08 febbraio 2026

Le vite degli altri

Amo il silenzio della domenica mattina, il buio, il caffè bevuto senza pensare a niente, senza impegni da programmare, persone da incontrare, matasse da sciogliere.
Mi siedo alla mia scrivania per studiare qualcosa e correggere compiti.
Mi volto verso la finestra da cui intravedo la sagoma dell'albero di mimose ormai in fiore.
Qualcosa mi distrae. Mi alzo e guardo fuori.

Da una finestra del palazzo di fronte si vede una luce.
Un po' sono geloso: vorrei che questo momento fosse solo mio.
Un po' mi sento meno solo: c'è qualcuno che con cui condividere questo segreto.
Mi piace immaginare le vite degli altri, guardare le sagome che si muovono dietro le finestre come delle ombre cinesi.
Mi piace intuire le loro azioni.

Qualcuno è in cucina: prepara un pranzo. Avrà una famiglia? Sarà solo? Magari è il suo primo o il suo ultimo pasto in quella casa.
Due persone sono sedute su un letto: vedo le loro sagome vicine. Cosa si staranno dicendo? Saranno sinceri l'uno con l'altro? Staranno organizzando stancamente la giornata, tra impegni, scadenze, incombenze o - per citare Lucio Dalla - si scambiano la pelle, parlandosi di amore?
Altrove c'è chi si muove da una stanza all'altra: sembra agitato. Forse sta sistemando le ultime cose per una partenza improvvisa (e voluta? Chissà) oppure sta ultimando i preparativi per una sorpresa che renderà felice qualcuno.

Mi piace guardare e non sentire: non siamo a maggio, non c'è la voce di Silvia che risuona nelle strade e che Giacomo ascolta dopo aver abbandonato le sudate carte. Le finestre sono chiuse e posso solo immaginare i bisbigli, i rumori soffocati, gli scricchiolii, i colpi di tosse che interrompono per pochi istanti il silenzio fitto che avvolge tutti. 

Mi torna in mente Giovanni Pascoli, che, da lontano osserva ciò che avviene in una casa. E in quello scrutare e nelle parole che usa per descriverlo c'è tutta la sofferenza di chi ha la consapevolezza di essere un escluso:

E s’aprono i fiori notturni,
nell’ora che penso ai miei cari.
Sono apparse in mezzo ai viburni
le farfalle crepuscolari.

Da un pezzo si tacquero i gridi:
là sola una casa bisbiglia.
Sotto l’ali dormono i nidi,
come gli occhi sotto le ciglia.

Dai calici aperti si esala
l’odore di fragole rosse.
Splende un lume là nella sala.
Nasce l’erba sopra le fosse.

Un’ape tardiva sussurra
trovando già prese le celle.
La Chioccetta per l’aia azzurra
va col suo pigolio di stelle.

Per tutta la notte s’esala
l’odore che passa col vento.
Passa il lume su per la scala;
brilla al primo piano: s’è spento...

È l’alba: si chiudono i petali
un poco gualciti; si cova,
dentro l’urna molle e segreta,
non so che felicità nuova.

La luce del giorno ormai sta vincendo sul buio, le strade ricominciano a rianimarsi, la casa riprende vita. È il momento di tornare a vivere la vita. La mia.




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