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02 giugno 2024

Precipitarsi

È l'ora del tramonto, l'ora che le città vengono prese dall'ispirazione e chi non è cieco ne resta travolto.
Marta, 19 anni e tutta la vita davanti, si affaccia dalla sommità di un grattacielo di oltre cinquecento piani per vedere la città risplendere nella sera.

Il grattacielo era d'argento, supremo e felice in quella sera bellissima e pura, mentre il vento stirava sottili filamenti di nubi, qua e là, sullo sfondo di un azzurro assolutamente incredibile [...].
Dall’aereo culmine la ragazza vedeva le strade e le masse dei palazzi contorcersi nel lungo spasimo del tramonto e là dove il bianco delle case finiva, cominciava il blu del mare che visto dall’ alto sembrava in salita. E siccome dall’oriente avanzavano i velari della notte, la città divenne un dolce abisso brulicante di luci; che palpitava. C’erano dentro gli uomini potenti e le donne ancora di più, le pellicce e i violini, le macchine smaltate d’onice, le insegne fosforescenti dei tabarins, gli androni delle spente regge, le fontane, i diamanti, gli antichi giardini taciturni, le feste, i desideri, gli amori e, sopra tutto, quello struggente incantesimo della sera per cui si fantastica di grandezza e di gloria. Queste cose vedendo, Marta si sporse perdutamente oltre la balaustra e si lasciò andare. Le parve di librarsi nell’aria, ma precipitava.

È questo l'incipit di Ragazza che precipita di Dino Buzzati (ancora tu? Ma non dovevamo vederci più?) che affronta, nel consueto stile dell'autore bellunese, un tema sempre attuale: la fretta di diventare adulti. (Qui si trova l'intero racconto)

Marta diventa oggetto di sguardi, di inviti durante il suo lunghissimo precipitare, si sente bella nonostante indossi un abito modesto; pian piano che passa il tempo, mentre aspetta di arrivare ad una festa che la attende, si accorge di non essere più sola - vede altre ragazze più avvenenti di lei che stanno precipitando più velocemente di lei - e di non essere più al centro dell'attenzione.
È notte ormai, la città dorme e lei continua a precipitare nel buio.
È ormai giorno: l'ultimo sguardo viene rivolto a lei, ormai anziana e cadente (giocare con le parole è una delle grandi arti di Buzzati) da una coppia che la guarda disinteressata mentre beve il primo caffè del mattino. Sono le nove meno un quarto, precisa Buzzati. 
Tocca il suolo, Marta, ma non si sente neanche il tonfo. È la forza di gravità che la richiama, quella a cui niente e nessuno può opporsi, quella che ci fa aderire a terra, dandoci così un senso di stabilità, quella stessa forza che, però, ci impedisce di librarci in volo.

Marta precipita dal grattacielo per precipitarsi ad una festa che la attende: il richiamo leopardiano è molto evidente. Marta è Silvia, entrambe al limitare di gioventù, entrambe aspettano una festa - quella citata anche in La sera del dì di festa e nel famosissimo Il sabato del villaggio - alle quali nessuna delle due arriverà, entrambe vedono la loro illusione infrangersi di fronte all'apparir del vero.
Certo, Silvia muore per una malattia, per cui non ha alcuna responsabilità sul suo destino, mentre l'atto di Marta è volontario, ma il suo gesto è tipico di quando si è giovani e trovo interessante che Leopardi, nello Zibaldone, parlando di questo, si esprima così:

Il piacere (si può dir con perfettissima verità) non vien mai se non inaspettato; e colà dove noi non lo cercavamo, non che lo sperassimo. Per questo nel bollore della gioventù, quando l'uomo si precipita col desiderio e colla speranza dietro al piacere, ei non prova che spaventevole e tormentoso disgusto e noia nelle più dilettevoli cose della vita. (30 marzo 1827)

Ciò che spinge Marta a buttarsi, dunque, è il desiderio del piacere.
I ragazzi hanno fretta di crescere perché cercano qualcosa che poi, in fondo, è inafferrabile, è come l'orizzonte che si sposta sempre un po' più in là ad ogni passo che facciamo verso di lui.
Alle volte - scrive Calvino nel suo romanzo Il visconte dimezzato  - uno si crede incompleto ed è soltanto giovane, ma il senso di incompletezza - credo - appartiene all'essere umano in quanto tale, perché viviamo in una sorta di asincronia esistenziale: siamo sempre fuori tempo, siamo bambini e vorremmo essere adulti, siamo adulti e vorremmo essere giovani, siamo anziani e vorremmo tornare indietro nel tempo.

Ho parlato di Ragazza che precipita con le mie ragazze e i miei ragazzi e dalla discussione è emerso un dato sociologicamente interessante: i quindicenni non vogliono diventare grandi, vogliono tornare bambini, al momento della loro vita in cui non avevano responsabilità, in cui erano spensierati e si sentivano protetti dalla loro famiglia. 
Non si proiettano verso il futuro quanto piuttosto verso il passato. Ma perché? 
Perché ciò che verrà fa paura, perché l'idea di confrontarsi con un mondo del lavoro incerto e in rapidissima evoluzione non è stimolante, perché la loro piccola autonomia l'hanno già raggiunta e non la baratterebbero con una maggiore che porterebbe con sé tanti altri pensieri ("ma profe, io non voglio pensare al mutuo, alle tasse da pagare, a dover cucinare"). Di fronte a questa incertezza, è più rassicurante una sorta di utopia regressiva che li porti indietro, in un mondo dai confini limitati e dalle limitate responsabilità.

Siamo destinati, quindi, ad essere perennemente insoddisfatti? Siamo dei perenni wannabe qualcos'altro? Forse no, ed è ancora la letteratura a darci una risposta.
Cesare Pavese, nel suo romanzo La bella estate, scrive:

Ma viene un momento, certe volte, che uno ha paura del tempo che passa, e non sa più se val la pena correre tanto.

Percepire il passaggio del tempo e smettere di correre, non precipitarsi, non cercare altro, emanciparsi dall'incubo delle passioni, come dice Battiato, che sono ciò che ci rende vivi, ma anche - etimologicamente - ciò che genera in noi il pathos, la sofferenza.
Qual è quindi, forse, la vera felicità dell'uomo?
È quella di raggiungere il porto, come scrive Primo Levi nella poesia L'approdo.

Felice l'uomo che ha raggiunto il porto,
che lascia dietro di sé mari e tempeste,
i cui sogni sono morti o mai nati,
e siede a bere all'osteria di Brema,
presso al camino, ed ha buona pace.

Felice l'uomo come una fiamma spenta,
felice l'uomo come sabbia d'estuario,
che ha deposto il carico e si è tersa la fronte,
e riposa al margine del cammino.

Non teme né spera né aspetta,
ma guarda fisso il sole che tramonta.


Bruce Springsteen, The river

05 maggio 2024

La fisica e l'ineluttabilità del destino

Non chiedetemi perché, ma una delle due cose di fisica che mi è rimasta inspiegabilmente nella memoria è l'effetto Doppler, quello che fa sì che, quando sentiamo un'ambulanza allontanarsi, noi percepiamo un cambiamento del suono. Non chiedetemi il perché neanche di questo.
Mi è venuto in mente l'altro giorno quando stavo scappando dall'aula dopo aver raccolto tutte le mie cianfrusaglie sulla cattedra: scappavo perché sono sempre in ritardo come il Bianconiglio e non ero pronto a subire lo sguardo di riprovazione della collega dell'ora seguente che, per non perdere secondi preziosi, inizia a far lezione già nel tragitto che la conduce dalla porta alla cattedra.
Mentre fuggivo, ho sentito S. che dice qualcosa di cui colgo solo il finale "...etico".
Non posso non tornare indietro, anche se intravedo che dalle scale si sta avvicinando minacciosa la criniera corvina della collega Medusa, pronta a pietrificarmi con il suo sguardo: pur non essendo Perseo, torno indietro e chiedo ad S. cosa abbia detto e lei me lo ripete: "È stato poetico". E io mi allontano felice, salutando con un sorrisone Medusa, ma nel dubbio evitandone lo sguardo ché non si sa mai.

Può essere poetica una interrogazione di italiano?
Ma soprattutto può uscire una frase come questa dalla bocca di S.? Non so come sia possibile, ma lei, pur essendo alta, dà sempre la sensazione di guardarti dal basso, con quegli occhi scuri che sembrano scusarsi perché non si sente mai abbastanza.
Non me lo aspettavo da S., studentessa in difficoltà che, nel corso delle ultime settimane, sta attraversando le quattro stagioni degli studenti  (non me ne frega niente - non capisco niente - forse ho capito - ce la posso fare) passando in un modo repentino e inaspettato dall'una all'altra come il meteo nelle scorse giornate.
Una interrogazione di italiano può essere poetica se l'oggetto dell'interrogazione è uno dei racconti più famosi di uno dei miei autori-feticcio, ovvero Dino Buzzati.

Era il 1937 quando viene pubblicato per la prima volta sulla rivista La lettura il racconto Sette piani (che vi consiglio di leggere  - o rileggere - qui).
In queste pagine si racconta la storia di Giuseppe Corte che si reca in un ospedale, noto perché cura esclusivamente la malattia di cui lui è affetto in forma lievissima.

Quando lo scorse da lontano – e lo riconobbe per averne già visto la fotografia in una circolare pubblicitaria Giuseppe Corte ebbe un’ottima impressione. Il bianco edificio a sette piani era solcato da regolari rientranze che gli davano una fisionomia vaga d’albergo. Tutt’attorno era una cinta di alti alberi.

Sembra bello, il sanatorio, che, inoltre, ha una strana caratteristica che Giuseppe viene a scoprire parlando con le persone che sono lì.

I malati erano distribuiti piano per piano a seconda della gravità. Il settimo, cioè l’ultimo, era per le forme leggerissime. Il sesto era destinato ai malati non gravi ma neppure da trascurare. Al quinto si curavano già affezioni serie e così di seguito, di piano in piano. Al secondo erano i malati gravissimi. Al primo quelli per cui era inutile sperare.
Questo singolare sistema, oltre a sveltire grandemente il servizio, impediva che un malato leggero potesse venir turbato dalla vicinanza di un collega in agonia, e garantiva in ogni piano un’atmosfera omogenea. D’altra parte la cura poteva venir così graduata in modo perfetto.
Ne derivava che gli ammalati erano divisi in sette progressive caste. Ogni piano era come un piccolo mondo a sé, con le sue particolari regole, con le sue speciali tradizioni. E siccome ogni settore era affidato a un medico diverso, si erano formate, sia pure minime, ma precise differenze nei metodi di cura, nonostante il direttore generale avesse impresso all’istituto un unico fondamentale indirizzo.

Corte viene inizialmente messo al settimo piano in quanto le sue condizioni di salute non destano alcuna preoccupazione, salvo poi trovarsi, dopo poche settimane, per una serie di coincidenze sfortunate quanto inevitabili, a scendere sempre di più fino al finale che tutti i lettori si attendono ma nessuno accetta:

Sei piani, sei terribili muraglie, sia pure per un errore formale, sovrastavano adesso Giuseppe Corte con implacabile peso. In quanti anni, sì, bisognava pensare proprio ad anni, in quanti anni egli sarebbe riuscito a risalire fino all’orlo di quel precipizio?
Ma come mai la stanza si faceva improvvisamente così buia? Era pur sempre pomeriggio pieno. Con uno sforzo supremo Giuseppe Corte, che si sentiva paralizzato da uno strano torpore, guardò l’orologio, sul comodino, di fianco al letto. Erano le tre e mezzo. Voltò il capo dall’altra parte, e vide che le persiane scorrevoli, obbedienti a un misterioso comando, scendevano lentamente, chiudendo il passo alla luce.

Con la classe ci siamo interrogati sul senso di questo racconto ed è stato bello sentire quindicenni dialogare con un testo che di anni ne ha ormai 87 ma che sembra perfettamente in grado di parlare con loro.
Abbiamo parlato della struttura dell'ospedale, che a qualcuno ha ricordato la struttura dell'Inferno dantesco (ormai lo sanno tutti: almeno una volta per ogni lezione, Dante va citato) e di quanto siano importanti i particolari, soprattutto il fatto che il percorso si configuri come una discesa e non come una salita. Raccontare un passaggio dal primo al settimo piano avrebbe avuto tutto un altro sapore e questo ci ha portato a riflettere su quanto siamo inconsciamente condizionati e condizionabili dai luoghi comuni e da meccanismi di pensiero, per cui al concetto di discesa associamo qualcosa di negativo.
Ci siamo interrogati sul significato allegorico del testo: cosa ci vuole raccontare realmente Buzzati? Cosa rappresenta l'ospedale? È stato un momento di confronto anche emozionante perché S., un'altra S., che ha avuto un lutto molto grave in famiglia, quasi con le lacrime agli occhi ha detto che forse i medici hanno detto una bugia a Corte, non avendo il coraggio di dirgli che le sue condizioni non erano così buone come gli avevano fatto credere collocandolo nel settimo piano dell'ospedale. I medici - continua S. - dovrebbero essere in grado di dire la verità. 
A quel punto distolgo lo sguardo dai suoi occhi che stanno diventando acquosi e sfodero la seconda mia conoscenza di fisica: il moto su un piano inclinato. Tocca a me raccontare il mio punto di vista.
L'ospedale - apparentemente bellissimo ma in realtà sottilmente disturbante fin dall'inizio - è una metafora della nostra vita: tutti siamo destinati alla morte, inizialmente la guardiamo da lontano e crediamo di poterla evitare, ma il tempo passa inesorabile e, come una pallina su un piano inclinato, non possiamo fermare la nostra corsa. Talvolta abbiamo la sensazione di essere di fronte a bivi risolutivi, qualcosa che ci permetta di tornare indietro e nutriamo la speranza che questo sia possibile, ma fisicamente non lo è e continuiamo la nostra folle corsa che, per caso e per necessità, ci porta più o meno velocemente al primo piano, dove le serrande scorrevoli chiudono il passo alla luce.

È stato poetico? Forse sì.
Ho capito ancora una volta che posso preparare ogni minimo dettaglio di lezioni del genere, organizzare tempi e modi, preparare slides, ma niente, e dico niente, è potente quanto pensare ad alta voce con ragazze e ragazzi, ascoltare ciò che hanno da dire su temi che, spesso sbagliando, non sono ritenuti alla loro portata, ma soprattutto essere disposti a condividere con loro le mie sensazioni di lettura che, nella maggior parte delle volte, saranno diverse da quelle che ho avuto tutte le altre volte che ho letto lo stesso testo, da solo alla mia scrivania o in altre aule, in altri anni, in altre città. 

E mentre fuggo nel corridoio, penso sia valsa la pena rischiare la pietrificazione.

Angelo Branduardi, Ballo in Fa Diesis minore



10 aprile 2024

Questo non è un post



Mi capita talvolta di pensare al racconto che avrei voluto scrivere: non quello perfetto, senza sbavature, ma quello che mi risuona dentro. E il racconto è questo: Inviti superflui del mio adorato Dino Buzzati.
Spesso, sui social che tutto sminuzzano, si trovano solo le prime righe e l’idea che passa è che si tratti di un racconto d’amore. E invece, non lo è. O meglio lo è, ma è molto diverso da ciò che si potrebbe immaginare.
Ogni tanto bisogna farsi sovrastare dalla bellezza, senza troppe parole, senza troppi ragionamenti.
E spero che succeda a chi legge questo racconto così com’è successo a me.

Vorrei che tu venissi da me una sera d'inverno e, stretti insieme dietro i vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate, ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo. Per gli stessi sentieri fatati passammo infatti tu ed io, con passi timidi, insieme andammo attraverso le foreste piene di lupi, e i medesimi genii ci spiavano dai ciuffi di muschio sospesi alle torri, tra svolazzare di corvi. Insieme, senza saperlo, di là forse guardammo entrambi verso la vita misteriosa, che ci aspettava. Ivi palpitarono in noi, per la prima volta pazzi e teneri desideri. "Ti ricordi?" ci diremo l'un l'altro, stringendoci dolcemente, nella calda stanza, e tu mi sorriderai fiduciosa mentre fuori daran tetro suono le lamiere scosse dal vento. Ma tu - ora mi ricordo - non conosci le favole antiche dei re senza nome, degli orchi e dei giardini stregati. Mai passasti, rapita, sotto gli alberi magici che parlano con voce umana, né battesti mai alla porta del castello deserto, né camminasti nella notte verso il lume lontano lontano, né ti addormentasti sotto le stelle d'Oriente, cullata da piroga sacra. Dietro i vetri, nella sera d'inverno, probabilmente noi rimarremo muti, io perdendomi nelle favole morte, tu in altre cure a me ignote. Io chiederei "Ti ricordi?", ma tu non ricorderesti. 

Vorrei con te passeggiare, un giorno di primavera, col cielo di color grigio e ancora qualche vecchia foglia dell'anno prima trascinata per le strade dal vento, nei quartieri della periferia; e che fosse domenica. In tali contrade sorgono spesso pensieri malinconici e grandi; e in date ore vaga la poesia, congiungendo i cuori di quelli che si vogliono bene. Nascono inoltre speranze che non si sanno dire, favorite dagli orizzonti sterminati dietro le case, dai treni fuggenti, dalle nuvole del settentrione. Ci terremo semplicemente per mano e andremo con passo leggero, dicendo cose insensate, stupide e care. Fino a che si accenderanno i lampioni e dai casamenti squallidi usciranno le storie sinistre della città, le avventure, i vagheggiati romanzi. E allora noi taceremo sempre tenendoci per mano, poiché le anime si parleranno senza parola. Ma tu - adesso mi ricordo - mai mi dicesti cose insensate, stupide e care. Né puoi quindi amare quelle domeniche che dico, né l'anima tua sa parlare alla mia in silenzio, né riconosci all'ora giusta l'incantesimo delle città, né le speranze che scendono dal settentrione. Tu preferisci le luci, la folla, gli uomini che ti guardano, le vie dove dicono si possa incontrare la fortuna. Tu sei diversa da me e se venissi quel giorno a passeggiare, ti lamenteresti d'essere stanca; solo questo e nient'altro. 

Vorrei anche andare con te d'estate in una valle solitaria, continuamente ridendo per le cose più semplici, ad esplorare i segreti dei boschi, delle strade bianche, di certe case abbandonate. Fermarci sul ponte di legno a guardare l'acqua che passa, ascoltare nei pali del telegrafo quella lunga storia senza fine che viene da un capo del mondo e chissà dove andrà mai. E strappare i fiori dai prati e qui, distesi sull'erba, nel silenzio del sole, contemplare gli abissi del cielo e le bianche nuvolette che passano e le cime delle montagne. Tu diresti "Che bello!" Niente altro diresti perché noi saremmo felici; avendo il nostro corpo perduto il peso degli anni, le anime divenute fresche, come se fossero nate allora.  Ma tu - ora che ci penso - tu ti guarderesti intorno senza capire, ho paura, e ti fermeresti preoccupata ad esaminare una calza, mi chiederesti un'altra sigaretta, impaziente di fare ritorno. E non diresti "Che bello!", ma altre povere cose che a me non importano. Perché purtroppo sei fatta così. E non saremmo neppure per un istante felici. 

Vorrei pure - lasciami dire - vorrei con te sottobraccio attraversare le grandi vie della città in un tramonto di novembre, quando il cielo è di puro cristallo. Quando i fantasmi della vita corrono sopra le cupole e sfiorano la gente nera, in fondo alla fossa delle strade, già colme di inquietudini. Quando memorie di età beate e nuovi presagi passano sopra la terra, lasciando dietro di se una specie di musica. Con la candida superbia dei bambini guarderemo le facce degli altri, migliaia e migliaia, che a fiumi ci trascorrono accanto. Noi manderemo senza saperlo luce di gioia e tutti saran costretti a guardarci, non per invidia e malanimo; bensì sorridendo un poco, con sentimento di bontà, per via della sera che guarisce le debolezze dell'uomo. Ma tu - lo capisco bene - invece di guardare il cielo di cristallo e gli aerei colonnati battuti dall'estremo sole, vorrai fermarti a guardare le vetrine, gli ori, le ricchezze, le sete, quelle cose meschine. E non ti accorgerai quindi dei fantasmi, né dei presentimenti che passano, né ti sentirai, come me, chiamata a sorte orgogliosa. Né udresti quella specie di musica, né capiresti perché la gente ci guardi con occhi buoni. Tu penseresti al tuo povero domani e inutilmente sopra di te le statue d'oro sulle guglie alzeranno le spade agli ultimi raggi. Ed io sarei solo. E' inutile. Forse tutte queste sono sciocchezze, e tu migliore di me, non presumendo tanto dalla vita. Forse hai ragione tu e sarebbe stupido tentare. Ma almeno, questo sì almeno, vorrei rivederti. Sia quel che sia, noi staremo insieme in qualche modo, e troveremo la gioia. Non importa se di giorno o di notte, d'estate o d'autunno, in un paese sconosciuto, in una casa disadorna, in una squallida locanda. Mi basterà averti vicina. Io non starò qui ad ascoltare - ti prometto - gli scricchiolii misteriosi del tetto, né guarderò le nubi, né darò retta alle musiche o al vento. Rinuncerò a queste cose inutili, che pure io amo. Avrò pazienza se non capirai ciò che ti dico, se parlerai di fatti a me strani, se ti lamenterai dei vestiti vecchi e dei soldi. Non ci saranno la cosiddetta poesia, le comuni speranze, le mestizie così amiche all'amore. Ma io ti avrò vicina. E riusciremo, vedrai, a essere abbastanza felici, con molta semplicità, uomo e donna solamente, come suole accadere in ogni parte del mondo. 

Ma tu - adesso ci penso - sei troppo lontana, centinaia e centinaia di chilometri difficili a valicare. Tu sei dentro a una vita che ignoro, e gli altri uomini ti sono accanto, a cui probabilmente sorridi, come a me nei tempi passati. Ed è bastato poco tempo perché ti dimenticassi di me. Probabilmente non riesci più a ricordare il mio nome. Io sono ormai uscito da te, confuso tra le innumerevoli ombre. Eppure non so pensare che a te, e mi piace dirti queste cose. 

Francesco de Gregori, Rimmel


21 maggio 2023

I giorni perduti

Qualche giorno dopo aver preso possesso della sontuosa villa, Ernst Kazirra, rincasando, avvistò da lontano un uomo che con una cassa sulle spalle usciva da una porticina secondaria del muro di cinta, e caricava la cassa su di un camion.
Non fece in tempo a raggiungerlo prima che fosse partito. Allora lo inseguì in auto. E il camion fece una lunga strada, fino all'estrema periferia della città, fermandosi sul ciglio di un vallone.
Kazirra scese dall'auto e andò a vedere. Lo sconosciuto scaricò la cassa dal camion e, fatti pochi passi, la scaraventò nel botro; che era ingombro di migliaia e migliaia di altre casse uguali.
Si avvicinò all'uomo e gli chiese:
- Ti ho visto portar fuori quella cassa dal mio parco. Cosa c'era dentro? E cosa sono tutte queste casse?
Quello lo guardò e sorrise:
- Ne ho ancora sul camion, da buttare. Non sai? Sono i giorni.
- Che giorni?
- I giorni tuoi.
- I miei giorni?
- I tuoi giorni perduti. I giorni che hai perso. Li aspettavi, vero? Sono venuti. Che ne hai fatto? Guardali, intatti, ancora gonfi. E adesso?
Kazirra guardò. Formavano un mucchio immenso. Scese giù per la scarpata e ne aprì uno. C'era dentro una strada d'autunno, e in fondo Graziella la sua fidanzata che se n'andava per sempre. E lui neppure la chiamava.
Ne aprì un secondo. C'era una camera d'ospedale, e sul letto suo fratello Giosuè che stava male e lo aspettava. Ma lui era in giro per affari.
Ne aprì un terzo. Al cancelletto della vecchia misera casa stava Duk il fedele mastino che lo attendeva da due anni, ridotto pelle e ossa. E lui non si sognava di tornare.
Si sentì prendere da una certa cosa qui, alla bocca dello stomaco. Lo scaricatore stava diritto sul ciglio del vallone, immobile come un giustiziere.
- Signore! - gridò Kazirra. - Mi ascolti. Lasci che mi porti via almeno questi tre giorni. La supplico. Almeno questi tre. Io sono ricco. Le darò tutto quello che vuole.
Lo scaricatore fece un gesto con la destra, come per indicare un punto irraggiungibile, come per dire che era troppo tardi e che nessun rimedio era più possibile. Poi svanì nell'aria, e all'istante scomparve anche il gigantesco cumulo delle casse misteriose. E l'ombra della notte scendeva.

È Dino Buzzati a raccontare mirabilmente in questo testo fulminante, I giorni perduti, un'esperienza comune, comunissima: guardarsi indietro e avere la chiara percezione di aver perduto irrimediabilmente qualcosa. L'amore, la famiglia, gli affetti incondizionati, nel caso di Kazirra.
Se avessi fatto, se avessi avuto il coraggio, se dicessi queste parole: il periodo ipotetico dell'irrealtà è uno degli inganni maggiori della nostra vita. Ragionare su cosa sarebbe successo se quel giorno - come mostrava il film Sliding doors - avessimo preso quel treno, fossimo stati sinceri, avessimo rivelato i nostri sentimenti, non serve - diciamocelo una volta per tutte -  assolutamente a niente se non ad alimentare rimorsi e a renderci perennemente insoddisfatti.
Altrettanto inutile è programmare il futuro: facciamo sogni, progetti, a breve e a lungo termine, ma poi, spesso, arriva qualcosa o qualcuno a sparigliare le nostre carte, a distruggere i nostri castelli che noi, imperterriti, ricominciamo a costruire. Una malattia, un lutto, un'alluvione.
Il presente raramente basta e altrettanto raramente ci soddisfa; se guardiamo al passato, spesso ci abbandoniamo al rimpianto (definito da D'Annunzio il vano pascolo di uno spirito disoccupato); quando ci rivolgiamo al futuro, non lo facciamo con la giusta disillusione, quella che ci permette di sapere che un lancio di dadi può mandare all'aria ogni nostro piano.
E allora?
Ponderare ogni scelta ragionando a lungo termine (me ne pentirò? Sono pronto a subirne le conseguenze), dire le parole - che siano d'amore o di odio - che abbiamo sulla punta della lingua aprendo un varco nel muro che ci blocca e ci impedisce di esprimerci liberamente, non rimandare quell'abbraccio, quella telefonata, quell'addio.
È facile? No.
È tardi per iniziare? No.
È risolutivo? Non lo so.
Aiuta? Sì.

Brunori Sas, Le quattro volte

18 settembre 2022

Amare in silenzio

"A quell'ora la casa era sempre poco scaldata, ma Elide s'era tutta spogliata, un po' rabbrividendo, e si lavava, nello stanzino da bagno. Dietro lei veniva lui, più con calma e si lavava anche lui, lentamente, si toglieva di dosso la polvere e l'unto dell'officina. Così stando tutti e due intorno allo stesso lavabo, mezzo nudi, un po' intirizziti, ogni tanto dandosi delle spinte, togliendosi di mano il sapone, il dentifricio, e continuando a dire le cose che avevano da dirsi, veniva il momento della confidenza, e alle volte, magari aiutandosi a vicenda a strofinarsi la schiena, si insinuava una carezza, e si trovavano abbracciati".

A mio parere, una delle più belle scene d'amore della letteratura italiana. 

Il breve racconto di Italo Calvino "L'avventura di due sposi" (che potete leggere qui) descrive una qualunque giornata della vita di Arturo ed Elide, che si amano e vivono insieme anche se le loro vite sono implacabilmente separate dai turni di lavoro. Il loro amore, che richiama storie mitologiche sull'amore tra il sole e la luna nonostante sia perfettamente calato nella società industriale del secondo dopoguerra, sembra proprio costruirsi sull'assenza, sulla ricerca del calore del corpo che l'altro ha lasciato nel letto, sull'urgenza di avere tante cose da dirsi e poco tempo per farlo, sulla consapevolezza del tempo sottratto dagli impegni lavorativi. Nel loro non incontrarsi sembra quasi che consista non solo una ragione di disperazione ma - scrive Calvino nella presentazione del libro - l'essenza stessa del loro rapporto amoroso.

Suona, indubbiamente, strano eppure è una verità che mi risuona dentro.

Siamo ormai abituati a clamorose dimostrazioni di amore seguite da altrettanto roboanti dimostrazioni di non-amore; se non lo grido ai quattro venti, se non lo esibisco, non è amore vero. Certo, sono fortunatamente lontani i tempi di Catone il Censore di cui Plutarco racconta che aveva espulso Manilio, un membro del Senato, accusato di aver abbracciato la moglie in pieno giorno sotto gli occhi della figlia, mentre lui si vantava di abbracciare la moglie solo quando scoppiava un forte tuono.

Tra seppellire e spiattellare l'amore c'è tutta una zona intermedia, fatta di piccole attenzioni, ma anche di schermaglie, di gesti e di silenzi: il silenzio di chi sa ascoltare, quello di chi sceglie di non dire qualcosa per preservare la serenità dell'altro, quello di chi non sa cosa dire ma sa anche che non è sempre necessario riempire il vuoto con le parole.

"Se lo nomini, lo rompi" è l'indovinello che si impara da bambini e che ha come riposta "il silenzio". La stessa cosa sembra valere per l'amore che, come il silenzio, in aperta opposizione al costante rumore che ci circonda, rappresenta un porto di pace ma che, ancora come il silenzio e anche come la felicità, non esiste se non come negazione di ciò che è altro da sé.

Fabi Sivestri Gazze, L'amore non esiste

31 agosto 2022

Mare fuori: una non-recensione e qualche considerazione

Con colpevole ritardo sto guardando su Netflix una serie, Mare fuori, già trasmessa negli anni scorsi dalla Rai e di cui è in previsione una terza stagione nel prossimo autunno. 

Lo confesso: la mia resistenza serale sul divano varia ultimamente (e per ultimamente intendo negli ultimi 10 anni) tra i 15 e i 30 minuti, salvo eccezioni per film horror banali, maratonementana e serie tv particolarmente coinvolgenti come, appunto, questa. Senza spoilerare niente, la serie è ambientata nell'istituto penitenziario minorile di Napoli, in cui si intrecciano storie di degrado e di speranza di ragazze e ragazzi di origine ed estrazione sociale diversa. Per alcuni versi, Mare fuori è troppo italiana come direbbe Stanis La Rochelle (e se questo nome non vi dice niente SHAME ON YOU): in una fiction italiana che si rispetti non possono mancare storie d'amore travagliate ma destinate a finire bene nonostante il mondo remi contro, personaggi e situazioni che devono necessariamente far ridere, buchi di trama profondi tipo Fossa delle Marianne. Tutto questo non manca a Mare fuori che, comunque, riesce a risultare interessante e a toccare temi sensibili, uno fra tutti il destino quasi segnato di chi vive in situazioni di deprivazione sociale: se hai la sfortuna di nascere in determinati contesti, sei quasi condannato a ripercorrere le strade, spesso accidentate, di chi ti ha preceduto e di chi ti circonda.

Questa sorta di determinismo sociale mi mette in crisi: ma è davvero così? Davvero - senza arrivare a conclusioni estreme e stereotipate - se nasci in condizioni di disagio, il disagio ti è impresso nel DNA? Penso al racconto La città involontaria di Anna Maria Ortese che descrive il cosiddetto III e IV Granili, un palazzone che si ergeva nella periferia di Napoli e che sembra anticipare le Vele di Scampia; penso a Corviale, il gigantesco edificio romano oggetto poi di una importante riqualificazione raccontata nel film "Scusate se esisto!" con Paola Cortellesi. La mente, poi, non può non andare a Mery per sempre, uno dei primi film (siamo nel 1989) che affronta le questioni della detenzione minorile scegliendo di approfondire un tema - quello delle persone transgender - su cui 35 anni fa c'era decisamente un'attenzione diversa.

Di fronte a queste situazioni, al netto della tara che va fatta per capire che molto spesso narrativa e cinema impongono delle semplificazioni per cui bene e male sono due categorie non comunicanti tra loro, fatta eccezione per i passaggi di stato da cattivo buono il cui modello è Pinocchio, accanto al senso di impotenza, mi assalgono i dubbi. Posso fare qualcosa in prima persona per evitare che questo accada? Probabilmente no, ma non smetterò mai di credere nel ruolo della cultura, quella che è contrapposta allo stato di natura, quella che non è erudizione che - come dico sempre ai miei malcapitati studenti - serve solo per vincere ai quiz televisivi, quella che insegna a vivere, che ti fa capire realmente cosa siano l'empatia e la resilienza, parole tanto di moda quanto incomprese. L'altra arma a disposizione è quella dell'esempio: genitori ed educatori che usano violenza, arroganza, prepotenza nelle parole e negli atti influenzeranno necessariamente - e forse in maniera inevitabile - le nuove generazioni che perpetueranno comportamenti sbagliati in una spirale destinata a ripetersi fino a quando qualcuno non ha la forza o il coraggio di spezzarla. 

E no, non è vero che finisce sempre bene, come nei film: anche se è consolante assistere al lieto fine in cui il bene vince sul male (è di qualche giorno fa la notizia della Cina che ha imposto l''happy ending al film Minions 2), la retorica dell'andrà tutto bene, come scrivevo altrove, ha fatto più danni della grandine. Esserne consapevoli non vuol dire essere pessimisti; esserne consapevoli aiuta, invece, a non attendere un aiuto dall'alto, sia esso il caso o la Provvidenza, a rimboccarsi le maniche per cercare di fare ognuno la propria parte, per quanto piccola o insignificante possa apparire.

Caparezza, Una chiave

Fastidio

Io non so più cos'è normale o un'allucinazione se sono matta io. Non è che voglia litigare ma ho come l'impressione di non poter...