunali, fratelli come Caino lo era per Abele, che propongono schedare scuole perché antifasciste (come se fosse qualcosa di disdicevole).
Un periodo in cui un bambino muore per un cuore bruciato e tutti si sentono in diritto di buttarsi sulla notizia come iene sulla carogna e pronunciano sentenze già definitive, individuando con certezza responsabilità e colpevoli, senza preoccuparsi minimamente del dolore della famiglia.
Docenti leucocriniti e ciuffodotati che fanno elargizione di voti in cambio di like e cuoricini.
Tiranni aranciocriniti e ciuffodotati che si improvvisano operatori di pace a pagamento.
Spesso mi sento senza parole e mi rifugio nei libri, nella letteratura che preserva l'umanità.
E, frugando, ho ritrovato questo racconto, tanto famoso - in una sua piccola parte - quanto ignoto nel suo intero svolgersi, a cui avevo dedicato un post diverso tempo fa.
Ma la bellezza va riproposta.

Mi capita talvolta di pensare al racconto che avrei voluto scrivere: non quello perfetto, senza sbavature, ma quello che mi risuona dentro. E il racconto è questo: Inviti superflui del mio adorato Dino Buzzati.
Spesso, sui social che tutto sminuzzano, si trovano solo le prime righe e l’idea che passa è che si tratti di un racconto d’amore. E invece, non lo è. O meglio lo è, ma è molto diverso da ciò che si potrebbe immaginare.
Ogni tanto bisogna farsi sovrastare dalla bellezza, senza troppe parole, senza troppi ragionamenti.
E spero che succeda a chi legge questo racconto così com’è successo a me.

Vorrei che tu venissi da me una sera d'inverno e, stretti insieme dietro i vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate, ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo. Per gli stessi sentieri fatati passammo infatti tu ed io, con passi timidi, insieme andammo attraverso le foreste piene di lupi, e i medesimi genii ci spiavano dai ciuffi di muschio sospesi alle torri, tra svolazzare di corvi. Insieme, senza saperlo, di là forse guardammo entrambi verso la vita misteriosa, che ci aspettava. Ivi palpitarono in noi, per la prima volta pazzi e teneri desideri. "Ti ricordi?" ci diremo l'un l'altro, stringendoci dolcemente, nella calda stanza, e tu mi sorriderai fiduciosa mentre fuori daran tetro suono le lamiere scosse dal vento. Ma tu - ora mi ricordo - non conosci le favole antiche dei re senza nome, degli orchi e dei giardini stregati. Mai passasti, rapita, sotto gli alberi magici che parlano con voce umana, né battesti mai alla porta del castello deserto, né camminasti nella notte verso il lume lontano lontano, né ti addormentasti sotto le stelle d'Oriente, cullata da piroga sacra. Dietro i vetri, nella sera d'inverno, probabilmente noi rimarremo muti, io perdendomi nelle favole morte, tu in altre cure a me ignote. Io chiederei "Ti ricordi?", ma tu non ricorderesti. 

Vorrei con te passeggiare, un giorno di primavera, col cielo di color grigio e ancora qualche vecchia foglia dell'anno prima trascinata per le strade dal vento, nei quartieri della periferia; e che fosse domenica. In tali contrade sorgono spesso pensieri malinconici e grandi; e in date ore vaga la poesia, congiungendo i cuori di quelli che si vogliono bene. Nascono inoltre speranze che non si sanno dire, favorite dagli orizzonti sterminati dietro le case, dai treni fuggenti, dalle nuvole del settentrione. Ci terremo semplicemente per mano e andremo con passo leggero, dicendo cose insensate, stupide e care. Fino a che si accenderanno i lampioni e dai casamenti squallidi usciranno le storie sinistre della città, le avventure, i vagheggiati romanzi. E allora noi taceremo sempre tenendoci per mano, poiché le anime si parleranno senza parola. Ma tu - adesso mi ricordo - mai mi dicesti cose insensate, stupide e care. Né puoi quindi amare quelle domeniche che dico, né l'anima tua sa parlare alla mia in silenzio, né riconosci all'ora giusta l'incantesimo delle città, né le speranze che scendono dal settentrione. Tu preferisci le luci, la folla, gli uomini che ti guardano, le vie dove dicono si possa incontrare la fortuna. Tu sei diversa da me e se venissi quel giorno a passeggiare, ti lamenteresti d'essere stanca; solo questo e nient'altro. 

Vorrei anche andare con te d'estate in una valle solitaria, continuamente ridendo per le cose più semplici, ad esplorare i segreti dei boschi, delle strade bianche, di certe case abbandonate. Fermarci sul ponte di legno a guardare l'acqua che passa, ascoltare nei pali del telegrafo quella lunga storia senza fine che viene da un capo del mondo e chissà dove andrà mai. E strappare i fiori dai prati e qui, distesi sull'erba, nel silenzio del sole, contemplare gli abissi del cielo e le bianche nuvolette che passano e le cime delle montagne. Tu diresti "Che bello!" Niente altro diresti perché noi saremmo felici; avendo il nostro corpo perduto il peso degli anni, le anime divenute fresche, come se fossero nate allora.  Ma tu - ora che ci penso - tu ti guarderesti intorno senza capire, ho paura, e ti fermeresti preoccupata ad esaminare una calza, mi chiederesti un'altra sigaretta, impaziente di fare ritorno. E non diresti "Che bello!", ma altre povere cose che a me non importano. Perché purtroppo sei fatta così. E non saremmo neppure per un istante felici. 

Vorrei pure - lasciami dire - vorrei con te sottobraccio attraversare le grandi vie della città in un tramonto di novembre, quando il cielo è di puro cristallo. Quando i fantasmi della vita corrono sopra le cupole e sfiorano la gente nera, in fondo alla fossa delle strade, già colme di inquietudini. Quando memorie di età beate e nuovi presagi passano sopra la terra, lasciando dietro di se una specie di musica. Con la candida superbia dei bambini guarderemo le facce degli altri, migliaia e migliaia, che a fiumi ci trascorrono accanto. Noi manderemo senza saperlo luce di gioia e tutti saran costretti a guardarci, non per invidia e malanimo; bensì sorridendo un poco, con sentimento di bontà, per via della sera che guarisce le debolezze dell'uomo. Ma tu - lo capisco bene - invece di guardare il cielo di cristallo e gli aerei colonnati battuti dall'estremo sole, vorrai fermarti a guardare le vetrine, gli ori, le ricchezze, le sete, quelle cose meschine. E non ti accorgerai quindi dei fantasmi, né dei presentimenti che passano, né ti sentirai, come me, chiamata a sorte orgogliosa. Né udresti quella specie di musica, né capiresti perché la gente ci guardi con occhi buoni. Tu penseresti al tuo povero domani e inutilmente sopra di te le statue d'oro sulle guglie alzeranno le spade agli ultimi raggi. Ed io sarei solo. E' inutile. Forse tutte queste sono sciocchezze, e tu migliore di me, non presumendo tanto dalla vita. Forse hai ragione tu e sarebbe stupido tentare. Ma almeno, questo sì almeno, vorrei rivederti. Sia quel che sia, noi staremo insieme in qualche modo, e troveremo la gioia. Non importa se di giorno o di notte, d'estate o d'autunno, in un paese sconosciuto, in una casa disadorna, in una squallida locanda. Mi basterà averti vicina. Io non starò qui ad ascoltare - ti prometto - gli scricchiolii misteriosi del tetto, né guarderò le nubi, né darò retta alle musiche o al vento. Rinuncerò a queste cose inutili, che pure io amo. Avrò pazienza se non capirai ciò che ti dico, se parlerai di fatti a me strani, se ti lamenterai dei vestiti vecchi e dei soldi. Non ci saranno la cosiddetta poesia, le comuni speranze, le mestizie così amiche all'amore. Ma io ti avrò vicina. E riusciremo, vedrai, a essere abbastanza felici, con molta semplicità, uomo e donna solamente, come suole accadere in ogni parte del mondo. 

Ma tu - adesso ci penso - sei troppo lontana, centinaia e centinaia di chilometri difficili a valicare. Tu sei dentro a una vita che ignoro, e gli altri uomini ti sono accanto, a cui probabilmente sorridi, come a me nei tempi passati. Ed è bastato poco tempo perché ti dimenticassi di me. Probabilmente non riesci più a ricordare il mio nome. Io sono ormai uscito da te, confuso tra le innumerevoli ombre. Eppure non so pensare che a te, e mi piace dirti queste cose. 

Francesco de Gregori, Rimmel



15 febbraio 2026

Un'enorme pupazzata

Ogni tanto capita.
Capita che ci colga improvvisa la consapevolezza di una mancata sintonia tra ciò che siamo e ciò che professiamo, tra ciò che raccontiamo di essere stati e ciò che siamo stati realmente.
Ci pensavo qualche giorno fa mentre stavo facendo una delle mie solite chilometriche raccomandazioni a quegli sventurati che incidentalmente frequentano le aule scolastiche nelle stesse ore in cui le frequento io, anche noti come "i miei alunni".
Raccomandavo loro di non ridursi all'ultimo giorno per studiare, di prendere appunti, di non imparare a memoria e blablablablablabla (immagino sia giunto questo alle loro orecchie dopo i primi 25 secondi di attenzione).
Ma poi mi sono chiesto: com'ero io alla loro età?
E la risposta è stata che spesso ci dimentichiamo che anche noi, messi nelle stesse condizioni, abbiamo reagito - e forse reagiremmo ancora - nello stesso modo.

Ricordo gli esercizi fatti a metà con l'ineffabile R., compagna di banco e di merende (travestite da studiamo matematica insieme così magari ci capiamo qualcosa). Avevamo affinato una precisissima tecnica di scambio di quaderni tale da sfuggire al controllo da parte dei nostri docenti, figure mitologiche a metà strada tra Cerbero e un agente del KGB.
Lo studio matto e disperatissimo di centinaia di pagine di storia per il giorno dopo perchè se studio con troppo anticipo le cose poi non me le ricordo; la povera Mater costretta a tour de force di ore di ripassi in cui facevo una confusione assurda di nomi, date, case, libri, auto, viaggi, fogli di giornale: se ci ripenso mi sembra ancora strano di non aver mai avuto storia da recuperare a settembre. Misteri su cui è preferibile non indagare.
Le versioni di latino malamente copiate dai traduttori del Pater con il piccolo inconveniente che, in alcuni casi, si trattava di testi con traduzioni piuttosto datate; per questo motivo, quando mi toccava leggere le mie versioni in classe, dovevo millantare la conoscenza di parole il cui significato mi era totalmente oscuro, declamandole, però, con una sicumera degna di Vittorio Gassman.

Con un impercettibile spirito anticlericale, la mia nonna materna diceva nel suo dialetto (che per me è ancora la lingua madre) fa' quello che il prete dice, non fare quello che il prete fa come a dire che ad ispirarci devono essere le parole della persona che individuiamo come guida, più che le sue azioni.
Tutti, sempre, recitiamo dei ruoli piuttosto rigidi in quella enorme pupazzata che è la vita (come diceva Luigi Pirandello) e allontanarci da questi ruoli rischia di creare delle crepe in quel sistema codificato e di semplice comprensione che sono i rapporti umani.
Talvolta, però, siamo illuminati dalla consapevolezza che diciamo certe cose solo perché il nostro ruolo ce lo impone o perché diamo vita alla ripetizione di un meccanismo che - diciamolo - ci illudiamo che funzioni ma sappiamo che non funziona: è scientificamente provato che dire ad una studentessa o a uno studente non ridurti all'ultimo giorno per prepararti all'interrogazione non anticiperà di un solo minuto l'apertura dei libri da parte dello stesso.
Quando me ne rendo conto, quando ripenso a me adolescente, sorrido con un po' di tenerezza. E taccio.

Smashing Pumpkins, 1979


08 febbraio 2026

Le vite degli altri

Amo il silenzio della domenica mattina, il buio, il caffè bevuto senza pensare a niente, senza impegni da programmare, persone da incontrare, matasse da sciogliere.
Mi siedo alla mia scrivania per studiare qualcosa e correggere compiti.
Mi volto verso la finestra da cui intravedo la sagoma dell'albero di mimose ormai in fiore.
Qualcosa mi distrae. Mi alzo e guardo fuori.

Da una finestra del palazzo di fronte si vede una luce.
Un po' sono geloso: vorrei che questo momento fosse solo mio.
Un po' mi sento meno solo: c'è qualcuno che con cui condividere questo segreto.
Mi piace immaginare le vite degli altri, guardare le sagome che si muovono dietro le finestre come delle ombre cinesi.
Mi piace intuire le loro azioni.

Qualcuno è in cucina: prepara un pranzo. Avrà una famiglia? Sarà solo? Magari è il suo primo o il suo ultimo pasto in quella casa.
Due persone sono sedute su un letto: vedo le loro sagome vicine. Cosa si staranno dicendo? Saranno sinceri l'uno con l'altro? Staranno organizzando stancamente la giornata, tra impegni, scadenze, incombenze o - per citare Lucio Dalla - si scambiano la pelle, parlandosi di amore?
Altrove c'è chi si muove da una stanza all'altra: sembra agitato. Forse sta sistemando le ultime cose per una partenza improvvisa (e voluta? Chissà) oppure sta ultimando i preparativi per una sorpresa che renderà felice qualcuno.

Mi piace guardare e non sentire: non siamo a maggio, non c'è la voce di Silvia che risuona nelle strade e che Giacomo ascolta dopo aver abbandonato le sudate carte. Le finestre sono chiuse e posso solo immaginare i bisbigli, i rumori soffocati, gli scricchiolii, i colpi di tosse che interrompono per pochi istanti il silenzio fitto che avvolge tutti. 

Mi torna in mente Giovanni Pascoli, che, da lontano osserva ciò che avviene in una casa. E in quello scrutare e nelle parole che usa per descriverlo c'è tutta la sofferenza di chi ha la consapevolezza di essere un escluso:

E s’aprono i fiori notturni,
nell’ora che penso ai miei cari.
Sono apparse in mezzo ai viburni
le farfalle crepuscolari.

Da un pezzo si tacquero i gridi:
là sola una casa bisbiglia.
Sotto l’ali dormono i nidi,
come gli occhi sotto le ciglia.

Dai calici aperti si esala
l’odore di fragole rosse.
Splende un lume là nella sala.
Nasce l’erba sopra le fosse.

Un’ape tardiva sussurra
trovando già prese le celle.
La Chioccetta per l’aia azzurra
va col suo pigolio di stelle.

Per tutta la notte s’esala
l’odore che passa col vento.
Passa il lume su per la scala;
brilla al primo piano: s’è spento...

È l’alba: si chiudono i petali
un poco gualciti; si cova,
dentro l’urna molle e segreta,
non so che felicità nuova.

La luce del giorno ormai sta vincendo sul buio, le strade ricominciano a rianimarsi, la casa riprende vita. È il momento di tornare a vivere la vita. La mia.




01 febbraio 2026

Segnalati

"La Scuola [...] attua il principio d'una cultura del popolo, ispirata agli eterni valori della razza italiana e della sua civiltà".
Correva l'anno 1939 e l'allora ministro dell'Educazione Nazionale Giuseppe Bottai elencava in un documento chiamato "Carta della Scuola" i "principi, fini, metodi della scuola fascista", il primo dei quali era quello riportato poco più su. 
La scuola ispirata ai valori della razza italiana e della sua civiltà. È questo, forse, che avevano in mente i promotori dell'iniziativa di segnalazione dei docenti di sinistra che tanto clamore ha suscitato in questi giorni? Segnalare chi sottolinea la matrice antifascista della Costituzione italiana? O chi evidenzia che certe scelte attuate dal governo in carica richiamano posizioni che solleticano i nostalgici del Ventennio?
E qual è lo scopo di queste segnalazioni? Intimidazione, certo, ma anche voglia di dimostrare che, in questo preciso momento storico, c'è una sorta di impunità per coloro che propongono liste di proscrizione in cui inserire coloro che la pensano in maniera diversa dagli attuali governanti.
Partiamo da un presupposto: la scuola non fa politica, la scuola è politica.

La scuola è politica nel senso che ha il compito di formare cittadine e cittadini della polis, dello Stato. E come può avvenire la formazione senza una riflessione critica sul passato e sul presente? 
Una cosa è fare proselitismo, imporre ideologie, fare politica; altro è provare a ragionare sul presente anche sfruttando le conoscenze del passato, per rendere palesi gli inganni, il non detto, le bugie che qualunque propaganda politica porta con sé.
Devo essere segnalato se, leggendo la Germania di Tacito, dico che, diversamente da quanto hanno sostenuto i nazisti, i Romani non erano affatto ammirati dalla purezza della razza germanica, legata, secondo loro, al fatto che nella Foresta Nera non voleva andarci nessuno? E se dico che quei Romani, il cui impero era al centro del Mediterraneo, individuavano il proprio capostipite in Enea, un asiatico, profugo e sconfitto ed erano consapevoli che le migrazioni erano un elemento di arricchimento, arrivando anche a teorizzare l'uguaglianza di tutti gli uomini, schiavi e liberi, romani e stranieri?
Devo essere segnalato se, rimanendo nel mondo classico, sottolineo il fatto che la frase ubi solitudinem faciunt, pacem appellant (fanno un deserto e lo chiamano pace) con cui, sempre in Tacito, viene denunciato l'atteggiamento dell'Impero romano che devasta la Britannia, non può non ricordare l'atteggiamento del presidente degli Stati Uniti, la sua estrema violenza e la boria che lo portano a desiderare per sé il Nobel per la pace?

La scuola deve essere palestra di dialettica: una delle prime cose che insegno alle mie alunne e ai miei alunni è proprio questa, ovvero alzare la mano quando qualcosa non li convince nelle mie parole.
Nessuno ha la verità assoluta in tasca - o almeno io sono sicuro di non avercela - e questo può e deve spingere al confronto e all'espressione delle proprie opinioni; quando vedo una mano alzata in classe (e non è per chiedere di andare in bagno, come avviene nel 95% dei casi) e mi sento dire non sono d'accordo provo un profondo moto di orgoglio. Orgoglio perché, almeno in minima parte, sono riuscito a scardinare l'idea che i professori hanno il coltello dalla parte del manico e quindi non è conveniente esprimere un'opinione diversa dalla loro; orgoglio perché per spingere qualcuno ad esprimere una propria idea significa che questa persona prova interesse nei confronti di ciò di cui si sta parlando in quel momento (e credo che il vero cancro della società sia proprio la mancanza di interesse). Oltre all'orgoglio, provo anche un po' meno sfiducia nel futuro quando sento ragazze e ragazzi - non tutti e non sempre, sia chiaro - che riescono ad argomentare la propria idea - divergente o critica quanto si voglia rispetto alla mia o a quella più diffusa - in maniera costruttiva, evitando frasi del tipo tu sostieni un'idea diversa dalla mia perché non capisci niente.

Se è questo che va segnalato, segnalatemi pure. Le mie generalità le conoscete. 

Caparezza, Avrai ragione tu

25 gennaio 2026

Giochi pericolosi

Un voce gracchia dal citofono."Chi è?"
"Sono io"
La serratura del portone che scatta.
Salgo per le scale, evitando di toccare la moquette marrone e sdrucita in più punti che campeggia sulle pareti del mio palazzo (sì, nel palazzo c'è la moquette sulle pareti, mi sono sempre chiesto il perché).
La porta di casa si apre: la sigla del Tg1 rimbomba nelle scale, c'è profumo di brodo, il pranzo del lunedì.
"Ciao, ma'. Ciao, pa'" urlo mentre semino in giro per casa ciò che ho addosso.
Sono uno dei pochi che ha sempre entrambi i genitori a casa per pranzo.
Una fortuna, ma allora non lo avrei mai detto.
"Com'è andata oggi a scuola?"
"Bene"
"Cos'hai fatto?"
"Niente"
Allora non c'era il registro elettronico: le assenze e le insufficienze si potevano nascondere senza difficoltà.
Poi arriva la domanda: "La professoressa ha riportato il compito?"
A quel punto sono spalle al muro.
"Sì, ho preso [borbottio indistinguibile]"
"Cosa? Non ho capito"
"Ho preso 4".
E lì, tra le mie mille giustificazioni e i loro vari "E [x] quanto ha preso?", "Potevi fare meglio","Ieri non hai ripassato", finisco il pranzo, ma dentro di me sento di aver deluso i miei.
Deludere: una condanna che spesso ci autoinfliggiamo  
Deludere: un verbo dall'etimologia amaramente ironica.

Ludere in latino significa giocare. Lo troviamo nella parola illudere (a cui avevo dedicato un post che, se vi punge vaghezza, potete leggere qui) e in quel caso l'etimologia è piuttosto comprensibile perché, illudendo qualcuno, ce ne prendiamo gioco: creiamo una situazione inesistente e trasciniamo l'altro nella nostra rete.
Ma quando deludiamo qualcuno, in cosa consiste il gioco?
La delusione è il sentimento di amarezza che scaturisce dal constatare che la realtà non corrisponde alle aspettative: deludere qualcuno significa che il gioco è stato svelato, la realtà, ritenuta vera ma forse inesistente, è crollata; la persona delusa esce dal gioco (il prefisso de indica proprio un allontanamento) e noi non possiamo far altro che vedere la sua figura farsi sempre più piccola.

Spesso, però, la delusione nasce indipendentemente da noi, che siamo a nostra volta vittime di quello stesso gioco.
Succede che gli altri costruiscano un mondo per noi e noi lo arrediamo, lo abitiamo e non ci preoccupiamo se quello sia davvero il modo e il mondo in cui desideriamo vivere: non vogliamo deludere aspettative e siamo disposti a mettere in secondo piano la nostra natura se questa non coincide con l'immagine che gli altri hanno di noi. Giuste sono le parole che diciamo, le azioni che compiamo, giusti sono persino i pensieri che concepiamo: giusti nel senso di adatti, adeguati, attesi.
Quando, però, disegniamo nuove geografie, varchiamo i confini di questo mondo o lo abbandoniamo, veniamo accusati di aver deluso, come se qualcuno stesse scattando una foto in strada e un passante ignaro ne attirasse le ire per essere uscito da un'inquadratura in cui magari non voleva neppure esserci.

Altre volte le aspettative degli altri su cui noi ci modelliamo esistono solo nella nostra testa oppure ci poniamo obiettivi che, realisticamente, sono al di fuori della nostra portata, ci imponiamo modelli di comportamento che vediamo come socialmente utili o vincenti anche quando sono lontani dai nostri desideri.
Prigionieri e carcerieri, come scrive la poetessa Margherita Guidacci:

Se il muro fosse di pietra e non d’aria,
se attraverso il muro non si toccassero gli alberi,
se le alte sbarre d’ombra che ti rigano l’anima
fossero l’ombra di vere sbarre a cui potersi aggrappare,
se ricordassi lo scatto d’una porta che si chiude
alle tue spalle e il tintinnìo delle chiavi
alla cintura del carceriere che si allontana:
quale sollievo ne avresti nell’orrore!
Perché ciò che si chiude può tornare ad aprirsi,
la rocca più imponente può essere distrutta.
Ma dove sei non è porta, e nessuna porta s’aprirà.
E non è muro: nessun muro sarà abbattuto.
Le sbarre d’ombra sono le vere sbarre,
non saranno divelte. Tu confini con l’aria,
tocchi gli alberi, cogli i fiori, sei libera,
e sei tu stessa la tua prigione che cammina.

Restando nell'ambito del gioco - e di questa immagine sono debitore a C., ormai mia figura filosofica di riferimento - potremmo imparare a considerarci meno come tessere di un puzzle, costretti ad avere una determinata forma per incastrarci perfettamente con le altre tessere e per formare un quadro complessivo prestabilito, e più come mattoncini Lego. Colorati, consapevoli di essere utili ma non indispensabili, pronti a dare vita a forme nuove, non prestabilite, a mettere in discussione tutto per ricominciare da capo infinite volte e ad assumere una forma inattesa ogni volta che quella vecchia non ci soddisfa, rimanendo, però, sempre fedeli a noi stessi.

Radiohead, Creep

18 gennaio 2026

Piccoli momenti di felicità

"I giovani di oggi vogliono fare i soldi facili.
I giovani di oggi perdono tutto il loro tempo su tik tok e non combinano niente.
I giovani di oggi sono quelli che, a Crans-Montana, riprendevano tutto con il telefonino invece di scappare.
I giovani di oggi vanno tutti a scuola con i coltelli, come è successo a La Spezia.
I giovani di oggi sono quelli che fanno la lista degli stupri nei bagni delle scuole".

Tante volte, soprattutto su Facebook - che è per eccellenza il covo dei boomer - capita di leggere queste parole; la parola "telefonino" è un'affidabile spia linguistica che permette di individuare facilmente l'età del commentatore e la capacità di irritare che hanno le parole che scrive.
Altrettante volte invoco l'intervento della pietà cristiana per scacciare la tentazione di rispondere come vorrei al GianFurbo di turno, evitando così di iniziare una discussione infinita, e mi ripeto come un mantra il vecchio adagio popolare secondo cui non si può giocare a scacchi con un piccione, perché quello farà cadere tutti i pezzi, farà cacca sulla scacchiera, e poi se ne andrà impettito come se avesse vinto lui.

Probabilmente - anzi sicuramente - sarò fortunato io, ma la mia esperienza mi dice una cosa diversa.

Prendete un gruppo di 10 ragazzi.
Ambientate ciò che vi sto per dire nelle vicinanze di Firenze.
Immaginate questi ragazzi che si incontrano per ascoltare storie.

Sembra il Decameron ma non lo è: il gruppo sarà formato da 8 ragazze e 2 ragazzi (contro le 7 ragazze e i 3 ragazzi dell'opera di Boccaccio); non saremo in una villa di campagna ma in una biblioteca di città e le storie che ci racconteremo non saranno storie di mariti cornuti, di predicatori imbroglioni, di donne e uomini dalle grandi virtù ma parleremo di latino.
Ma soprattutto io non ho un decimo della capacità di raccontare storie che aveva il buon Giovanni e per ora non c'è la peste.

La mia mente, che non può mai smettere di partorire idee strampalate, la scorsa estate ha generato questo mostro: provare a organizzare un breve ciclo di incontri sulla letteratura latina rivolto alle ragazze e ai ragazzi della mia scuola il cui corso di studi non prevede questa materia.
Follia - direbbero appunto loro - e non escludo che qualcuno lo abbia fatto, considerando che tutto questo non serve a niente, non dà credito, sottrae tempo ad attività maggiormente gratificanti, persino allo studio,  e prolunga la loro permanenza tra le mura della scuola.
Per farla breve, propongo il corso prima alla mia Dirigente che accetta - e che inizio a sospettare sia più folle di me - e poi, con la stessa fiducia di chi cerca parcheggio in un centro commerciale il sabato pomeriggio, ai ragazzi. 
Incredibile dictu (non vi dico cosa significa perché sono un po' disgraziato, e voglio che utilizziate Google per fare una ricerca su parole latine) si iscrivono in dieci: il corso può iniziare.
Sorvolo sul mio entusiasmo, sulla mia - consueta - ansia da prestazione e sulla furia organizzativa che mi ha spinto ad usare Excel (capite? Un umanista che usa Excel è un abominio della natura) per mettere a punto ogni aspetto del corso: argomenti, materiali, luoghi e tempi. 

Perché sto raccontando tutto questo?
È la meraviglia che mi fa parlare: la meraviglia di vedere che niente è perduto, che non è vero che sta venendo su una generazione di ragazze e ragazzi disinteressati a tutto, che esiste un mondo diverso da quello che ci viene raccontato.
Finché ci saranno persone  - di qualsiasi età - che investono il proprio tempo in attività inutili, da cui non traggono un guadagno immediato ma che servono loro ad accrescere la propria cultura, saremo sempre un centimetro lontani dalla società descritta nel 1953 da Ray Bradbury in Fahrenheit 451 (di cui Mondadori ha pubblicato un'edizione fighissima per non comprare la quale, passando davanti ad una libreria, ho dovuto dire cinque avemaria e cinque padrenostro).
Nel bellissimo e inquietante romanzo distopico, ad un certo punto, si legge:

La vita è l’immediato, solo il lavoro è importante. Divertirsi ok, ma dopo il lavoro. Perché imparare qualcos’altro oltre a schiacciare bottoni, inserire chiavi, stringere bulloni e viti? [...] non dimenticarlo Montag, siamo una diga (i vigili del fuoco, ndr) contro quella piccola frontiera che vuole intristire il mondo con un conflitto di pensieri e teorie. Un libro è un’arma carica che un uomo può usare contro un altro uomo, per distruggere la sua felicità. Siamo i custodi della felicità del mondo e della pace delle nostri menti.

Finché qualcuno crederà che, come scriveva il padre Dante, non siamo stati fatti per vivere come bruti ma per seguir vertute e canoscenza e non siamo nati solo per schiacciare bottoni, inserire chiavi e stringere bulloni e viti, non smetterò di sperare.
Non smetterò di sperare finché qualcuno che crederà che i libri e la cultura non sono armi per distruggere la felicità altrui ma piuttosto mezzi per costruire nuovi mondi da abitare.
Non smetto di sperare e tutto ciò e incredibilmente bello e gratificante.
Mi immagino i libri, la cultura, come un albero di limoni, che protegge con la sua ombra e dà serenità con il suo profumo: e io cerco di viverci sotto.

Fool's garden, Lemon tree




11 gennaio 2026

Siate ribelli, siate grati

Ormai ogni giorno dell'anno c'è una ricorrenza.
Facendo un po' di sana retrotopia (termine che unisce le parole retro per indicare il passato e utopia per indicare una società ideale, quindi un modo figo per dire "ah quanto era bello prima"), facendo un po' di sana retrotopia, dicevo, potremmo dire che prima si festeggiavano solo la mamma, il papà, le donne e le Forze Armate. Poi si sono aggiunti i nonni, gli alberi, fino ad arrivare alla neve (16 gennaio), la carbonara (6 aprile), le ostriche (5 maggio), le emoji (17 luglio), lo squash (18 ottobre) e chi più ne ha più ne metta.

Oggi  - ho scoperto - si celebra la giornata mondiale del grazie: ovviamente la mia mente è andata subito ad una delle serie più geniali che la mente umana possa aver partorito, ovvero Boris (e se non l'avete vista, mollate tutto e rimediate immediatamente) in cui si celebrava una fantomatica festa del grazie (qui potete vedere la scena di cui parlo).
Ma mi sono ricordato anche di aver scritto un post a riguardo.
L'ho riletto e - miracolo - sono ancora d'accordo con quello che ho scritto più di due anni fa.
Un record per me ho qualche problema di incompatibilità con l'essere coerente.
Ve lo ripropongo perché credo fermamente che in una società fatta di uomini che non devono chiedere mai e di persone che credono che la maleducazione sia dimostrazione di personalità, una persona che ti ringrazia sorridendo e guardandoti negli occhi abbia ancora un potere immenso e stia facendo un vero gesto rivoluzionario.


L'unica cosa che è cambiata rispetto al post è che, questa volta, il Natale è già passato, lasciandomi più o meno illeso.
E provo un'infinita gratitudine anche per questo.

Gabriella Ferri, Grazie alla vita

Inviti superflui

È un periodo piuttosto difficile, questo. Un periodo in cui nostalgici e nerboruti ragazzotti vogliono schedare docenti perché antifascisti ...