31 dicembre 2023

Le brutte intenzioni

Giuro che avrei voluto evitarlo.
Giuro che lo so che dei resoconti dell’anno e delle liste di buoni propositi non interessa niente a nessuno.
E invece, puntuali come le lenticchie a Capodanno, come Orietta Berti nella prima serata di Rai1 il 31 dicembre, come lo zio alticcio che urla “Ambo!” dopo che è stato estratto un solo numero, come il Dialogo di un venditore di almanacchi e di un passeggere, come Lucio Dalla che canta L’anno che verrà arriva questo post il cui titolo contiene una citazione che non può non essere colta da chi è mio amico.
Gli altri, peste li colga.

Non avrei voluto scrivere un post di buone intenzioni ma ancora una volta hanno scelto per me i libri, i maledetti libri che diventano il centro di gravità permanente intorno a cui ruota la mia vita, che fanno da termometro e da cassa di risonanza dei miei sentimenti.

Kent Haruf, qualche anno fa, ha scritto uno dei romanzi più teneri che io abbia mai letto, ovvero Le nostre anime di notte, storia di Louis e Addie, due persone anziane che, dopo la morte dei rispettivi coniugi, decidono di passare le loro notti insieme a raccontarsi la propria vita.
Nel piccolo villaggio di Holt, che fa da sfondo alla vicenda, la cosa non è vista di buon occhio e diventa oggetto di chiacchiericcio da parte della gente.
Quando a Louis viene rivolta una battuta velenosa a riguardo, l’uomo reagisce male e ne parla, poi, con Addie

"Avrei dovuto semplicemente ignorarlo e sdrammatizzare. Ma non l'ho fatto. Non volevo si facessero delle cattive idee sul tuo conto”
“Lascia perdere, Louis. Sapevamo fin dall'inizio che la gente l'avrebbe scoperto. Ne avevamo parlato”
“Sì, ma non ci stavo pensando, Non ero pronto. Non volevo che si inventassero storie su di noi. Su di te”
“Lo apprezzo, ma non possono farmi del male. Ho intenzione di godermi le nostre notti insieme. Finché dureranno”
Lui la guardò. “Perché dici così? Sembri me l'altro giorno, Non pensi che dureranno? Magari anche per un bel po'?”
“Spero di sì”, rispose lei. “Ti ho già detto che non voglio più vivere in quel modo - per gli altri, per quello che pensano, che credono. Non è così che si vive. Non per me, almeno”
“Giusto, vorrei avere il tuo buonsenso. Hai ragione, ovviamente”


Imparare a non vivere per gli altri, per quello che pensano e che credono.
Non aver paura dell'opinione altrui ma, individuata la propria strada, percorrerla fino in fondo.

Sempre Louis e Addie, le loro riflessioni sull’amore.

“Sei di nuovo troppo severo con te stesso”, osservò Addie. “Chi riesce ad avere quello che desidera? Non mi pare che capiti a tanti, forse proprio a nessuno. È sempre un incontro alla cieca tra due persone che mettono in scena vecchie idee e sogni e impressioni sbagliate. Anche se, ripeto, questo non vale per noi due. Non in questo momento, non oggi”
“Anche per me è così. Eppure persino tu potresti stancarti di me e non volerne più sapere”
“Se dovesse succedere, possiamo smettere”, disse lei. “Questo è l'accordo tra noi, no? Anche se non ce lo siamo mai detti”
“Sì, quando ti stanchi puoi dirlo”
“Anche tu”
“Non penso che succederà”

Considerare i miei incontri con gli altri come una fortuna che mi è capitata, che non è scontata e che - quando ci si stanca - può anche interrompersi.
Saper coltivare ma anche potare.

Altro libro, altre riflessioni.
È stato Gianrico Carofiglio, autore di La versione di Fenoglio, a fornirmi altre buone intenzioni.
Alle soglie della pensione, il maresciallo Pietro Fenoglio sta facendo fisioterapia insieme a Giulio, un ragazzo che non ha ancora trovato una propria via ed ha voglia di uscire da un sentiero già troppo segnato per lui. Fenoglio racconta episodi della sua carriera e riflette sul suo modo di agire e di relazionarsi con gli altri.

Ci sono vari modi di guardare il mondo e gli altri. Il più diffuso consiste nell'assegnare delle etichette e attenersi rigorosamente a esse. Il meccanismo ha una sua micidiale semplicità. Assegniamo l'etichetta e, da quel preciso momento, la utilizziamo per osservare l'oggetto etichettato. Diventa uno strumento di selezione degli stimoli che arrivano alla nostra mente e, addirittura, ai nostri sensi. Vediamo, percepiamo ciò che corrisponde all'etichetta e scartiamo quello che la contraddice.

Continuare a non mettere etichette e, quando necessario a toglierle - con delicatezza, evitando di far del male perché certe volte nelle etichette ci stiamo anche comodi. Vale per me e per gli altri.
Ricordarmi che io sono altro rispetto ai miei ruoli e alla mia identità: il nome mi è stato imposto da altri, il cognome è un’eredità familiare. Entrambi mi identificano ma non mi qualificano.

Ancora Fenoglio, sulla capacità di cambiare punto di vista.

“Osservare lentamente non significa solo osservare in senso fisico, usando il senso della vista. Significa mettere in discussione le proprie convinzioni, non rimanere vincolati alla prima ipotesi, o magari a uno schema che in passato ha funzionato e che stavolta potrebbe non andare bene. Per abitudine tendiamo a replicare le strategie che hanno prodotto risultati, e questo in sé non è un male. Il problema sorge quando queste strategie non funzionano più e noi insistiamo a ripeterle solo perché non riusciamo ad immaginarne altre”
“Einstein diceva che la pazzia è continuare a fare la stessa cosa aspettandosi risultati diversi”.
“Bella. E sì, è come se uno possedesse una chiave che in passato ha aperto una porta e cercasse di usarla per tutte le altre porte chiuse che si trova davanti”


Cambiare punto di vista, avere il coraggio di lasciare il certo per l’incerto, perdere il baricentro per trovarne uno nuovo. Soprattutto avere l’onestà intellettuale di ammettere quando le proprie idee non funzionano più.

“Alcuni giorni fa. forse proprio il giorno prima che lei e io ci conoscessimo, mi ha detto una cosa che mi ha colpito moltissimo. Bruna, intendo”
“Cosa?”
“Che cammino un po' curvo. Non c'entra niente con l'incidente, ho sempre camminato in questa maniera. Quando stavo per tornare a casa mi ha rimproverato: "Devi stare in piedi ben diritto, con il mento alzato, e guardare in faccia il mondo. L'ha detto così, senza che ci fosse una ragione particolare in quel momento”
“Tu che hai risposto?”
“Niente. E lei ha continuato dicendo che stare bene diritti non è solo una questione di postura fisica. Stare in piedi in quel modo, deliberatamente, è una questione di postura morale, significa accettare la responsabilità di essere vivi. Ha a che fare con la dignità di essere donne e uomini di fronte al caos dell'universo”

Accettare la responsabilità di essere vivi, guardando in faccia il mondo. 

E poi.
Tenermi stretto chi canta a squarciagola le canzoni della mia playlist
Non lasciar scappare chi non scappa anche quando dici una verità che può essere scomoda
Leggere, crearmi mondi paralleli in cui trovare un senso al mondo reale in cui mi trovo a vivere
Non fermarmi alle apparenze, non desistere al primo ostacolo.
Fare e farmi domande, anche se le risposte non mi piacciono o non arrivano.
Riuscire a convincere gli altri che in una persona possono coesistere pacificamente la passione per il pop e per il cazzeggio e la cultura classica.
Esprimere i miei sentimenti, senza aspettarmi nulla dall'altra persona, nella consapevolezza che solo la verità rende liberi e che non tutti sono in grado di maneggiare - senza manipolare - i sentimenti altrui.

Difficile, forse.
Impossibile, no.

Bugo feat. Morgan, Sincero



24 dicembre 2023

Un gesto rivoluzionario

Traumi infantili e dove trovarli.
"Cosa devi dire al signore?". Questa frase, seguita da un potente strattone, forse dato nella speranza di far fare contatto ai due neuroni che affollavano il mio cervellino e trovare di conseguenza la risposta giusta, era il rituale necessario prima che da bambino pronunciassi la parola "grazie".
Fortunatamente, poi. le cose sono cambiate ed ho imparato a ringraziare sempre, anche quando apparentemente non ci sono motivi per farlo, e ad accogliere il sentimento della gratitudine come segno di umiltà e di forza insieme. Perché ringraziare vuol dire riconoscere che un'altra persona ha avuto un ruolo nel nostro star bene e a noi, che vogliamo mostrarci sempre indipendenti, questo costa fatica. Vuol dire compiere una piccola rivoluzione gentile.

Franco Arminio, in Poesia della gratitudine, scrive:

Ringrazia,
vattene via quando serve,
non portare rancore,
ringrazia ancora,
ricorda il male
che hai trasformato in bene,
libera la tua tenerezza,
ma studia il nero del mondo,
goditi quello che sei diventato,
niente di meglio
era possibile,
non nascondere il tuo sconforto,
rngrazialo, intervistalo,
ma non dare retta
a tutto quello che ti dice,
inventati la gioia del giorno,
se ne trova sempre qualcuna 
se ti guardi bene intorno.

Quindi oggi voglio dire grazie.

Grazie a chi vede l'abisso che ho dentro e non scappa ma mi chiede di fargli luce e di dargli una corda per calarcisi dentro.
Grazie a chi mi fa ridere, anche nei momenti in cui non avrei voglia di farlo; grazie, soprattutto, alle persone con cui si crea un linguaggio condiviso, in codice, per cui non si possono dire normalissime parole senza scoppiare a ridere. Ad esempio bottiglia.
Grazie alle persone con cui condividere senza timore le fissazioni, i disagi psicologici, quelle cose che ci fanno sentire strani e che sanno riderne con te.
"Grazie al ca**o", che è la risposta che sta bene su tutto, come il nero.
Grazie a chi c'è, a chi non scompare, a chi sa che anche non ci si sente e non ci si vede tutti i giorni l'affetto non può mai essere messo in discussione.
Grazie a chi è scomparso (e che presumibilmente non leggerà mai queste righe): ogni tanto fa bene anche l'assenza. Anche se è definitiva.
Grazie alle persone che quotidianamente affollano la mia vita, a quelle che fanno sentire la propria presenza anche con uno sguardo, con una parola, con un sorriso.
Grazie a chi mi ha fatto crescere e a chi, ancora ora, contribuisce al mio miglioramento.
Grazie a chi mi ha messo in discussione, mi ha sottovalutato, mi ha snobbato: anche loro hanno contribuito al mio miglioramento (e ora possono serenamente rosicare).
Grazie a chi ha fiducia in me e non ha paura a dimostrarmelo.
Grazie a chi scrive libri, poesie, a chi suona, a chi canta, a chi fa arte in tutte le sue forme: quando trovo nelle espressioni di qualcun altro ciò che aderisce perfettamente al mio stato d'animo provo una sensazione assimilabile alla felicità.  
Grazie a chi mi sa leggere nel pensiero.
Grazie a chi mi parla come se parlasse con sé stesso e che mi spinge a fare lo stesso, rompendo un muro spesso fatto di silenzio e di cose da mettere a tacere perché non è opportuno dirle.
Grazie a chi abbraccia: il calore di un abbraccio sincero, profondo non è paragonabile a nulla.
Grazie a me stesso che sto cercando e trovando il coraggio di non avere paura di parlare, di buttarmi anche a costo di farmi male, di essere quello che sono e di superare la differenza che c'è tra forma e sostanza.
Grazie a studentesse e studenti, che rendono il mio lavoro bello, sfidante, che con le loro storie mi mettono in crisi, mi costringono a distruggere e ricostruire le mie certezze con le loro domande, crescono sotto i miei occhi e mi mostrano i frutti dell'impegno
Grazie ad ex studentesse ed ex studenti: le vostre parole, i vostri ricordi, i vostri abbracci mi fanno capire quanto grande sia la responsabilità di cui ogni giorno sono investito. Questa cosa mette un po' di ansia, ma è bello così.
Grazie a Cristo tra poco sarà passato anche questo Natale
Grazie a te, che leggi queste righe, condividi questi pensieri e metti un argine alla mia solitudine, che forse è anche la tua ed è di tutti, ma noi non lo sappiamo e quindi continuiamo a sentirci soli.

Alanis Morrisette, Thank you

17 dicembre 2023

Il peso delle parole

Un mare scuro e tranquillo in superficie, sotto il quale si agitano chissà quali tempeste, inimmaginabili dall'esterno.
Sono così gli occhi di G.; l'unica increspatura è il sorriso che le parte dallo sguardo per poi aprirsi pian piano sulle labbra. Apparentemente è ben centrata e sicura di sé. Apparentemente, perché non ama - come nessuno - mostrare la propria fragilità.
G è timida ma, nonostante ciò, non abbassa mai lo sguardo quando ti parla. 

Sorride anche quando mi si affianca mentre faccio il pastore maremmano che conduce il gregge dall'aula alla biblioteca e inizia a parlarmi.
E mi parla di un padre ormai per lei sconosciuto e di una madre che, al ritorno a casa dal lavoro, vomita addosso a lei la sofferenza di una vita da cui crede di non aver avuto il giusto compenso, la sua frustrazione, il suo sentirsi attaccata da tutti.
Non riesce a sottrarsi a questa valanga di parole, G. che nel frattempo ha perso il sorriso e stringe la mascella, e mi chiede come fare quando non si ha più voglia di ascoltare qualcuno.
Ancora una volta mi trovo senza parole, mi sento impotente.

Dopo la scuola mi metto in macchina, le lacrime scendono da sole e non faccio niente per fermarle.
Da spugna quale sono penso che il pianto sia il modo per far uscire quello che ho assorbito.
E poi penso.

Penso alle parole e al loro infinito potere.
A quanto aspettiamo le parole che ci vorremmo sentir dire e che solo raramente arrivano dalla persona giusta e al momento giusto.
A quanto aspettiamo la parola che squadri da ogni lato / l'animo nostro informe, la parola definitiva, che stabilisca chi siamo e che ci permetta di riconoscerci e di distinguerci all'interno del mondo, definendo i confini tra il sé e l'altro da sé.
A quanto le parole non pronunciate possano far male.
A quanto possano scavare solchi profondissimi le parole sussurrate di sera, approfittando del buio che dà il coraggio di dare corpo a verità che la luce del giorno farebbe fuggire.

Penso a quello che scrive Sándor Márai nel romanzo "Le braci":
Sì, le parole ritornano. Tutto ritorna, le cose e le parole girano in cerchio, talvolta fanno il giro del mondo, poi un bel giorno si incontrano, si riuniscono e il cerchio si chiude.

E penso a quanto è bello circondarsi di persone le cui parole hanno un peso ed una verità che non ha bisogno di essere ribadita in alcun modo, quelle che non aggiungono "te lo dico davvero" alla fine di una frase perché sanno che non ce n'è alcun bisogno.
Le persone che sono in grado di sopportare i nostri silenzi perché ne capiscono il significato e sanno dare ogni volta il peso giusto alle nostre parole sono da tenere strette.
Sono persone da tenere strette quelle di cui siamo in grado di sopportare il silenzio e alle cui parole sappiamo dare il giusto peso.

L'anima - secondo l'esperimento condotto da MacDougall all'inizio del '900 - pesa 21 grammi; le parole, anche le più leggere, anche quelle non dette. hanno il peso di un macigno e lo vediamo tutti i giorni, sperimentandone il peso e la violenza sulla nostra pelle.



Giovanni Caccamo, Le parole hanno un peso

10 dicembre 2023

È di nuovo quel periodo dell'anno

Luci. Tante, forse troppe. Uno scintillio esagerato.
All I want for Christmas is you.
Last Christmas I gave you my heart (che non c'entra nulla, ma non fa niente)
Buoni sentimenti a profusione.
E poi cene, brindisi, aperitivi. Tanti, forse troppi.
Baci, abbracci, sorrisi forzati. Mettiamo da parte tutti i dispiaceri e vogliamoci bene.

Ogni volta che percepisco il dovere di provare un sentimento, automaticamente vado in blocco come una caldaia nel giorno più freddo dell'anno, ovvero in modo inaspettato ed inopportuno.
È estate, devi divertirti.
È capodanno, devi festeggiare.
È Natale, devi essere più buono.

Scusatemi, ma non ce la posso fare.

Faccio fatica a comprendere questa bontà a comando che si accende insieme alle lucine: mi sembra un po' come mettere la polvere sotto il tappeto perché la casa è sporca, non abbiamo il tempo di pulirla ma dobbiamo fingere che tutto sia perfettamente a posto e sotto controllo.

E non è questione di essere Scrooge o Grinch o qualunque altro essere che non ama il Natale.

C'è una motivazione più profonda.

Giorgio Caproni, nella poesia Petit Noël scrive:

S'avvicina il Natale.
Gesù, portami via.
La tua è la più bella bugia
che possa allettare un mortale

Il senso religioso della festa credo sia ormai irrimediabilmente perduto: un bambino appena nato non si potrebbe accogliere con tutta questa gran confusione.
Un bambino appena nato si accoglie con uno stupore silenzioso, lo stupore che deriva da una nuova vita che nasce e dal carico di speranze  e di sofferenza che porta con sé.
E quando si dice che il Natale è la festa dei bambini, si dice una delle più grandi bugie che si possano raccontare: come può un bambino comprendere questo mistero? Certo, la meraviglia è connaturata all'età infantile ma la speranza, l'idea di una nascita finalizzata ad una morte catartica e tutto ciò che questo porta con sé è assolutamente fuori dalla portata dei bambini.
Le verità della religione sono troppo alte per essere comprese già dagli adulti, figuriamoci dai bambini. Bisognerebbe aderire ad un culto religioso per convinzione, non per convenzione. Da adulti consenzienti, non da creature inconsapevoli. È una questione di rispetto per la religione. Ma questo è un altro discorso.
Tolto questo, quale valore resta alla festa?

Al di là delle tirate moralistiche sulla commercializzazione del Natale, resta sicuramente un valore affettivo: a Natale c'è più tempo per stare con la propria famiglia, con i parenti che vedi di rado. Spesso, però, questi momenti si trasformano in rese dei conti, nell'esplosione di conflitti messi a tacere grazie alla distanza, al poco tempo passato insieme. La citazione di Ugo Foscolo a questo punto è obbligatoria: “Io non odio persona alcuna, ma vi son uomini ch'io ho bisogno di vedere soltanto da lontano”. Non vale per tutti, ma per molti sì, anche se non ci piace ammetterlo.

Paradossalmente, l'unica cosa che mi piace in questo periodo è forse quella che odia la maggior parte delle persone, ovvero fare regali: scegliere con cura cosa regalare alle persone a cui voglio bene (solo a loro, per tutti gli altri lascio la scelta, trasformare un sentimento in qualcosa di concreto, poter dire "ti ho pensato" con qualcosa che parli di me.

Per il resto preferisco esserci a gennaio, abbracciare a febbraio, ascoltare a marzo, sorridere ad aprile, accogliere a maggio, ridere insieme a giugno, confortare a luglio, piangere insieme ad agosto, dare la mano a settembre, chiedere come stai? ad ottobre, stare insieme in silenzio a novembre. E sentirmi libero di non essere costretto a voler bene a dicembre.

Carmen Consoli, Moderato in re minore

03 dicembre 2023

2+2=?

Mi hai detto: Quando parli, Paolo, io non ti capisco. Per me due più due fa quattro, nel tuo mondo può fare cinque e anche sei.
È per questa guerra dei numeri che ci siamo lasciati.

Dopo vent'anni, per caso ci incontriamo per strada. Sei sempre bellissima. È bastato guardarci:
tu volevi dirmi che avevi capito che due più due può fare cinque e anche sei,
io volevo dirti che avevo capito perché due più due fa sempre solo quattro.


Mi sono imbattuto - come spesso avviene - quasi per caso nel libro L'arte di legare le persone di Paolo Milone e sono inciampato in queste parole che mi hanno stordito.

In questi giorni si sta parlando tanto e forse troppo di educazione all'affettività: dico "troppo" perché ormai conosco il genere umano, almeno quello dell'italico ceppo e so che tutta questa attenzione che ora è concentrata sui temi dell'affettività, della parità di genere, dei diritti delle donne sarà presto messa da parte per permetterci di concentrarci su temi altrettanto importanti e socialmente significativi come la lista dei cantanti che parteciperanno al prossimo Sanremo, il documentario su Ilary Blasi, l'affaire Pino Insegno o l'annosa questione panettone o pandoro.
A me, invece, piace soffermarmi, essere fuori tempo, analizzare, la mente indaga accorda disunisce (per citare Montale); chiudo gli occhi per ascoltare, per cercare il silenzio e provare a capire e poi li riapro, constatando amaramente che intorno a me le persone stanno guardando in un'altra direzione.

Le parole di Milone mi hanno fatto riflettere sul fatto che la cosa che sarebbe più utile diffondere è la capacità di indossare gli occhi degli altri e di relativizzare il proprio punto di vista.
Siamo abituati alla cultura del per me è così, è sempre stato così e in questo modo alimentiamo storture e  pregiudizi che ci portiamo avanti da anni, decenni, secoli.
Ora, capisco che ragionare per stereotipi possa essere economicamente vantaggioso per il nostro cervello ma mi pongo una domanda: a cosa ci serve tutta l'intelligenza di cui potenzialmente siamo dotati se andiamo avanti per schemi precostituiti?

È difficile, difficilissimo assumere un punto di vista altro rispetto al nostro: lo è perché, per quanto pieni di buone intenzioni e di amore per il prossimo, tendiamo a costruire intorno a noi una circonferenza di cui siamo il centro. Il diametro di questa circonferenza può essere lungo quanto si vuole, ma noi ne restiamo - giustamente - il centro. Decentrarsi, distogliere anche solo per un attimo la nostra attenzione dal nostro ombelico richiede un grande sforzo ma potrebbe essere utile per riuscire a comprendere davvero gli altri: è questa la tanto sbandierata empatia, termine che vuol dire proprio entrare nel sentimento altrui, diverso e più pregnante rispetto alla simpatia etimologicamente intesa che allude più semplicemente alla condivisione di un sentimento.

Piccola postilla: spesso la conoscenza e la comprensione di noi stessi è altrettanto precaria quanto la conoscenza e la comprensione degli altri. Vorremmo che gli altri ci comprendessero quando magari noi siamo i primi ad essere sconosciuti a noi stessi.  Noi stessi siamo convinti di volere cose che non vogliamo e di essere persone che non siamo. Ma questo è un altro discorso.

Come credo di aver già scritto altre volte, accogliere l'altro, i suoi silenzi, le sue paure può essere un modo per indossare la sua pelle: si parte dal piccolo, dal minuscolo, dalla nostra realtà, dalle persone che abbiamo sempre visto ma non abbiamo mai guardato.
Accettare che per qualcuno due più due possa fare cinque e anche sei non vuol dire dover rinunciare a pensare che il risultato sia quattro ma semplicemente aprirsi alle possibilità, valutare le opzioni possibili, magari anche per tornare con maggiore decisione sui propri passi. Ma soprattutto vuol dire evitare la guerra dei numeri di cui parla Milone, che lascia sul campo tante vittime e nessun vincitore.

Calcutta, Tutti




Una zattera col tetto

Adolescente e adulto sono due facce della stessa medaglia. Hanno addirittura la medesima radice. Però adulto è un participio passato. Mentre...