29 gennaio 2023

Breve invito a normalizzare le lacrime

Mi è capitato di pensarci tante volte, ultimamente.

Una persona che piange ci mette in difficoltà: ci sentiamo impotenti, impacciati, vorremmo che finisse  subito e che tutto tornasse com'era prima per ristabilire l'equilibrio che le lacrime inevitabilmente rompono. E forse fa poca differenza se le lacrime sono di gioia, di dolore, di sfinimento: quelle gocce d'acqua sono un temporale e noi siamo quelli senza ombrello e lontani da casa.

Anche chi piange, subito dopo, si sente in difficoltà e spesso chiede scusa, consapevole, forse, della sensazione di disagio generata in chi gli era di fronte.

Fin da bambini, ci sentiamo dire: "dài, non piangere" o, ancora peggio, "se piangi diventi brutto" e forse questa idea si radica in noi. Che poi, a voler dirla tutta, per citare Jorge da Burgos, il terribile monaco cieco protagonista del romanzo "Il nome della rosa", non è che quando si ride le cose vadano molto meglio: "Il riso squassa il corpo, deforma i lineamenti, rende l'uomo simile alla scimmia". Nonostante questo, gli inviti a non ridere sono sempre bonari e legati a circostanze in cui la risata non è conveniente. Ripenso anche alla saggezza della mia amatissima nonna che mi metteva in guardia dalla probabile cattiveria delle persone che, ridendo, imbruttivano invece che diventare più belle.

Quindi, il pianto è qualcosa da evitare perché ci rende brutti, perché mette a disagio gli altri, perché, in qualche modo, ci espone: non parliamo poi della questione di genere, quella per cui se sei fallodotato e piangi, sembri una femminuccia. E poi ci si meraviglia dei maschi che - come categoria - risultano poco empatici e inadeguati ad esprimere le proprie emozioni.

Nell'ultimo anno mi è capitato - com'è normale che sia - di piangere, ma due occasioni sono state per me fonte di riflessione perché sono avvenute in classe: mi sono commosso leggendo il finale, delicato e tragico, di Io e te di Ammaniti e spiegando un'ode di Orazio per la prima volta dopo la morte del mio professore di letteratura latina dell'università che amava (e mi aveva fatto amare) questo testo. È stata una sensazione stranissima: sentirsi nudo e non trovare vestiti per coprirsi, ma la cosa inaspettata è stata un'altra. Nella mia classe prima, in cui leggevo la storia di Lorenzo e Olivia, ho percepito il bisbiglio delle studentesse e degli studenti che hanno accolto questa mia reazione con tenerezza (mentre razionalmente temevo - quanto meno - lo sbigottimento, se non il dileggio... io da studente, probabilmente, lo avrei fatto); nella quinta nessuna reazione al momento, ma nel pomeriggio mi ha scritto una studentessa che mi ha detto di aver notato la mia difficoltà ad andare avanti ed ha commentato così: "Penso che se quest'uomo è stato in grado di farle nascere la passione per il latino doveva essere proprio bravo". La mia felicità è dipesa dal fatto di essere riuscito, in qualche modo, a trasmettere il mio debito di riconoscenza nei suoi confronti e a perpetuarne in qualche modo il ricordo. 

Dicevo, questi due episodi sono stati significativi perché mi sono sentito nudo, ma non ho visto di fronte a me persone che, di fronte alla mia nudità, scappavano o si stringevano maggiormente nei propri vestiti o ancora cercavano di coprirmi, ma persone che si sono in qualche modo spogliate per farmi sentire meno solo. 

Da allora sto provando - senza riuscirci sempre - ad eliminare dal mio vocabolario la frase "non piangere" e ad accogliere le lacrime altrui, siano adulti o bambini, senza parlare, senza spiegare, senza razionalizzare, senza cercare ossessivamente una soluzione per far smettere, lasciando che il pianto si sfoghi così come si sfoga una sonora risata fatta in compagnia. È umano piangere, si piange appena nati (sperando davvero che non sia come diceva Lucrezio, secondo cui il neonato piange perché già sa quali sventure lo aspettano) e non accettare in noi o negli altri questa emozione non ci rende più forti o più felici, ma solo più poveri.

Janis Joplin, Cry baby

22 gennaio 2023

Di viaggi in treno, covi e intelligenza artificiale

Sai quando dici "ho voglia di scrivere" ma non trovi un centro di gravità permanente attorno a cui far girare tutto? Ecco, è proprio quella la sensazione.

Settimana impegnativa ma ricca di fatti e cose (quei termini che aborro nella correzione dei compiti in classe ma che, con la coerenza che mi contraddistingue, uso con un certo sadico piacere): la visita alla mostra di Olafur Eliasson a Palazzo Strozzi, ad esempio, è stato uno dei momenti più belli dei miei ultimi anni, quelli in cui ti senti tremare la terra sotto i piedi, in cui perdi le certezze ma sai che da questi nasce una nuova riflessione e una nuova capacità di vedere le cose non viste fino a quel momento nonostante ti fossero sotto gli occhi.

Ma non è di questo che voglio parlare.

Lo spazio sui giornali e l'attenzione dei media è stata equamente suddivisa tra due notizie: la conclusione della latitanza di Matteo Messina Denaro e la storia di Giuseppina, la collaboratrice scolastica che per non pagare l'affitto a Milano coprirebbe ogni giorno, due volte al giorno, la tratta ferroviaria che da Napoli la porta al capoluogo lombardo. Già il fatto che le due notizie abbiano avuto una medesima copertura mediatica fa sorridere e la dice lunga sullo stato dell'informazione italiana ma anche sulle modalità di informazione degli italiani. Si può davvero dare lo stesso rilievo a due notizie di caratura così differente? Ma soprattutto, è questo il modo di fare giornalismo?

Vedere come si è parlato della cattura di Messina Denaro, vedere il/lo/la/i/gli/le presidente del consiglio che è corso/corsa/corsƏ in Sicilia a mettere la bandierina sull'operazione dei ROS come se fosse merito suo ma anche notare che del fatto che, tra l'altro, il capomafia ha fatto sciogliere nell'acido un bambino, molti - se non tutti - se ne sono altamente fregati, andando invece a disegnare un personaggio dai tratti quasi epici, di cui si sono stanati i covi ("parola di plastica" come l'ha definita giustamente la mia musa Vera Gheno), di cui sappiamo che faceva uso di viagra e tante altre amenità. Ecco, io tutto questo lo trovo ingiusto per chi, per causa sua, ha perso parenti, amici, lavoro, casa, e trovo molto strano questo festeggiamento il cui festeggiato non si sa chi sia: lo Stato che ha comunque impiegato 30 anni per catturarlo o il catturato che per tre decenni si è fatto bellamente i fatti suoi, continuando a manovrare uomini e ricchezze? I dubbi nascono, sono tanti e resteranno probabilmente irrisolti.

Altrettanti dubbi ha suscitato la storia di Giuseppina, collaboratrice scolastica maxipendolare. Se penso che detesto fare 50 minuti di macchina tra andata e ritorno, mi chiedo che resistenza possa avere chi fa (o dovrebbe fare) 10 ore di treno ogni giorno. Dovrebbe fare, appunto. La storia puzza di bufala da 770 chilometri (la distanza tra Milano e Napoli) e il primo dubbio che mi è venuto è stato proprio questo: è mai possibile che giornali di rilievo nazionale, i due quotidiani più letti del Paese, abbiano nel loro organico giornalisti che non si preoccupano di verificare l'attendibilità di una storia?

Per un attimo ho pensato (e sperato) che fosse tutta una grande trovata di Trenitalia che ha scritto a tavolino questa storia e ha creato questa grande eco mediatica solo per promuovere, che so io, una favolosa offerta sui biglietti dei treni o qualche innovativo servizio. Ma poi ho pensato che Trenitalia non ha il social media manager di Taffo, e soprattutto che Trenitalia è il regno del disagio (per il quale si scusa alcune volte anche preventivamente) e quindi, no, non è stata sicuramente una gran trovata pubblicitaria.

A questo punto le strade possibili sono due: o è stato solo un tema portato avanti per il clickbaiting (per cui i giornali danno rilievo a storie assurde pur di attirare i lettori) ma mi sembrerebbe una cosa di una tristezza immonda, oppure c'è un messaggio subliminale. Ma quale? Quale messaggio ci volevano veicolare i giornali? Che non è vero che non ci sono giovani disposti a fare sacrifici? Che viaggiare in treno è più sicuro? Che gli affitti a Milano sono troppo alti? Che la famiglia finlandese che ha rotto le scatole con la scuola italiana avrebbe potuto continuare a vivere a Siracusa facendo ogni giorno Palermo/Helsinki andata e ritorno in giornata? Davvero non lo capisco.

Ma soprattutto... e se questo post fosse stato scritto da ChatGPT, l'intelligenza artificiale in grado di pontificare su qualunque cosa come un Umberto Eco o un Dante Alighieri qualunque? Sapremmo distinguere il falso dal vero? Qual è la verità? Qual è l'apparenza?

Giorgio Gabere, Il tutto è falso

15 gennaio 2023

C'erano una volta Alvaro Vitali, Shakira e le auto di grandi dimensioni

Cosa abbiamo in comune io, Shakira, Alvaro Vitali e le dimensioni del pene?

Lo so, il discorso potrebbe facilmente virare verso il porno, ma non sono qui per farvi una rivelazione shock su un ipotetico ménage à trois con l'interprete dell'indimenticabile Waka Waka (che era superato nella capacità di irritare solo dalle vuvuzelas che avevano funestato ogni partita dei Mondiali del 2010) e l'attore che ha fatto sempre della bellezza e della pacata ironia il suo cavallo di battaglia.

Semplicemente, il mio anno si è aperto con il furto della macchina (motivo per il quale il 2023 ha già suscitato in me una reazione pacata del tipo "NO MARIA CHIUDI LA BUSTA"); Alvaro Vitali ha rilasciato la seguente dichiarazione: «Cambiavo auto e donne ogni 3 mesi. Ora vivo con 1.200 euro di pensione»; Shakira, non mostrandosi per nulla rancorosa, ha dedicato al suo ex una canzone in cui gli dice: «Hai scambiato una Ferrari con una Twingo», ardita metafora in cui la cantante sarebbe la macchina di Maranello e la nuova fiamma la semplice ma dignitosissima Renault; infine, uno studio della University College London dimostrerebbe che c'è un rapporto inversamente proporzionale tra dimensione della macchina e dimensione del pene.

Ora, capite il mio stato d'ansia nel momento in cui devo scegliere la macchina nuova: se la compro grande, potrei destare sospetti sulla mia virilità; se la compro piccola, non vorrei che la mia 500L mi ricomparisse nel sogno accusandomi di essermi abbassato ad una categoria inferiore; se la prendo a noleggio e la cambio spesso, non vorrei passare per l'Alvaro Vitali di turno. Un dilemma da cui veramente non so come uscire.

Al di là delle considerazioni stupide (e togliendo dal ragionamento la mia sfiga di inizio anno), una riflessione si impone: possiamo fare tutti i discorsi che vogliamo sul gender gap, sulle pari opportunità, sulla dignità, ma finché sarà non dico consentito ma socialmente accettato il fatto che persone possano essere paragonate ad oggetti, finché sarà lecito ironizzare - in maniera anche pesante - sul corpo delle donne e degli uomini forse, e dico forse, le nostre saranno solo chiacchiere. E no, non è più grave se lo fa una donna e soprattutto non fa differenza se l'oggetto della discussione sia il corpo maschile o quello femminile. Mi spiego meglio: provo ad immaginare uno studio che stabilisce una correlazione tra le dimensioni della borsa della donna e quelle del suo seno. La reazione - credo - sarebbe stata un po' diversa rispetto allo spirito goliardico con cui è stato accolto lo studio di cui si parlava sopra; non è un segreto, però, che il discorso delle dimensioni del pene è un tema abbastanza delicato, oggetto di vergogna per gli adolescenti e non solo e che forse (e dico forse) andava trattato in un modo diverso.

Sarà solo questione di politically correct o è invece qualcosa di più sostanziale?

Torno a macerarmi nel mio dubbio sulla macchina (e sulle conseguenze sulla mia reputazione che questa scelta potrebbe avere).

Janis Joplin, Mercedes Benz

10 gennaio 2023

Il circo degli orrori

Ricapitoliamo: Maria De Filippi racconta una storia oggettivamente brutta di un amore ai limiti della patologia, infarcito di machismo e di particolari degni di quei gruppi tanto presi in giro da personaggi del mondo social come Il signor distruggere.

La storia finisce relativamente bene perché il marito schifosamente maschilista decide di perdonare la donna che lo ha tradito ma a quel punto il popolo del web insorge. O meglio, insorge la coppia che regna nel mondo dei social, quella che ha diritto di vita e di morte su tutto, la coppia che potrebbe dire “Instagram c’est moi”, ovvero Ferragni e Fedez. I due puntano il dito contro la trasmissione, contro la storia, contro l’uomo e tutti coloro che li seguono fanno, comprensibilmente, altrettanto. 
Da lì prese di posizione, articoli di giornale e tutto il battage possibile ed immaginabile tanto da essere arrivato a me che non guardo “C’è posta per te” e non seguo le gesta eroiche di Fedez e Ferragni (non per snobismo, in nessuno dei due casi, ma per reale disinteresse).
Parto da alcune considerazioni sparse: in primo luogo la tv è business e la De Filippi lo sa bene. Lei lavora per un’azienda il cui fine è fatturare, non certo insegnare i modelli di comportamento; essendo lei stessa la produttrice delle sue trasmissioni sa che ogni mossa azzeccata le porta denaro in tasca e, se vuole, c’è sempre il tempo e il modo per ripulirsi la coscienza presentando una storia che faccia da controcanto a quella oggetto di critiche ma economicamente fruttuosa. Nel frattempo, ciò che lei probabilmente voleva lo ha ottenuto: se ne parli, anche male, purché se ne parli.
Certo, poi, stiamo parlando di una tv (Mediaset in generale e Canale 5 in particolare) che non accetta e sanziona in maniera dura una bestemmia pronunciata tra i denti ma che poi infarcisce i propri palinsesti di storie truci e di modelli disfunzionali; dati alla mano, il pubblico a cui si rivolge Canale 5 è formato per lo più da donne, con un basso grado di istruzione e casalinghe, per cui tendenzialmente privo degli strumenti per discernere ciò che si sta guardando.
So che anche altre volte i programmi della Maria nazionale (ma non solo) hanno veicolato modelli comportamentali discutibili di mascolinità tossica (penso a quell’altro prodotto di dubbio gusto che risponde al nome di Temptation Island) ma, a parte qualche anonimo utente del web e il Codacons (di fronte alle cui critiche si tende solitamente ad alzare gli occhi al cielo), non sono stati sollevati polveroni.
Ma stavolta è diverso perché a parlare sono stati loro, da cui tutto mi sarei aspettato fuorché passassero il loro sabato sera a guardare “C’è posta per te”.
Loro dicono che non va bene.
Tutti hanno il coraggio di dire che non va bene.
Penso che a quello che mi dicevano sempre i miei: “se X si butta da un ponte ti butti anche tu dal ponte?”
Certo, hanno fatto bene, ma il sospetto che sia una gran trovata di marketing inquina ai miei occhi tutto il buono che potrebbe esserci.
Perché in fondo quello a cui assistiamo è un gioco delle parti, un circo degli orrori in cui la morale è messa sotto i piedi da biechi calcoli economici e in cui non c’è niente di vero (e quindi niente di falso), niente di giusto (e quindi niente di sbagliato).
C’è chi ha i mezzi per capirlo e cerca di non farsi fregare; c’è chi si mette a posto la coscienza indignandosi contro la mascolinità tossica perché qualcuno gli ha detto di farlo; ci sono i veri sconfitti di questa storia, quelli che non hanno i mezzi per capire, restano imbrigliati in brutte storie come quella raccontata lo scorso sabato ma vedono che la coppia è tornata insieme, benedetta dalla papessa Maria e perpetuano i loro comportamenti sbagliati o accettano di subirli passivamente perché “lo ha detto la tv”.
Che schifo.

Afterhours, Non si esce vivi dagli anni 80

01 gennaio 2023

Le cose che fanno il Capodanno

(Che Corrado Govoni possa perdonarmi)

Il cibo

La sonnolenza

bilanci (ma non conosco l’economia)

I buoni propositi (che ho smesso di fare)

La marcia di Radetzky

Non ci vediamo dall’anno scorso

Chi [fa una cosa qualunque a Capodanno] la fa tutto l’anno

Le tradizioni che sanno un po’ di stantio, ma anche un po’ di buono

Roberto Bolle che balla leggiadro e ti fa sentire un essere inutile

Saluti, baci e messaggi di circostanza (molti)

Saluti, baci e messaggi sinceri (molti di meno)

La testa verso l’altrove e il cosa sarebbe successo se

L’illusione fanciullesca che tutto cambierà 

La disillusione adulta che tutto resterà uguale (a meno che non ci sia una congiuntura astrale favorevole che colleghi l’impegno costante e una gran botta di koolo)


U2, New year’s day

Una zattera col tetto

Adolescente e adulto sono due facce della stessa medaglia. Hanno addirittura la medesima radice. Però adulto è un participio passato. Mentre...