29 ottobre 2023

Dimmi la verità

Sono lì, seduti o appoggiati di fronte a Tommaso. Non hanno neppure il coraggio di guardarlo in faccia mentre gli dicono che all'uscita del cinema hanno visto Cecilia, la sua ex ragazza di cui è ancora innamorato, mentre baciava ed abbracciava un altro, un bel ragazzo con la motocicletta e il foulard. A quel punto, Tommaso dice: "Perché siete così sinceri con me? Cosa vi ho fatto di male?" e quando si sente rispondere che loro gli stanno dicendo la verità per il suo bene, lui ribatte: "E chi vi ha chiesto niente? Queste non sono cose che si dicono in faccia. Queste sono cose che si dicono alle spalle dell'interessato, si sono sempre dette alle spalle. Ma chi vi ha chiesto niente?"

Credo di aver visto decine di volte questa scena (chi è curioso può vederla qui) tratta da "Pensavo fosse amore invece era un classe", film citato letteralmente a memoria da me e dalla mia grande sorella che condivide con me questa passione insana al limite del maniacale, che ha come protagonisti Massimo Troisi, Francesca Neri e Marco Messeri e che si conclude con un'altra considerazione che, con la sua ironia, tocca una verità profonda: 
"Io non è che sono contrario al matrimonio solo che... non lo so, un uomo e una donna siano le persone meno adatte a sposarsi tra loro... troppo diversi"

Ritorno alla considerazione iniziale sulla sincerità.

In questo tempo in cui, nonostante l'enorme sviluppo dei mezzi di comunicazione, comunicare è diventato estremamente faticoso, in cui parlarsi guardandosi negli occhi sembra quasi una scelta di resistenza rispetto alle sirene dei messaggi vocali e della messaggistica di Whatsapp, quale valore ha la sincerità? Ti dico una cosa ma senza guardarti negli occhi. Perché? Magari per paura delle tue reazioni, perché non mi sento pronto ad affrontare le conseguenze delle mie parole, perché è più rassicurante fare un monologo, per paura delle mie stesse emozioni. Certo che, in questo modo, il concetto di comunicare, ovvero mettere in comune è sicuramente depotenziato dalla mancanza di un'interazione diretta che - forse - stiamo perdendo la capacità di gestire.

Ma soprattutto quanto c'è di vero nelle parole di Tommaso/Troisi? Quanto può far male sentirsi dire la verità? E soprattutto, siamo sempre pronti ad ascoltarla e ad accoglierla?
Tommaso, in questo caso, non lo era e quasi rimprovera gli amici, i suoi amici di una vita, di essere stati troppo sinceri con lui e davvero mi sembra una protesta condivisibile: non voleva sentirsi dire come stavano le cose ma gli amici, proprio in virtù del sentimento che li lega a lui, non ne hanno potuto fare a meno.
Se sia giusto o sbagliato io non saprei dirlo.
So che, certe volte, anzi spesso, anzi sempre, bisognerebbe davvero pesare ad una ad una le parole rivolte agli altri, non per falsità o per cortesia ma per cercare di limitare i danni che le parole, bombe in attesa di deflagrare, possono fare.

Questo ce lo imporrebbe quel sentimento di umanità che dovrebbe esserci connaturato ma anche l'educazione, su cui mi tornano in mente le parole scritte da Michela Murgia in Utero in affido, uno dei racconti contenuti in Tre ciotole:

La buona educazione è addestramento alla finzione, a dire che stai bene anche se non è vero, perché in realtà nessuno vuol davvero sapere che quel giorno hai la diarrea o il reflusso. Educazione è affermare che sei lieta di fare una cosa che non vorresti fare per niente. È sorridere a qualcuno a cui vorresti spaccare la faccia, altrimenti andremmo tutti in giro con i connotati scomposti dalle botte. Il senso di responsabilità nasce dal fatto che ogni ipocrisia mancata genera conseguenze, ma il bambino il problema delle conseguenze non ce l'ha.

Se questa sincerità non mediata dall'educazione è comprensibile nei bambini (che un vecchio adagio definisce bocca della verità), lo è sicuramente meno negli adulti. Quante volte dietro  un ma io sono sincero! si cela quella mancanza di educazione che fa dimenticare di filtrare i pensieri, gettando addosso agli altri il proprio veleno che, di tanto in tanto, ha bisogno di sgorgare con violenza per far sì che chi lo ha dentro non imploda.

A proposito di bugie e di bambini mi viene in mente un episodio che ogni volta mi stringe il cuore.

Sono in quarta elementare e la maestra, la mia maestra Rosa - capelli biondi, occhi azzurri, sguardo dolce e un accento a me familiare, lo stesso della nonna da cui imparato la lingua madre - ci dà da fare una composizione sul colore verde.
A casa scrivo un tema in cui descrivo il tragitto che percorro per andare da casa a scuola soffermandomi su tutto ciò che di verde trovo, riuscendo ad individuare anche le sfumature di verde: ricordo in particolare di qualcosa che avevo descritto di colore verde oliva che ora non saprei neppure distinguere.
Arriva il momento della correzione: leggo il tema ad alta voce. 
La maestra mi dice che il tema è molto bello e mi chiede se mi abbia aiutato qualcuno a scriverlo.
Non poteva accettare che un testo così fosse stato scritto da un bambino di 9 anni.
Forse non potevo accettarlo neanche io.
Dico che sì, mi hanno aiutato i miei genitori (anche se non era vero).
La presunta verità è ristabilita grazie alla mia bugia,  ma io a 35 anni di distanza ci penso ancora (e non solo perché ho ricevuto più volte il primo premio nel campionato dei rimuginatori seriali).
Perché l'ho detta? Per non deludere la maestra, per non doverle far accettare una cosa che andava oltre il suo modo di pensare. Una bugia bianca per non essere troppo sincero con lei.  

Pino Daniele, Quando

22 ottobre 2023

Grande meraviglia

Ancora una volta parlo di libri, pagine che descrivono personaggi e situazioni che iniziano a diventare parte integrante della vita di chi dà loro vita leggendoli, pensieri e parole di cui pian piano il lettore si appropria.

"Grande meraviglia": titolo più calzante di questo era difficile da immaginare.
Meraviglia come il cognome di uno dei protagonisti, ma anche come il sentimento - ammesso che la meraviglia lo sia - che suscita questa storia, individuale e corale, in cui con estrema delicatezza si tratta di un tema potente: la salute mentale.
Meraviglia come quella suscitata da Viola Ardone che, usando un linguaggio semplice ma chirurgico e mai retorico, dà vita a personaggi umani, molto umani e allo stesso tempo simbolici: li vedi muoversi davanti ai tuoi occhi, provi simpatia - in senso etimologico - per loro, ne condividi i pensieri, le parole, le opere e le omissioni.
Una storia lunga 37 anni (dal 1982 al 2019) in cui si dipanano e si intrecciano le vite di donne e uomini che proprio grazie a questi intrecci riescono a dare un senso - per quanto provvisorio - alla propria esistenza. 

Fausto Meraviglia. un padre che sembra assolutamente inadatto a fare il padre (e forse lo è) ma è in grado di analizzare sè stesso e i propri comportamenti; un dottore che vuole davvero aiutare i pazzi del Fascione. Lui che ritiene che tante cose, tanti valori universalmente condivisi che ricordano i lanternoni di pirandelliana memoria, siano sopravvalutate; lui che invita a non proiettare e cerca di giustificare tutto con Edipo (e sembra di sentire il dottor S. così com'era descritto da Zeno Cosini ne La coscienza di Zeno di Italo Svevo); lui che si sente solo dopo una vita in cui ha tanto amato ed è stato tanto amato. 
Non ricorda (o finge di non ricordare) i nomi, fa ipotesi - sbagliate - sulle vite degli altri a cui vorrebbe imporre una direzione, ha un solo amico e insegna le parolacce sl suo assistente vocale. A volte lo vorresti prendere a schiaffi, altre volte lo vorresti abbracciare teneramente e rassicurarlo dicendogli che va tutto bene.

Elba, una bambina che porta il nome del fiume del nord e che ha la sventura di nascere in un manicomio, che lei chiama mezzomondo, che trova nella poesia la propria forma di espressione privilegiata, che deve la sua formazione alle Suore Culone. Analizza i matti, appunta le proprie diagnosi su un diario e nel frattempo cerca: cerca disperatamente la sua Mutti, cerca disperatamente di dare un senso alla propria esistenza e alla propria sofferenza, cerca l'approvazione degli altri, cerca l'amore.

E poi la famiglia di Fausto: Elvira, la moglie che lo abbandona per un altro e che lui non riesce a capire dopo averla tradita per una vita; il figlio Mattia che, novello Sant'Agostino, dopo una vita dissoluta si fa prete e che lui non riesce a capire perché gli sembra che sprechi la sua bellezza; la figlia Vera, che, dopo una vita di ribellione, decide di percorrere la strada che il padre aveva immaginato per lei e che lui non riesce a capire, proiettando su di lei la propria vita e pensandola impegnata in qualche relazione amorosa clandestina quando il mercoledì pomeriggio lascia a casa del nonno il proprio figlio Chiappariello

A fare da cornice e a regalare piccoli ma preziosi particolari ci sono poi l'infermiera Gillette e la sua rassicurante peluria sul viso, il dottor Colavolpe e Lampadina che curano i matti come andavano curati prima del 1982, e poi il giornalista Alfredo, la Sposina, la Nuova, Aldina e tanti altri.

Quello descritto è un microcosmo in cui distinguere i matti dai sani è tutt'altro che semplice, ma a corredo della storia raccontata c'è anche una profonda riflessione politica intorno alla legge Basaglia che, chiudendo i manicomi, si proponeva il nobile fine di integrare nella società i pazzi e anche quelli che non lo erano ma erano finiti in manicomio perché non conformi alla morale comune. La realizzazione di questo progetto, però, rimase una bella utopia e non saprei dire quale sia la condizione dei malati psichiatrici in questo momento, a oltre 40 anni di distanza.

Una storia fortemente centrata sui personaggi e sulle loro vite ma che spesso offre al lettore spunti di riflessione come questi sulla verità, l'infelicità, la felicità e la vecchiaia.

Tu puoi essere certa di conoscere la verità degli altri? Io no. Non ho questo potere, nessuno lo possiede, senti a me. La verità è un'ipotesi che non basta una vita per verificare.

L'infelicità degli altri, alla fine, ti entra nella radice dei capelli, si insinua sotto le unghie, è un tartaro che si incrosta tra denti e gengive, resistente come il calcare sulle fughe delle mattonelle in bagno, a lungo andare ti consuma fino a farti sanguinare i pensieri. E io l'ho praticata per troppo tempo.

La vita l'hai attraversata frettolosamente, come un ragazzo nelle sere d'estate, con l'unica paura di finire la miscela nel motorino e doverlo spingere a mano in salita fino a casa. La moglie, i figli, le donne, la politica, i pazzi: tutto è andato e venuto così in fretta che al posto delle cicatrici non ti sono rimaste che queste rughe intorno ai baffi e sotto gli occhi. Ogni cosa ti faceva divertire, all'epoca, tutto era teatro, la vita era una farsa e tu eri il primo attore. Ma la felicità è una cosa molto sopravvalutata: rende superficiali. E tu, dico all'immagine che mi osserva di fronte, a differenza di questo specchio, non hai mai avuto molta attitudine a riflettere. 

Chiuso il libro, cosa resta? Un profondo senso di gratitudine nei confronti di chi racconta storie così toccanti e un'ammirazione ancor più profonda per chi sa raccontarle in questo modo.

Niccolò Fabi, Meraviglia






15 ottobre 2023

La cura dello sguardo

Ci sono volte in cui un libro ti chiama.
Uno di quei libri che hai comprato mesi, anni fa; lo hai messo in mezzo agli altri e lui ha aspettato pazientemente il momento in cui lo avresti letto.
Non è un best seller, uno di quelli che divori perché ne hai sentito parlare tanto, perché vuoi poterne parlare anche tu.
È lì, discreto, che attende di parlarti.
E quando arriva il momento ti sembra un miracolo: è come la persona che avresti sempre voluto trovare, che ti sa ascoltare e che ti dice le cose che avresti voluto dire, riuscendo a trasformare i tuoi pensieri in parole meglio di quanto tu saresti mai riuscito a fare.
A me è successo con La cura dello sguardo di Franco Arminio.
Uno scrigno di riflessioni piccole come gocce che hanno il potere di scavare a fondo fino a toccarti, dolcemente, nervi scoperti.
Da adolescente riscrivevo frasi di canzoni o di romanzi cercando di memorizzarle e di farne dei punti saldi della mia riflessione: chissà in quale anfratto della mente sono andati a nascondersi; chissà se poi sono ancora effettivamente dei punti fermi o erano solo soluzioni provvisorie e superficiali che in quel momento mi apparivano come scogli a cui, naufrago, potevo approdare. 
Ora, che adolescente non sono più, con un gesto allo stesso tempo antico e moderno, trascrivo i pensieri che mi hanno toccato: punti saldi o soluzioni provvisorie? Lo potrò dire - ammesso che me lo ricordi - tra un po', tra anni forse, o forse mai.
E non mi meraviglio se a chi legge queste parole non dicono niente: le parole hanno un potere nascosto e deflagrante, ma devono comparire nel momento giusto, davanti agli occhi giusti, altrimenti diventano inutili. È questo il bello delle parole: non ostentano la propria forza.

I NON AMANTI. Ognuno ogni tanto fa l'elenco delle carezze che mancano all'appello. Hanno un nome preciso i non amanti, quelli che non hanno creduto al nostro corpo, che hanno scansato il nostro amore perché era poco o era troppo.

COLTIVARE. Incontrare una donna vuol dire che ci è stato assegnato un pezzo di cielo. Amare non è volere qualcosa da qualcuno, non è aspettare il desiderio degli altri, ma coltivare un pezzo di cielo qui sulla terra.

NESSUNA DISPERAZIONE. Avere tempo. Avere interesse per i dintorni. Andare ogni tanto in un paese dove non va nessuno. Andare spesso al cimitero. Costruire castelli in aria. Lasciare il telefonino per un paio di ore al giorno, astenersi una volta a settimana dalla navigazione in Rete, guardare la televisione un paio di volte al mese, comprare una cartina geografica e metterla nel salotto, parlare solo con i medici che leggono libri, dire grazie molto spesso, pensare che stare bene nel proprio corpo è molto più importante che avere successo. Infine sapere che nessun bene può impedire la disperazione e che nessuna disperazione può impedire il bene.

IL SEGRETO È SOFFIARE. Oggi ho capito  che la mia vita è veramente bellissima. Non ci credevo, non ci volevo credere, pensavo che la morte se la potesse portare via questa bellezza e invece la morte è solo una scatola poggiata nella mia stanza, io ci frugo dentro come se volessi trovare qualcosa di ulteriore. Abbiate cura di credere alla bellezza della vostra vita, è difficile che non sia bella, è veramente difficile. E non dovete combattere con nessuno, e nessuno vi deve guarire, non dovete chiudervi in una forma, ma volteggiare, trapuntare il mondo con un ago, con la testa di una farfalla. Non serve a nulla irrigidirsi, conficcarsi, il segreto è soffiare sui sentimenti, tenerli in vita assieme agli angeli e alle nuvole.

AMMIRARE. Non so quando abbiamo smesso di ammirare. È una facoltà umana poveramente decaduta. Riconoscere un maestro sembra sminuire i nostri meriti. Chi non ammira non esprime neppure gratitudine, non si scusa quando sbaglia. La costellazione della virtù è oscurata dalla passione della cattiveria. Una volta era una passione repressa, poteva saltare fuori ma tendevamo a nasconderla. Oggi ci siamo accorti che essere cattivi, indifferenti, interessati solo ai fatti nostri è un patrimonio comune, è la garanzia di essere al passo coi tempi. Ammirare è un modo per essere inattuali e oggi tutti vogliono stare sulla prua dell'epoca, ignorando che il mondo si vede meglio di lato e da dietro.

Carmen Consoli, Non volermi male

08 ottobre 2023

Quello che serve davvero

L. decora i suoi polsi con una lametta.
Lo avevo notato già lo scorso anno: il segnale più evidente erano le maniche lunghe messe anche con il caldo torrido, sostituite solo ogni tanto da una bandana posta lì dove ci sono i tagli ma non si devono vedere.
L'ho visto l'altro giorno quando è stata seduta per un po' alla cattedra vicino a me mentre riflettevamo insieme su un testo - pieno di rabbia - che aveva scritto. Guardavo quei segni senza sapere minimamente come comportarmi: L sa che noi sappiamo ma partire con la paternale mi è sembrato tanto inutile quanto controproducente, così come lo sarebbe stato porre la domanda più semplice del mondo, ovvero "Perché?".
L'istinto sarebbe stato quello di abbracciarla, ma non è opportuno per cui mi sono limitato a parlare del suo testo, aspettando invano che lei mi dicesse qualcosa.

L. si mostra sicura di sé.
Si parlava in classe di Calipso e cercavo di farli immedesimare nella psicologia di una persona che sente di avere dei meriti nei  confronti di qualcuno che ama e che è pronta ad offrire il dono più grande che si possa immaginare pur di trattenerlo a sé, ma, nonostante questo, non viene ricambiata.
Alza la mano per intervenire ed esordisce dicendo che a lei nessun uomo direbbe di no.
Mi viene da sorridere perché quella corazza impenetrabile serve in realtà a preservare un'anima di cristallo, che si potrebbe incrinare alla prima vibrazione.

Ho visto L., sempre lei, specchiarsi all'inizio di una lezione.
Stavo partendo con il consueto rituale di inizio lezione ("forza, aprite il libro a pagina..." seguito dall'immancabile eco "a che pagina prof?", "quale libro?" "profe, ma io non ce l'ho") e avrei voluto ricordarle che non siamo in un salone di bellezza e che certe cose non si fanno a scuola e che bisogna avere rispetto e blablabla. Mi è bastato rivolgerle uno sguardo di disappunto dei miei e lei, che coglie perfettamente anche il non detto, ovviamente dopo aver finito di dedicarsi a sé stessa mi dice: "Ma se io non mi sento a posto, non riesco a concentrarmi sulla lezione".

Era una banale scusa? Forse sì, ma non ne sono certo.
Sta di fatto che il libro appena aperto è stato chiuso e abbiamo parlato di narcisismo, di quanto sia importante l'immagine e di quanto il modo in cui ci vedono gli altri  - o, ancora meglio, il modo in cui pensiamo che gli altri ci vedano - possa incidere sul nostro atteggiamento, sulla considerazione che abbiamo di noi stessi e, addirittura, sulle nostre capacità cognitive.
Ho confessato la mia incapacità di capire a fondo questa esigenza perché non l'ho mai realmente intimamente condivisa, dato che non ho mai pensato che l'aspetto esteriore potesse essere un mio punto di forza (anzi, l'ho ritenuto per molto tempo uno dei miei nemici più accaniti), ma allo stesso tempo ho cercato di ascoltare il più possibile le loro parole per trovare una chiave, uno spiraglio per cogliere qualcosa in più di loro e della loro vera essenza, al di là degli atteggiamenti.

Il suono della campanella ha decretato la fine dell'ora a nostra disposizione con la solita promessa di riprendere il discorso in un altro momento ma lo so io e lo sanno loro che probabilmente questo non succederà perché, al di là del tempo, per parlare e andare in profondità è necessaria una predisposizione d'animo da parte di tutti, una comune volontà di ascolto e di condivisione che non sempre c'è perché siamo esseri umani e funzioniamo così.
Il suono della campanella, però, non ha decretato la fine del mio perpetuo rimuginare. 

Si discute di cosa possa servire alla scuola, se n'è discusso tanto in questa settimana in occasione della giornata dell'insegnante: serve abolire i voti? serve l'orientamento? serve adeguare programmi e metodi alle nuove esigenze? serve una nuova considerazione della figura del docente, al di là delle solite accuse rivolte alla categoria di lavorare poco e lamentarsi tanto?
Non lo so. 
Quello che serve davvero è, forse, una riflessione costante sul modo migliore di educare le studentesse e gli studenti che ogni giorno abbiamo davanti agli occhi ma anche una riflessione su noi stessi, su ciò che siamo, su ciò che possiamo dare e ciò che ci aspettiamo di ricevere, per imparare ad ascoltare realmente e magari, ogni tanto, riuscire anche a dire una parola giusta. 
Riflettersi per riflettere. Esattamente come fa L. 

Subsonica, Specchio
  

01 ottobre 2023

La differenza tra "Come stai?" e "Tutto bene?"

Non è un vezzo linguistico.
Non è una delle mie (pur tantissime) fissazioni.
Non è affatto la stessa cosa.
Chiedere "come stai?" è profondamente diverso da chiedere "tutto bene?".

A chi mi chiede "Come stai?" so che potrò dire la verità: penso che chi lo chiede ci tenga a te, sia disposto a condividere anche i tuoi problemi senza sovrastarti con i suoi che sono sempre, a suo dire, più gravi.
Non cerca di darti soluzioni, ma offre ascolto e comprensione (e quanto è difficile limitarsi ad accogliere l'altra persona senza porsi come l'esperto dispensatore di consigli non richiesti).
"Come stai?" lascia spazio al confronto, al dialogo.

"Tutto bene?", invece, ha per me il sapore di un convenevole, di una domanda posta di corsa e la cui risposta è indifferente; sembra quasi una domanda retorica, che indirizza l'interlocutore su una strada fatta di sorrisi di cortesia e di tristezza repressa. Quando, poi, mi viene posta quando sono visibilmente alterato, ha per me lo stesso effetto rasserenante di un fazzoletto rosso sventolato davanti al muso di un toro.
Chi avrebbe mai il coraggio di rispondere "No"?
"Tutto bene" è un quiz a risposta multipla con una sola opzione corretta.

Io ogni mattina ci provo.
"Buongiorno, ragazze! Buongiorno, ragazzi! Come state?" è il mio esordio in classe, il mio grido di battaglia, un po' come Allegria di Mike Bongiorno o come i capra capra capra di Vittorio Sgarbi.
Solitamente la prima risposta è un mugugno indistinto, uno sguardo assente e fugace ottenuto sollevando gli occhi assonnati dal cellulare; una domanda mai espressa a voce alta serpeggia nell'aula: ma questo cosa vuole?
Però poi succede che qualcuno percepisce che quella domanda non è un modo per prendere tempo o per rimandare l'inevitabile lotta quotidiana con il registro elettronico e con la password perennemente dimenticata, ma un modo per entrare in contatto, per dire che ci sono e che mi interessa la loro vita anche al di là dei libri da leggere e dei compiti da svolgere.

Non sono così illuso da attendere una risposta, ma più di una volta, in quella selva di occhi, ho trovato il barlume di chi magari aspettava che qualcuno ponesse quella domanda; sicuramente non sentirò la voce di chi parla apertamente di sé, delle sue tristezze e delle sue felicità, ma ho visto in tanti anni più di qualcuno avvicinarmisi timidamente alla prima occasione utile, aspettando di sentirsi porre nuovamente quella domanda per parlare di sé, di cosa lo affligge, di cosa lo rasserena.

Magari mi sbaglio, ma è un piccolo gesto per essere un po' più umani. 
 

Brunori Sas, Come stai

Una zattera col tetto

Adolescente e adulto sono due facce della stessa medaglia. Hanno addirittura la medesima radice. Però adulto è un participio passato. Mentre...