26 settembre 2022

E ora che si fa?

Viene facile dire "Ora espatrio".

Per quanto abbondantemente previsti, questi risultati elettorali non possono lasciarci indifferenti. È vero che questa "è la democrazia, bellezza" e vince chi prende più voti, ma resta l'amarezza e la volontà di capire perché la maggioranza degli italiani si senta rappresentata da una parte politica che odia e discrimina. Dico la maggioranza  senza fare i calcoli sull'astensionismo perché nei confronti di chi non esercita il proprio diritto di voto, l'unico atteggiamento giusto è quello suggerito da Virgilio a Dante quando passa vicino agli ignavi: "non ragioniam di lor, ma guarda e passa".

A Fratelli d'Italia va riconosciuta la coerenza mancata, ad esempio, alla Lega: proprio questo essere contro il sistema li ha premiati, attirando i voti di quell'elettorato fatto di scontenti, insoddisfatti, sedicenti vessati dai poteri forti; agli italiani va riconosciuta la solita tendenza a cercare l'uomo forte. Non siamo in grado di sostenere una democrazia ma, come pecore, abbiamo bisogno di qualcuno che ci indichi la strada (d'altra parte lo aveva già capito e ben detto Machiavelli oltre 500 anni fa).

Il PD ha fatto il solito errore: la polarizzazione. "Scegli" o noi, o loro; o noi che siamo puri e colti o loro che sono brutti, cattivi e ignoranti. Lo ha sempre fatto: prima era Berlusconi, poi è stato Salvini, ora è la Meloni. Ma le idee dove sono? La vicinanza, quella vera e fattiva, agli ultimi dov'è? In quale proposta si può ravvisare? Si fa fatica a trovarle e questo, chiaramente, allontana chi cerca nei democratici un supporto.

La Sinistra, come al solito, si è frammentata in mille rivoli non riuscendo a far convogliare tutte le proposte e tutti i voti in una stessa direzione. Questa storia avrebbe anche un po' rotto.

Conte è riuscito in un'impresa davvero difficile, ovvero riesumare un partito completamente allo sbando, ma l'incompetenza che regna fin dai primordi nel M5S fa sì che - almeno ai miei occhi - non abbia alcuna credibilità.

Salvini e Berlusconi sono, rispettivamente, il morto ed il risorto: il primo non ammette la sconfitta neppure sotto tortura; ci toccherà veder il secondo considerato come padre nobile della politica: se questo è il padre, i figli non possono essere molto migliori. 

Renzi e Calenda, i Gianni e Pinotto della politica italiana, sono già pronti a fare - come ho letto da qualche parte sulla rete - l'ego della bilancia.

Fortunatamente, dei vari Di Maio, Adinolfi, Pillon, Sgarbi, Cunial e Barillari, Paragone, quel calderone di Italia Sovrana e Popolare e tutta la fuffa circostante si sono perse, almeno per ora, le tracce, ma non escludo che si ripropongano presto, come la peperonata mangiata a cena.

E ora che si fa? Sarebbe facile dire che viene voglia di andarsene, e invece no. È finalmente giunto il momento in cui si può e si deve fare opposizione, soprattutto nei confronti  di provvedimenti discriminatori e liberticidi che sicuramente verranno proposti e propagandati perché non si possono deludere tutti quelli che hanno visto nel centro destra la riproposizione dei valori degni del mos maiorum. Diciamoci chiaramente anche questo: il PD non avrebbe potuto governare se non con qualche - ennesimo - pastrocchio, perdendo, in questo modo, quel poco di credibilità che ancora gli rimane.

Forse è un 'occasione di rinascita, forse. Nel frattempo cerchiamo di attraversare la notte nel modo più attivo e reattivo possibile, attendendo l'alba.

Francesco de Gregori, Viva l'Italia


25 settembre 2022

Famiglia: (d)istruzioni per l'uso

 "C'è un momento nella storia di ogni famiglia in cui si appare felici a se stessi. Magari non lo si è affatto. Ma lo si porta scritto in faccia: io, famiglia da poco composta, sono nella mia pienezza e necessità, sono il cibo per l'occhio altrui, sono la carne terrena che imita la carne divina, sono la Famiglia nella sua beatitudine terrena. La si lascia stampata nelle fotografie questa felicità, sprizza dagli occhi, dai vestiti, dall'unità interna, da quel chiedersi, cercarsi, spingersi, annusarsi che abbiamo in comune con gli animali.

Dopo, non si sa come, tutto si rompe, prende a sfaldarsi. La rosa ha dato il meglio di sé, ora perde i petali a uno a uno e assomiglia più a un dente cariato che a un fiore. L'odore è l'ultima cosa che se ne va; quel leggero sentore di carni addormentate, di fiati teneri e giovanissimi, quel profumo di necessità che costituisce la perfezione della famiglia nel suo nascere.

È orribile trovarsi adulti, ormai usciti da quel paradiso dei sensi e degli odori, e capire di avere conservato quella felicità solo in qualche fotografia. Un singulto nel ritrovare nelle narici quegli odori di letti materni e sapere che sono persi per sempre".

Così Dacia Maraini nel suo romanzo Bagheria parla della famiglia ed è difficile non ritrovarsi in queste parole. 

È strano pensare alla famiglia: si nasce e ci si trova in mezzo ad un gruppo di persone sconosciute a cui siamo collegati da questioni strettamente genetiche e si pretende che da questa condivisione di cromosomi nascano dei rapporti affettivi, senza possibilità di scelta.

"Vuoi bene alla mamma? Al papà? Alla nonna? Alla zia di ventiquattresimo grado?". Come si può pretendere che i bambini rispondano di no? Non ci è concesso, e, forse, da bambini non conosciamo neppure esattamente cosa significhi voler bene. Vogliamo bene a tutti perché assecondano i nostri bisogni, non ci fanno mancare niente e, quando questo non succede, vogliamo bene ai nostri parenti perché banalmente sono le uniche persone che conosciamo. È la trappola della famiglia così come la intendeva Pirandello, dalla quale non riusciamo ad uscire se non diventiamo adulti.

C'è poi il momento della creazione della famiglia: ci si sente onnipotenti per aver esercitato la propria forza creatrice, per aver trasmesso i propri geni a quel neonato che, prima o poi, divenuto adulto inizierà ad esercitare il proprio sacrosanto diritto di scelta, decidendo a chi voler bene realmente e a chi rivolgere l'affetto di facciata legato a cause di tipo squisitamente genetico.

Il momento della scelta è il momento della crisi della famiglia (non a caso, la parola crisi deriva proprio dal verbo greco krìno che vuol dire "scegliere"). Alcune facciate iniziano a crollare, altre si rinsaldano divenendo così spesse da non poter essere buttate giù nemmeno dal più violento terremoto; segreti nascono, crescono e marciscono all'interno dei gruppi familiari, costituendo una minaccia per gli stessi gruppi; odii, invidie gelosie vengono sussurrate a mezza bocca alle spalle dei destinatari salvo poi scomparire alla cena di Natale quando siamo tutti più buoni (e a me viene l'orticaria).

Non è sempre e per forza così: nonostante la mia famiglia mi abbia permesso di passare un'infanzia e un'adolescenza serena, pur con i limiti di ognuno  e le naturali difficoltà di relazione all'interno del gruppo, ricordo la sana invidia che provavo vedendo famiglie sorridenti che andavano a prendere il gelato tutti insieme e pensavo a quanto sarebbe stato bello condividere con loro quelle gioie.

Si sente spesso parlare di famiglie disfunzionali: ci riflettevo guardando la serie Netflix Il diavolo in Ohio e la docuserie, sempre targata Netflix, Wanna: da una parte la tipica famiglia americana, sconvolta dall'arrivo in casa di una ragazza scappata da una setta religiosa e vittima sacrificale designata dal padre; dall'altra la storia della teleimbonitrice più famosa degli anni '80 e '90 che trascina con sé la figlia nel suo mondo fatto di ottime capacità comunicative e di ciarlataneria.

Ma a pensarci bene, quale famiglia non è disfunzionale? Quale famiglia non è percorsa da queste continue tensioni? Forse il funzionamento della famiglia si vede proprio nel resistere a queste tempeste, che portano con sé l'inevitabile perdita (volontaria o involontaria) del carico in eccedenza ma il rinsaldarsi dei legami tra l'equipaggio che rimane a bordo.


The Cranberries,   Ode to my family

18 settembre 2022

Amare in silenzio

"A quell'ora la casa era sempre poco scaldata, ma Elide s'era tutta spogliata, un po' rabbrividendo, e si lavava, nello stanzino da bagno. Dietro lei veniva lui, più con calma e si lavava anche lui, lentamente, si toglieva di dosso la polvere e l'unto dell'officina. Così stando tutti e due intorno allo stesso lavabo, mezzo nudi, un po' intirizziti, ogni tanto dandosi delle spinte, togliendosi di mano il sapone, il dentifricio, e continuando a dire le cose che avevano da dirsi, veniva il momento della confidenza, e alle volte, magari aiutandosi a vicenda a strofinarsi la schiena, si insinuava una carezza, e si trovavano abbracciati".

A mio parere, una delle più belle scene d'amore della letteratura italiana. 

Il breve racconto di Italo Calvino "L'avventura di due sposi" (che potete leggere qui) descrive una qualunque giornata della vita di Arturo ed Elide, che si amano e vivono insieme anche se le loro vite sono implacabilmente separate dai turni di lavoro. Il loro amore, che richiama storie mitologiche sull'amore tra il sole e la luna nonostante sia perfettamente calato nella società industriale del secondo dopoguerra, sembra proprio costruirsi sull'assenza, sulla ricerca del calore del corpo che l'altro ha lasciato nel letto, sull'urgenza di avere tante cose da dirsi e poco tempo per farlo, sulla consapevolezza del tempo sottratto dagli impegni lavorativi. Nel loro non incontrarsi sembra quasi che consista non solo una ragione di disperazione ma - scrive Calvino nella presentazione del libro - l'essenza stessa del loro rapporto amoroso.

Suona, indubbiamente, strano eppure è una verità che mi risuona dentro.

Siamo ormai abituati a clamorose dimostrazioni di amore seguite da altrettanto roboanti dimostrazioni di non-amore; se non lo grido ai quattro venti, se non lo esibisco, non è amore vero. Certo, sono fortunatamente lontani i tempi di Catone il Censore di cui Plutarco racconta che aveva espulso Manilio, un membro del Senato, accusato di aver abbracciato la moglie in pieno giorno sotto gli occhi della figlia, mentre lui si vantava di abbracciare la moglie solo quando scoppiava un forte tuono.

Tra seppellire e spiattellare l'amore c'è tutta una zona intermedia, fatta di piccole attenzioni, ma anche di schermaglie, di gesti e di silenzi: il silenzio di chi sa ascoltare, quello di chi sceglie di non dire qualcosa per preservare la serenità dell'altro, quello di chi non sa cosa dire ma sa anche che non è sempre necessario riempire il vuoto con le parole.

"Se lo nomini, lo rompi" è l'indovinello che si impara da bambini e che ha come riposta "il silenzio". La stessa cosa sembra valere per l'amore che, come il silenzio, in aperta opposizione al costante rumore che ci circonda, rappresenta un porto di pace ma che, ancora come il silenzio e anche come la felicità, non esiste se non come negazione di ciò che è altro da sé.

Fabi Sivestri Gazze, L'amore non esiste

15 settembre 2022

Diciannove prime volte

Ci risiamo.

Era il 2004: varcavo per la prima volta un’aula scolastica e incontravo una classe che avrei avuto davanti per tutto l’anno.

È il 2022: il rito si ripete sempre uguale per la diciannovesima volta e la sensazione è esattamente la stessa. Lingua felpata - in perfetto stile Fantozzi - sudorazione fuori controllo e ansia gioiosa (o gioia ansiosa): cosa racconterò a queste 50, anche 60 pupille che mi fisseranno? Preparo tutti i miei bei discorsi su libertà di parola, rispetto, gentilezza, partecipazione che tanto so perfettamente che non pronuncerò mai.

Penso ai miei studenti di quinta che affronteranno oggi l’ultimo primo giorno, ai miei studenti più piccoli che entreranno per la prima volta nella scuola dei grandi, ai loro sentimenti, ai loro desideri, a cosa vorrebbero, a cosa vorrebbero evitare; penso a chi fa già il conto alla rovescia per il 10 giugno e a chi, invece, trova nella scuola un rifugio, un conforto, un’occasione di riscatto. 

Finalmente li potrò vedere tutti in viso, ma spesso e volentieri le loro fragilità rimarranno  ugualmente nascoste, segrete, sconosciute anche a loro stessi, salvo poi esplodere in modi e tempi inaspettati. E mi chiedo se sarò pronto ad accoglierli, ad aiutarli, a spronarli; se sarò in grado di mostrare loro, a tutti loro, la bellezza del sapere, del confronto, anche dello scontro purché rispettoso e, accanto a questo, la ricchezza della letteratura che parla di noi anche quando ci sono millenni che ci separano da ciò che leggiamo. Se riuscirò a convincerli che, in fondo, ma proprio in fondo, la scuola non è cattiva, è che la disegnano così. 

E poi ci sono i programmi, la burocrazia, gli adempimenti, le cose che non si possono rimandare, quello che non si vuole fare ma si deve, quello che si vorrebbe fare ma non si può.

Tutto questo sembra avere il sopravvento, ma lo nascondo dietro il “Buongiorno” migliore che io riesca a pronunciare.

Un nuovo anno, una nuova occasione per imparare e cercare di fare (del) bene.


Pink Floyd, Another brick in the wall

13 settembre 2022

Abbracciamoci (per non sentirci soli)

Se dico David Grossman, cosa vi viene in mente? Probabilmente niente, o più probabilmente Qualcuno con cui correre, bellissimo romanzo di formazione con cui ho tormentato diverse classi di studenti.

Forse non tutti sanno che (e qui parte la rubrica dell'intramontabile Settimana enigmistica) Grossman è anche autore di letteratura per l'infanzia: tra i suoi racconti - che, onestamente, ho a lungo odiato perché letti a ripetizione a Figlio1 - ce n'è uno, che si chiama L'abbraccio e che merita una lettura e una riflessione.

"Non c'è nessuno al mondo come te", dice la mamma al suo bambino che, così, scopre di essere unico e collega questa unicità alla solitudine. Gli uomini sono unici (e quindi soli) e questa caratteristica li accomuna a tutti gli altri esseri viventi: Ben - è questo il nome del bambino - lo intuisce perché vede delle formiche che da lontano sembrano camminare tutte in fila, mentre, guardandole da vicino, si accorge che ognuna di loro cammina ad un ritmo diverso e svolge una propria attività. Qual è la soluzione a questa solitudine che appare quasi esistenziale? L'abbraccio, dice la mamma di Ben. L'abbraccio è il gesto dell'accoglienza per antonomasia, è ciò che, anche solo per un attimo, non ci fa sentire soli senza intaccare la nostra unicità.

L'immagine dell'uomo formica non è rara: ne parlavano - solo per citarne un paio - Leopardi nella Ginestra e Montale in Meriggiare pallido e assorto (composta dal poeta quando aveva appena vent'anni, momento in cui molti di noi danno ancora la caccia ai Pokémon). Gli uomini, minuscoli e indifesi rispetto alla natura che li circonda e li sovrasta, si affannano nell'illusione di poter creare qualcosa di unico e di grande senza avere contezza del fatto che la loro vita e la loro capacità di intervenire sul mondo è paragonabile - appunto - a quella di una formica. Rincuorante, no? Grossman trova una via di fuga a questa condizione nel semplice gesto dell'abbraccio che, a sua volta, ha una lunga tradizione letteraria: la gioia di Dante che abbraccia il suo amico Casella o di Virgilio che abbraccia il suo conterraneo Sordello rimandano alla celebrazione dell'amicizia come sentimento nobile, forse anche più dell'amore, che fa della gratuità il suo tratto distintivo: ti sono amico, ma non chiedo niente in cambio.

Quello che ho appena trascorso è stato un week end pieno di (pochi) amici e di (molti) abbracci sinceri e in grado di porre rimedio alla solitudine. Questo è, credo, l'aspetto più bello dell'amicizia: parlare, confidarsi, sentirsi accolti, percepire che - al di là delle differenze, dell'unicità che contraddistingue la storia e il modo di essere di ognuno - c'è l'altro che ti capisce, ti fa sentire meno solo e ti dà anche la rassicurante sensazione che tutti apparteniamo allo stesso genere, quello umano, e quindi, come Terenzio diceva più di 2300 anni fa, non possiamo non interessarci agli altri uomini.

Non ho mai pensato ad una umanità fatta solo di persone legate da vincoli di amicizia: è un sentimento troppo nobile, non adatto a tutti e spesso svuotato di significato (basti pensare agli amici di Facebook, che magari sono tutto fuorché amici). Un mondo più umano, in cui, consapevoli del nostro essere effimeri ma anche del nostro essere unici e quindi soli, sappiamo trovarci e ascoltarci è, invece, un'utopia bellissima: come dice la stessa parola utopia, però, è qualcosa che non può esistere perché non è in nessun luogo. Ma noi abbracciamoci ugualmente, per non sentirci soli.

Queen, Friends will be friends 


08 settembre 2022

Settembre, andiamo! È tempo di sperare (ma anche di imprecare)

 A me è maggio che mi rovina

e anche settembre, queste due sentinelle

dell'estate: promessa e nostalgia.

Patrizia Cavalli, morta proprio all'inizio dell'estate che sta volgendo al termine, dedica queste parole a maggio e settembre: promessa e nostalgia.

Più prosaicamente, e confidando nel perdono della poeta (come la battezzò Elsa Morante), io mi fermerei al primo concetto: a me è settembre che mi rovina, da sempre. 30 giorni reali, 300 percepiti.

Quando andavo all'università, settembre era il mese dedicato agli esami che rientravano nella categoria poilifaccio: non erano esami difficili, quelli che richiedevano studio matto, disperatissimo e concentrato - come sempre - negli ultimissimi giorni quando non nelle ultimissime ore. Erano gli esami che rimandavo per pigrizia e che poi affrontavo con l'entusiasmo con cui si affronta una colonscopia.

Quando ho iniziato ad insegnare, settembre era il mese dell'attesa delle famigerate nomine dal Provveditorato (ufficio che nel frattempo ha cambiato 15 nomi): consultazioni febbrili dei siti istituzionali, loschi accordi sottobanco con gli altri aspiranti docenti, tentativi di sabotaggio nei confronti di coloro che erano più alti in graduatoria... il tutto per strappare  -  nella migliore delle ipotesi - un contratto fino al 30 giugno dell'anno successivo che avrebbe garantito un minimo di stabilità economica e psichica per i dieci mesi successivi. Correggo: solo un minimo di stabilità economica perché la stabilità psichica, in certe scuole e con certe classi, era un miraggio.

Il primo settembre è iniziato il mio diciannovesimo anno di insegnamento, l'ottavo (ma andrebbe bene anche lottavo) da docente di ruolo e il mese in questione è sempre fonte di ansie. Da bravo scolaretto, ho già acquistato della nuova cancelleria, sto pensando a qualcosa di nuovo che mi piacerebbe fare quest'anno - anche perché se dovessi fare le stesse cose potrei anche portare un cartonato con la mia veneranda immagine e inviare un audio delle mie lezioni e non escludo che qualcuno lo faccia, pur senza cartonato e senza audio preregistrato - ma soprattutto sto programmando tutto con meticolosità ben sapendo che entro dicembre andrà tutto all'aria perché non avrò considerato le migliaia di variabili che ogni giorno allietano la vita di qualunque docente. 

Le domande che mi pongo sono sempre le stesse: mi chiedo se riuscirò ad insegnare e ad imparare qualcosa, se sarà possibile intravedere una scintilla di interesse rispetto a quello che dico negli occhi e nelle menti annebbiate dalle varie Ferragni e De Filippi, se e in quanto tempo farò scomparire i vari apposto, avvolte, vabbene dai compiti scritti. Mi chiedo, poi, se riuscirò a mantenere la calma di fronte ai continui e costanti attacchi rivolti alla scuola: è di qualche giorno fa, ad esempio, la notizia della pagella di Piero Angela seguita dai soliti commenti indignati dell'utente di medio di facebook, di quelli che mi hanno buttato in mezzo ai lupi e ne sono uscito da capo branco, riassumibili con "la squola fà skifo e non serve a niente; li insegnanti sono pacati per non fare nulla; per fortuna che io ho stato furbo e mi ho letto tutte le cose ke ci nascondono sull'internet". Noterella a margine della vicenda: la scuola, nel periodo in cui l'ha frequentata Piero Angela, non era né migliore, né peggiore, ma era semplicemente diversa, come diversa era la società e diversi erano gli uomini e le donne. Fare paragoni, quindi, non ha alcun senso e non dimostra affatto che la scuola non valorizza i talenti, anche se non nego che questo possa accadere; non sono rari, inoltre, i casi di studentesse e studenti che sbocciano all'università e subiscono la trasformazione da capra in genio.

Una volta ho detto ad un mio caro amico che, di fronte ad una classe, mi sentivo come Michelangelo di fronte ad un blocco di marmo: non con lo scalpello e il martello (purtroppo) ma con la lettura avevo la speranza di trasformare quella massa ancora informe in un'opera d'arte. Ovviamente la reazione fu uno sguardo che voleva dire "Povero illuso", ma, finché continuerò a coltivare questa speranza, sarà bello aspettare l'inizio della scuola, nonostante settembre.

PFM, Impressioni di settembre

04 settembre 2022

Non è un social per vecchi

"Ciao, ragazzi! Eccomi qua! Vi do il benvenuto sul mio canale ufficiale di Tik Tok".
Sono ormai tre giorni che guardo compulsivamente il video dell'apertura dell'account dell'uomo che sussurrava alle dentiere sul social network per ggenteggiovane® (qualora lo abbiate perso e vogliate farvi del male, lo trovate qui) e non riesco a farmene una ragione. Sono state fatte analisi di vario genere: è stato analizzato il suo linguaggio e la comunicazione non verbale, il numero di follower ottenuti, è arrivata la risposta degli utenti di tik tok che, sostanzialmente, lo hanno trattato come il nonno rintronato che è un facile bersaglio di prese in giro quando alza un po' troppo il gomito.
Da parte mia, ho provato un senso di disagio accompagnato da una grande rabbia.
Per usare il linguaggio dei giovani, quel video si potrebbe definire cringe, imbarazzante in modo inimmaginabile: ha mostrato in maniera plastica i livelli a cui può arrivare la politica italiana a destra, a sinistra e al centro senza (quasi) alcuna distinzione. I leader politici cercano di usare i nuovi media senza avere reale contezza del loro corretto utilizzo, ottenendo in questo modo risultati grotteschi: immaginate Leopardi che - improvvisamente redivivo - decide di comparire in tv, mezzo a lui sconosciuto, per farsi intervistare da Barbara d'Urso o Van Gogh che pubblica i suoi selfie su Instagram. I risultati sarebbero disastrosi e loro, pur geniali, farebbero figure meschine (un po' come Leonardo da Vinci in Non ci resta che piangere). L'unico che avrei visto bene è Ungaretti su Twitter: in 280 caratteri avrebbe scritto una intera raccolta di poesie.
Se poi si pensa che i destinatari di queste buffonate sono la cosiddetta Generazione Z, la farsa si trasforma in una tragedia: per essere vicini ai giovani non basta fare le voci stupide o - come fa l'Uomo Verde - fare le dirette a mezzanotte fingendo, per mostrarsi brillanti, di accettare gli scherzi degli utenti che aggiungono occhiali da sole e improbabili cappellini. Sembra che vogliano parlare con dei deficienti a cui dare il contentino, usando - come direbbe Dante - la lingua del pappo e dindi, cioè la lingua infantile, per entrare in contatto con loro. Altrettanto imbarazzanti sono quei politici che aprono un account tik tok ma precisano che loro non lo useranno in maniera stupida come gli altri, ma proporranno libri e cultura, il che equivale a dire vado su Youporn e carico video di bacini sulle guance e lezioni di semiotica.
La verità è che i giovani sono fuori dal radar dalla politica e il disinteresse è reciproco: forse è stato sempre così ma ora si avverte maggiormente la distanza che separa coloro che iniziano ora la collezione dei primi timbri sulla scheda elettorale e chi decide le loro sorti. Usare i loro mezzi di comunicazione, provare a parlare come loro non dà a nessuno la patente di paladino dei giovani: penso a cosa succederebbe se entrassi in classe e mi rivolgessi alle alunne e agli alunni chiamandole fra, bro e zio. Sarei immediatamente internato.
Ascoltare le loro istanze, provare a immaginare realmente un Paese per giovani, investendo sul futuro pur salvaguardando il presente e il passato; argomentare le proprie posizioni parlando con chi ha 18 anni, senza parlare per slogan, mostrarsi pronti a rispondere alle loro domande e - una volta al governo - mantenere quanto si è promesso, senza arroccarsi dietro scuse e motivazioni espresse in un linguaggio volutamente incomprensibile, il latinorum di manzoniana memoria, strumento di potere di chi, in realtà, non sa far altro che usare i propri minuscoli privilegi per schiacciare chi è sotto di sé. Questo, forse, ridarebbe credibilità alla politica che, invece, non sa far altro che guardare il proprio ombelico fingendo, invece, di guardare lontano senza saper usare il binocolo che viene evidentemente usato al contrario.

Zen Circus, Ok boomer

Una zattera col tetto

Adolescente e adulto sono due facce della stessa medaglia. Hanno addirittura la medesima radice. Però adulto è un participio passato. Mentre...