25 febbraio 2024

Non siamo cipolle

La perfezione.
C'è chi la insegue a lungo, chi, ad un certo punto, decide saggiamente di smettere di cercarla, chi pensa di averla trovata e la impone agli altri.
Per qualcuno diventa un'ossessione: voglio essere l'uomo perfetto, il genitore o il figlio perfetto, l'amico o il lavoratore perfetto. Voglio piacere.
Ammettiamolo, succede a tutti. 
Inizio io: a me succede. Razionalmente so che non ha alcun senso, però è più forte di me.
Non ha senso perché l'idea che gli altri hanno di noi segue sentieri che ci sono sconosciuti: a volte ci ritroviamo ad essere amati senza che - a nostro parere - abbiamo fatto niente per meritarcelo, quell'amore; altre volte siamo oggetto di disprezzo o veniamo ignorati (il che per me è molto peggio) e non capiamo perché.
Talvolta pensiamo di essere stati perfetti, ci siamo impegnati per esserlo. E invece no: quello che abbiamo fatto non è bastato, o magari non si è neppure avvicinato al concetto di perfezione che hanno gli altri e questo ci fa soffrire, tremendamente. Dipendiamo sempre, troppo dal giudizio degli altri, senza valutare che ognuno giudica secondo parametri propri e talvolta incomprensibili agli altri. 
E qui si pone la prima questione: aver raggiunto la propria idea di perfezione non equivale ad essere perfetti per gli altri e questo già crea una enorme disarmonia.
Eppure siamo fatti per essere imperfetti, perché ciò che è perfetto è morto, ma non riusciamo ad accettarlo.

Perfectum in latino è ciò che è compiuto, concluso una volta per tutte. Nel momento in cui ci si ritiene perfetti, si smette di evolvere, di migliorarsi, di aprirsi alla possibilità che esista un modo di vedere le cose divergente rispetto al proprio, dimenticandosi che è dal confronto che nasce il pensiero: la vulnerabilità, il non considerarsi perfetti e la disposizione al dialogo non sono atteggiamenti da perdenti o da incerti, ma sono gli elementi che ci rendono raggiungibili dalla presenza e dalla posizione degli altri e quindi disponibili a contenere un contributo che viene dagli altri, decisivo per la nostra stessa esistenza. Dialogare, letteralmente, vuol dire ragionare insieme, condividere il lògos, cioè il pensiero oltre che la parola, per dare un senso a ciò che ci circonda. Se non ci si confronta, se si pensa di essere conclusi in sé, questo non può avvenire.

Aggiungo un altro elemento di riflessione: il nostro corpo si rinnova ogni 7 anni. Tale è, infatti, il tempo necessario affinché le nostre cellule si rigenerino -  ce lo dice la scienza - e questo conferma uno dei principi sostenuti da migliaia di anni dalla medicina cinese che scandisce la vita proprio in cicli di questa durata. A questo punto verrebbe da dire che la perfezione ha in sé un elemento di precarietà in quanto - sto volutamente facendo un paradosso - c'è il rischio concreto di non essere più le stesse persone di 7 anni prima: cambiamo noi e cambiano le situazioni, per cui ciò che è perfectum è assolutamente inadatto all'uomo. 
D'altra parte, anche il buon Eraclito che nel VI secolo a.C. ci parlava dell'impossibilità di bagnarsi per due volte nello stesso fiume perché cambia l'acqua del fiume e cambiamo anche noi ci dà un ulteriore conferma di quanto possa essere inutile la ricerca per noi di forme definitive e date una volta per tutte.

Questa ricerca, oltre che inutile, rischia di essere anche dannosa: lo racconta benissimo Andre Agassi nella sua autobiografia Open da cui emerge la storia di un ragazzo che deve dare un corpo all'ossessione paterna di essere il migliore in campo sportivo - nel tennis, in questo caso - per porre rimedio al paterno fallimento.
Una ricerca ossessiva di perfezione che perseguita il tennista come un demone, rovinandone la vita in ogni aspetto:

"Se insegui la perfezione, se fai della perfezione il tuo obiettivo ultimo, sai che succede? Insegui qualcosa che non esiste. Rendi infelici tutte le persone attorno a te. Rendi infelice te stesso. La perfezione? Saranno sì e no cinque in un anno le volte che ti svegli perfetto, le volte che non puoi perdere con nessuno, ma non sono quelle cinque volte che fanno un tennista. O un essere umano, se è per questo. Sono tutte le altre"

Un'ultima considerazione: si potrebbe obiettare che la perfezione in natura esiste. I cristalli di ghiaccio, ad esempio, sono la prova di una perfezione geometrica che lascia senza fiato.
Se questo è vero, se è vero che l'uomo è integrato con la natura, perché all'uomo, allora, la perfezione dovrebbe essere negata?
A chiarirmi il dubbio giunge - come spesso accade - Wisława Szymborska che dedica una poesia alla cipolla:

La cipolla è un’altra cosa.
Interiora non ne ha.
Completamente cipolla
fino alla cipollità.
Cipolluta di fuori,
cipollosa fino al cuore,
potrebbe guardarsi dentro
senza provare timore.

In noi ignoto e selve
di pelle appena coperti,
interni d’inferno,
violenta anatomia,
ma nella cipolla – cipolla,
non visceri ritorti.
Lei più e più volte nuda,
fin nel fondo e così via.

Coerente è la cipolla,
riuscita è la cipolla.
Nell’una ecco sta l’altra,
nella maggiore la minore,
nella seguente la successiva,
cioè la terza e la quarta.
Una centripeta fuga.
Un’eco in coro composta.

La cipolla, d’accordo:
il più bel ventre del mondo.
A propria lode di aureole
da sé si avvolge in tondo.
In noi – grasso, nervi, vene,
muchi e secrezione.
E a noi resta negata
l’idiozia della perfezione.

Se fossimo perfetti saremmo cipolle, non donne e uomini.

Franco Battiato, Di passaggio

18 febbraio 2024

L'elefante nella stanza

"Quando venni ricoverata per la prima volta in manicomio ero poco più di una bambina, avevo sì due figlie e qualche esperienza alle spalle, ma il mio animo era rimasto semplice, pulito, sempre in attesa che qualcosa di bello si configurasse al mio orizzonte. [... ] Insomma ero una sposa e una madre felice, anche se talvolta davo segni di stanchezza e mi si intorpidiva la mente. Provai a parlare di queste cose a mio marito, ma lui non fece cenno di comprenderle e così il mio esaurimento si aggravò [... ] tanto che un giorno [... ] diedi in escandescenze e mio marito non trovò di meglio che chiamare un'ambulanza, non prevedendo certo che mi avrebbero portato in manicomio".

Inizia con queste parole, semplici e crudeli, "L'altra verità. Diario di una diversa" di Alda Merini, un breve testo in cui la poetessa ripercorre gli anni dal 1964 al 1972 passati quasi ininterrottamente nel manicomio "Paolo Pini" di Milano. Leggerle con le studentesse e gli studenti è stato un pugno nello stomaco ben assestato perché, dopo aver letto "Grande meraviglia" di Viola Ardone, affrontare queste parole è equivalso a toccare con mano una storia vera, non romanzata e finalmente smettere di fingere di non vedere l'elefante nella stanza.

La salute mentale è stato considerato spesso un tabù, qualcosa di cui non parlare: per decenni i manicomi sono stati il luogo perfetto per mantenere il silenzio, come il labirinto del palazzo di Cnosso, in cui Minosse poteva nascondere il Minotauro, quel mostro di cui si vergognava, nato - per sua responsabilità - dall'amore tra sua moglie Pasifae e il bellissimo toro bianco che non aveva voluto sacrificare a Poseidone.
Nascondere agli occhi degli altri, fingere di non vedere: è quello che si faceva con i matti, chiusi in queste strutture, sottoposti a trattamenti inumani finalizzati semplicemente a fare in modo che non dessero problemi. Mettere la polvere sotto il tappeto per fingere che la casa sia pulita. Peccato non si trattasse di acari, ma di persone - e spesso di donne - che avevano la sola colpa - se colpa si può chiamare - di essere divergenti, anche solo dalla morale comune o, ancora peggio, di dar fastidio a qualcuno con la loro presenza.

Dal 1978 - anno della cosiddetta legge Basaglia, che impose la chiusura dei manicomi - sono passati oltre 45 anni, ma lo stigma nei confronti dei disturbi psichici è ancora lì. Sono sotto gli occhi di tutti, ma spesso si tende a distogliere lo sguardo e, soprattutto quando si tratta di adolescenti, si tende a derubricare il tutto come qualcosa di passeggero, legato all'età, forse anche ad una moda. Comportandosi in questo modo, però, non si fa altro che utilizzare la propria incapacità di reagire per risolvere il problema che, quindi, viene solo nascosto ma non affrontato, né tantomeno risolto.
In passato - qualcuno potrebbe dire - tutto questo non esisteva e già sento di sottofondo i soliti discorsi tanto inutili quanto irritanti sui bei tempi andati: ciò che caratterizza il passato e lo differenzia dal presente non è il verificarsi o meno di certe situazioni, quanto piuttosto l'impossibilità di parlarne, la mancanza delle parole per esprimersi, la certezza di non essere compresi. 
Per fare un esempio, pensiamo a quante persone in un passato anche non troppo remoto hanno nascosto il proprio orientamento sessuale perché diverso rispetto a quello ordinario, ritenendo perciò di essere sbagliati, peccatori, posseduti dal demonio. O a quelle persone che hanno sofferto di attacchi di panico, di ansia o di altri disturbi psichici di cui ora - per fortuna - ci si sente liberi di parlare. O ancora a quelle studentesse e a quegli studenti che venivano considerati asini perché non sapevano leggere o scrivere e magari semplicemente avevano un disturbo specifico dell'apprendimento.

Per decenni, forse per secoli è stata applicata a questi temi quell'idea medievale secondo cui le cose finché non le nomini non esistono: non dare un nome ai comportamenti che deviano dallo standard ed evitare di parlarne se non in termini di condanna è sembrato il modo migliore per mantenere tutto sotto controllo, nei binari stabiliti. D'altra parte, se non si crea un vocabolario per descrivere un sentimento, un problema, un pensiero, se non si hanno le parole per esprimerlo, difficilmente si troverà qualcuno diposto ad accoglierlo, a studiarlo, a tentare di risolverlo.
E mi chiedo quanto senso abbia cercare di capire quale sia l'origine di tutto ciò che rende le persone diverse dal passato: i social, la pandemia, l'iPhone o addirittura - l'ho sentito con le mie orecchie -  il cibo del McDonald's... per parlare in termini medici, l'eziologia è importante ma limitarsi a discutere su di essa dà vita a tavoli di lavoro, confronti, convegni, complicate spiegazioni di esperti che tuttavia non aiutano a dare una soluzione concreta. 

Forse potrebbero gettare un po' di luce sulla questione le dichiarazioni di due cantanti che hanno partecipato all'ultimo Sanremo, che si conferma specchio nel bene e nel male della società italiana; tra polemiche di geopolitica internazionale, censure e accuse incrociate tra nord e sud del Paese, non sono passate sotto silenzio le parole di Theø, uno dei componenti del gruppo La Sad, e di Sangiovanni.
Il primo ha dichiarato al Corriere: "dopo Sanremo sono stati giorni difficili. Mi sono ritrovato ad affrontare sfide con me stesso, mi sono sentito staccato dalla realtà, di proprietà della massa, e per una persona che soffre di depressione non è facile. Penso sia meglio parlarne con sincerità. Anche nei momenti migliori si può ricadere, ma questo ci renderà ancora più forti".
Sangiovanni, dal canto suo, su un post di Instagram ha espresso la volontà di fermarsi perché si è reso conto di non riuscire più a fingere che vada tutto bene, rinunciando così alla pubblicazione del suo nuovo album ed al concerto previsto al Forum di Assago-
È la voce di due ragazzi che hanno tutto eppure sentono di non essere felici ed hanno il coraggio di ammetterlo. È una testimonianza rispetto alla quale non si può rimanere indifferenti, non fosse altro che per il valore esemplare che assume.

L'esperienza quotidiana mi dà ulteriore conferma di tutto questo: fermarsi a parlare con ragazze e ragazzi apre un mondo insospettabile, fatto di pensieri cupi, consapevolezza e profonda malinconia.
"Sono infelice, eppure so che non dovrei esserlo perché so che c'è gente che sta peggio di me e forse non ho motivi per esserlo davvero" mi dice L. e allora trascorro un'ora a parlare con lei di quanto l'avere tutto non coincida con l'essere felici, di quanto la vera condanna e contemporaneamente la vera forza dell'essere umano sia la sensibilità. Parliamo di genitori che davanti alla sofferenza dei figli piangono o tacciono e mi vengono in mente due personaggi danteschi: Paolo, che non sa far altro che piangere mentre Francesca racconta  il loro amore adultero che li ha portati alla dannazione e Ugolino, che alla sofferenza di figli e nipoti ha come unica reazione il silenzio. Parliamo di Kurt Cobain, bellissimo, ricchissimo, con una capacità poetica invidiabile e, nonostante questo, infelice; parliamo di Leopardi e della sua idea di infelicità connaturata all'uomo e con cui l'uomo non può far altro che convivere; mi vengono poi in mente, a proposito del sentire troppo, le parole usate da Lorenzo Marone per descrivere Diego, il protagonista del toccante romanzo Le madri non dormono mai:

Era così, Diego, sentiva il doppio degli altri, l'anima gli vibrava al minimo soffio, studiava chi aveva vicino, faceva caso a tutto, captava i segnali e capiva i punti deboli; s'accorgeva delle mancanze della gente, riconosceva la paura e il turbamento, e bastava uno sguardo a ferirlo, una mezza parola a disturbarlo, viveva in punta di piedi per paura d'offendere, o d'essere offeso. Sapeva del male per eccessiva sensibilità, e s'impegnava per questo a non farlo agli altri, e vivere era per lui una gran fatica, lui che non sapeva quanto durino poco gli animi incapaci di sottrarsi al dolore.

E la domanda che mi pongo è la solita: ci si può prendere cura di tutto ciò con le parole, con la letteratura? Sì, purché diamo alle parole che diciamo e che leggiamo un senso, un peso, un valore: non si può - come dice qualcuno - curare il disagio giovanile con Dante e con Montale, se non a patto di impegnarsi ad attualizzare il loro messaggio e a cogliere le istanze più profonde ed universali che emergono dalle loro parole. Da insegnanti, dovremmo smettere di anteporre l'amore per la nostra disciplina all'amore per i ragazzi ed aiutarli a conoscersi, a comprendersi, a dare significato ciò che li circonda, sfruttando le nostre conoscenze per indicare loro, quando possibile, una strada da percorrere.
E poi far comprendere, soprattutto ai più giovani, che non c'è nulla di strano nei loro pensieri, che li abbiamo fatti anche noi alla loro età e che ci sono cose che, fortunatamente, passano e altre con cui bisogna convivere, come coni d'ombra da cui cercare di non farsi invadere. 


Brunori Sas, Kurt Cobain

11 febbraio 2024

A cosa serve la poesia?

"Guardate fuori dalla finestra, ragazzi. Cosa vedete?"
"Il cielo grigio"."Gli alberi con i rami spogli". "I cani che giocano nel parco".
Qualcuno sussurra: "Vorrei essere un cane piuttosto che stare qui". (Risatine sommesse)
"Adesso chiudo la tenda. Mi dite cosa vedete?"
"La tenda" (Altre risatine)
"Ok, non riuscite a vedere quello che c'è fuori. Giusto? Dato che la vista non può essere utilizzata, cosa fate funzionare, visto che vorreste essere dappertutto fuorché qui?"
"L'immaginazione".
"Bravissimi. È esattamente quello che succede a Leopardi nell'Infinito. Visto che la realtà fa schifo, Giacomino inizia ad immaginare e così in qualche modo si consola. Ma la realtà continua a fare schifo".

La lezione in classe sulla poesia procede così, riflettendo sulla soggettività del testo e sulla sua contemporanea, necessaria universalità: una poesia è tanto più efficace quanto più è in grado di parlare a tutti, a distanza di secoli. E non è detto che uno stesso testo sia in grado di parlare a tutte e a tutti nello stesso momento: poesie che lette vent'anni fa, tre mesi fa, la settimana scorsa non avevano senso per me ora sono uno specchio della mia anima, sono il dizionario in cui trovare le parole per esprimere quello che sento.
Leggiamo insieme anche questo testo di Wislawa Szymborska, Ad alcuni piace la poesia

Ad alcuni -
cioè non a tutti.
E neppure alla maggioranza, ma alla minoranza.
Senza contare le scuole, dove è un obbligo,
e i poeti stessi,
ce ne saranno forse due su mille.

Piace -
ma piace anche la pasta in brodo,
piacciono i complimenti e il colore azzurro,
piace una vecchia sciarpa,
piace averla vinta,
piace accarezzare un cane. 

La poesia -
ma cos'è mai la poesia?
Più d'una risposta incerta
è stata già data in proposito.
Ma io non lo so, non lo so e mi aggrappo a questo
Come alla salvezza di un corrimano.

Amo questo testo perché l'autrice non dà certezze sulla poesia, sul suo valore, sul suo significato e forse l'instabilità, la precarietà, l'assenza di definizioni sicure e date una volta per tutte è l'unico modo per definirla realmente. Ma ovviamente questo non può soddisfare le menti di ragazze e ragazzi che dalla scuola - purtroppo, ma comprensibilmente - si attendono certezze, non domande.

E allora mi viene in mente uno dei miti fondativi sulla poesia che su di essa dà una certezza: la poesia ti può salvare.

Orfeo, grazie alla sua poesia, rende mansuete le bestie feroci, fa muovere piante e sassi: tutti vogliono ascoltarlo. Ma l'abilità poetica non è garanzia di felicità: la sua vita è funestata dalla morte di Euridice, la donna amata, causata del morso di una vipera.
Il poeta non può accettare questo lutto e quindi decide di scendere negli Inferi.

e giunse fino ai Mani, e al re tremendo, e ai cuori che non sanno farsi docili alle preghiere umane. Ma ecco che colpite dal suo canto dalle sedi più profonde dell'Erebo venivano leggere le ombre, e i fantasmi di chi non ha più luce, a migliaia, come stormi di uccelli che si posano tra le foglie quando la sera o la pioggia d'inverno li spinge giù dai monti. [...] E persino le case della Morte rimasero sorprese, e i recessi più intimi del Tartaro, e le Eumenidi con i capelli intrecciati di cerulee serpi; Cerbero restò con le tre bocche aperte, spalancate.

Così Virgilio nelle Georgiche ci descrive l'effetto del canto di Orfeo sulle anime infernali e persino su Persefone e Ade, che, commossi, decidono di concedergli di riprendere con sé la sua sposa a patto che, nel tragitto per ritornare alla luce del giorno, non si volti mai indietro per verificarne la presenza.
Questo, però, non avviene: l'incauto amante - dice sempre Virgilio - viene preso da una subita dementia, cioè da un'improvvisa follia che sarebbe da perdonare, se solo gli dei degli inferi sapessero farlo, e che lo porta a girarsi. 
È Euridice, a quel punto, a prendere la parola e rivolgendosi al suo amato:

Quale - diceva lei - quale immensa pazzia, Orfeo, ha rovinato me, infelice, e te? Ecco, di nuovo il fato crudele mi richiama indietro, e il sonno chiude i miei occhi esitanti e confusi. Addio, ora sono trascinata via, avvolta da una notte immensa, e tendo le mie mani senza forza - oh, non più tua - verso di te.

Orfeo, a quel punto, non può far altro che vederla svanire e ritornare solo sulla terra, così come da solo aveva affrontato la discesa agli Inferi.
Tanto si potrebbe dire su questo racconto e tante sono state le riletture moderne del mito, alcune delle quali estremamente suggestive (in questo articolo  - che consiglio di leggere a chi vuole approfondire il tema - ne sono raccolte diverse). Quello che mi ha sempre colpito è la solitudine di Orfeo, l'amore visto come follia, come dementia, come furor, come insania, ovvero quanto di più contrario possa esistere alla razionalità, che invece dovrebbe essere propria dell'uomo, ma soprattutto il valore salvifico della poesia, che svanisce insieme ad Euridice.

Finisce male, quindi? Sì, finisce decisamente male, ma d'altronde lo si poteva capire anche dal fatto che, con la sua poesia, Orfeo era in grado di sovvertire l'ordine naturale delle cose: grazie a lui si muovono cose immobili, solo a lui è concesso di compiere il percorso dalla morte alla vita, in direzione contraria rispetto a quello consueto. E gli dei non possono accettare che qualcuno faccia andare il mondo diversamente da ciò che è stato stabilito.

Allora, si potrebbe obiettare, non è vero che la poesia salva.

La poesia, in realtà, salva perché ci rende eterni, ma, se si guarda alla situazione contingente, se si guarda al presente e non al futuro, la situazione è ben diversa: la morte, che grazie al miracolo della poesia, aveva mollato la presa su Euridice, se ne impossessa definitivamente perché ad Orfeo manca la fiducia.
 
Certo, nel mito si parla di fede negli dei ma penso a quante volte la mancanza di fiducia mina i rapporti, a quante volte invochiamo il nome dell'altro a cui ci lega un sentimento, qualunque esso sia, e al sentimento di frustrazione che proviamo quando vediamo che la nostra invocazione rimane senza risposta.

Violiamo, perciò, il patto che ci ha legato, rischiando, così, di perdere definitivamente la persona che siamo riusciti faticosamente ad avere al nostro fianco. 

E magari poi scopriamo che l'altra persona non ha risposto alla nostra invocazione perché - banalmente -  non ci ha sentito; o scopriamo che, talvolta, il chiedere continue conferme della presenza dell'altro nella nostra vita - che è una richiesta umanamente comprensibile e legata alla nostra insicurezza cronica, che è propria di tutti anche se non da tutti esibita - è il modo migliore che abbiamo per allontanarlo da noi.

Ma questa è un'altra storia.

Carmen Consoli, Orfeo


04 febbraio 2024

In ascolto

Quasi ogni volta è così. 
Nella mia classe prima cerco di impormi un ordine nella lezione, di evitare le divagazioni: preparo schemi, presentazioni, appunti, case, libri, auto, viaggi, fogli di giornale, ma poi raramente le cose vanno come avevo previsto.
L'altro giorno volevo parlare di mitologia, ma siamo finiti a parlare di religione, di creazionismo, di complesso edipico, del rapporto tra il mito e la filosofia, del mistero della morte.
Tutto ciò che avevo preparato è servito? No.
Ho avuto la sensazione di aver perso tempo? No.
Riesco ancora a stupirmi quando vedo studentesse e studenti che si avventurano in terreni sconosciuti, impervi, scivolosi, che vogliono sapere, che hanno il coraggio di parlare, di dire la propria - anche in maniera non strutturata e talvolta piuttosto naïf -, di avere (spesso ma non sempre) la pazienza di ascoltarsi guardandosi negli occhi.
Mi stupisco e li ascolto e mi rendo conto che forse è proprio l'ascolto quello che ci manca.

Sigaretta tra le dita, occhiali spessi come fondi di bottiglia, capelli cotonati rosso scuro. 
Mi ricordo la mia maestra che diceva: "Se abbiamo due orecchie e una sola bocca è perché dobbiamo ascoltare il doppio di quanto parliamo".
Queste parole mi ritornano spesso in mente e penso che oltre ad ascoltare dovremmo anche sentire, cioè percepire con i sensi, far risuonare più profondamente quello che passa attraverso le nostre orecchie.
Chandra Livia Candiani, nella sua raccolta che compie ormai dieci anni dal titolo La bambina pugile ovvero la precisione dell'amore scrive questa Mappa per l'ascolto

Dunque, per ascoltare
avvicina all’orecchio
la conchiglia della mano
che ti trasmetta le linee sonore
del passato, le morbide voci
e quelle ghiacciate,
e la colonna audace del futuro,
fino alla sabbia lenta
del presente, allora prediligi
il silenzio che segue la nota
e la rende sconosciuta
e lesta nello sfuggire
ogni via domestica del senso.

Accosta all’orecchio il vuoto
fecondo della mano,
vuoto con vuoto.
Ripiega i pensieri
fino a riceverle in pieno
petto risonante
le parole in boccio.

Per ascoltare bisogna aver fame
e anche sete,
sete che sia tutt’uno col deserto,
fame che è pezzetto di pane in tasca
e briciole per chiamare i voli,
perché è in volo che arriva il senso
e non rifacendo il cammino a ritroso,
visto che il sentiero,
anche quando è il medesimo,
non è mai lo stesso
dell’andata.

Dunque, abbraccia le parole
come fanno le rondini col cielo,
tuffandosi, aperte all’infinito,
abisso del senso.

Talvolta le parole degli altri sono un budubumbudubum di sottofondo, senza senso, non ci arricchiscono ma ci stordiscono, ci distolgono dai nostri pensieri, ci allontanano da noi stessi e dalla realtà.

Altre volte, però, ascoltare, ascoltarsi ed essere ascoltati salva.

Ascoltarsi ed essere ascoltati salva da noi stessi, dalle nostre elucubrazioni da overthinker: ci fa sentire meno soli, ci fa percepire delle affinità elettive che rimarrebbero sottotraccia. Ascoltare ci rende anche salvatori inconsapevoli degli altri: una telefonata inattesa, in cui non si dice niente ma in quel niente c'è tutto: c'è la presenza reciproca, c'è la fiducia nella capacità di ascoltare anche il non detto. Tutto sta a cogliere quel movimento - talvolta impercettibile - degli occhi, quel sospiro, quel piccolissimo spostamento d'aria che dice "Ascoltami" oppure "Ti ascolto" e sperare che incrocino le loro traiettorie.
Ascoltare è accogliere, è stabilire un’intimità profondissima

Ascoltare serve ad imparare l'esercizio del dubbio, ad accogliere i diversi punti di vista; come una buona lettura, ci permette di guardare le cose da un'angolazione diversa, sorprendente e vivere un'altra vita. Una delle cose più belle che mi sono sentito dire da un alunno, al termine di una di questi nostri dialoghi è stato che, in queste discussioni, ascoltando le posizioni di tutti, è difficile prendere una posizione netta se non dopo una attenta riflessione. Ha 14 anni, questo alunno e non posso non volergli bene. Per inciso, il libro che abbiamo appena finito di leggere e che consiglio spassionatamente (“Mia” di Antonio Ferrara) è una vera palestra di ascolto perché è il racconto di un femminicidio fatto, però, dalla parte del carnefice.
 
Che poi mi chiedo: che fine fanno le parole non ascoltate? Forse finiscono insieme alle parole non dette, ai sentimenti non esternati, agli abbracci non dati. Me lo immagino un posto buio, triste, pieno di "se avessi fatto", "se avessi detto", "se avessi ascoltato".
Un posto decisamente da non frequentare.



Una zattera col tetto

Adolescente e adulto sono due facce della stessa medaglia. Hanno addirittura la medesima radice. Però adulto è un participio passato. Mentre...