28 gennaio 2024

Vergogna!

Dobbiamo ammetterlo, una volta per tutte.
Ha ragione il generale Vannacci, autore del discusso libro "Il mondo al contrario" e probabile candidato alle prossime elezioni europee come nome acchiappavoti per quella parte di Paese che "eh signora mia, si stava meglio quando si stava peggio".
Ha ragione Vannacci, dicevo, quando sostiene che il nostro mondo è al contrario, un mondo in cui non ci si vergogna a fare affermazioni del tipo: «Se mia figlia fosse gay la supporterei, ma cercherei anche di indirizzarla verso l'eterosessualità».
È al contrario quel mondo in cui ad un padre sembra normale umiliare il figlio omosessuale, imponendo, tra l'altro, al quattordicenne di avere un rapporto sessuale con una ragazza entro 30 giorni e doverlo dimostrare. (Chi non conosce la storia di questa bella famiglia tradizionale di Torino può leggerla qui).
Per inciso a questo uomo (perché di "padre" non merita neppure il nome) il giudice ha comminato una pena di due anni di reclusione per maltrattamento, suscitando i commenti sdegnati di chi sostiene che l'omofobia non esiste.
È un mondo al contrario quello in cui si prova vergogna ma per le cose sbagliate.

Mentre correggo il quaderno di una mia studentessa, leggo le sue parole dolcissime dedicate ad una compagna. Il giorno dopo. in classe ho chiesto sottovoce e con delicatezza all'autrice se la sua amica sa. "No, profe, mi vergogno".
Vorrei dirle di avere coraggio, di dirgliele quelle parole, di non lasciarle su un pezzo di carta a morire e dentro di sé a marcire: mi limito a chiederle "perché?" ma sorride di un sorriso triste e torna al suo posto.

Ci si vergogna dei propri sentimenti, del proprio corpo, di dover chiedere aiuto, di ammettere di non essere abbastanza, del non essere conformi agli standard; non ci si vergogna dell'approfittare degli altri, di imporre la propria volontà, di ricorrere all'inganno per avere privilegi.
Si confonde spesso la vergogna con il pudore, con l'imbarazzo, con il senso di colpa e questo succede perché manca una seria alfabetizzazione sentimentale.
Siamo al paradosso per cui, talvolta, ci si vergogna persino di vergognarsi.

La vergogna è il sentimento umano e sociale per eccellenza: umano perché è proprio solo degli uomini e di nessun'altra specie; sociale perché riguarda il rapporto dell'uomo con la società. Questo sentimento, che  - com'è stato dimostrato - non dipende dalla cultura del popolo a cui si appartiene ma è insito nell'essere umano, ha lo scopo di limitare le azioni che potrebbero avere ripercussioni negative sulla socialità. L'uomo è animale sociale e per questa ragione a ciascun individuo interessa necessariamente l’idea che dà di sé agli altri: la vergogna, come il dolore, ha, perciò, una funzione protettiva in quanto è in grado di farci evitare quei comportamenti che andrebbero a ledere la nostra reputazione. Difficilmente si ha vergogna di qualcosa che si sa essere comunemente accettato.

Eppure la vergogna è, come dice il filosofo Frédéric Gros, un sentimento rivoluzionario perché sta a fondamento di qualunque percorso di rivendicazione e di rinnovamento; nel nostro mondo, la vergogna è e deve diventare - dice il filosofo - un sentimento radicale, espressione di una rabbia nei confronti delle ingiustizie quotidiane e non deve essere vissuta esclusivamente come un sentimento di tristezza e ripiegamento su di sé o come un senso di inadeguatezza paralizzante. 

A proposito di vergogna, ho avuto modo di ascoltare le parole della scrittrice Edith Bruck che nel 1944 ha vissuto l'esperienza dell'internamento nel campo di concentramento di Auschwitz.
Bruck ha raccontato che non ha mai provato vergogna quando nuda per la disinfestazione davanti a quattro appartenenti alla Hitlerjugend, la gioventù hitleriana, ha subito più e più volte l'umiliazione di ricevere i loro sputi sulle proprie parti intime: il sentimento provato in quel momento è stata la pena per questi giovani che non si rendevano neppure conto di ciò che facevano perché disumanizzati dalla scuola nazista.
Ricorda, invece, che  quando si è mostrata nuda agli Americani che sono arrivati ad Auschwitz per liberare il campo ha finalmente provato un sentimento di vergogna.
Vergogna di un essere umano, dunque, davanti ad altri esseri umani; il senso di vergogna come un campanello di ritorno all'umanità.

Ci sono culture, come quella giapponese o - ancora prima - quella descritta nei poemi omerici che fanno di questo sentimento un proprio caposaldo: con l'espressione cultura della vergogna, definizione riferita dall'antropologo e filologo Eric Dodds al mondo di Iliade ed Odissea e mutuata dall'antropologa Ruth Benedict che l'aveva coniata per parlare della società nipponica, si intende una società in cui il rispetto delle regole si ottiene attraverso determinati modelli di comportamento imposti dall'autorità. Chi non si adatta a questi modelli riceve il biasimo della comunità, e prova quindi vergogna.

La domanda giusta da porsi, a questo punto, è quali siano i modelli di comportamento a cui adeguarsi: forse quelli imposti dalla  tradizione - dal mos maiorum, avrebbero detto i Romani - che sono rassicuranti ma inattuali e talvolta inattuabili? O si possono immaginare modelli che mettono al centro il sentimento di umanità? Ripensare i valori, quindi, e trovare il tempo e il modo di dedicarci ad una profonda educazione sentimentale, anche a costo di sovvertire la realtà e di andare, come diceva Faber, in direzione ostinata e contraria.

Carmen Consoli, Signor Tentenna

21 gennaio 2024

Il coraggio di reagire

Sentite questa.
Un giorno, un servo, stando in una piazza, pregava Cristo in croce dicendogli: "Cristo, il mio padrone mi strapazza, mi tratta come un cane randagio. Si prende tutto con la sua mano avida, dice che neanche la vita mi appartiene. Distruggila, Gesù, questa malarazza. Distruggila, Gesù, fallo per me"
Ma non è finita.
Al servo Cristo risponde dalla croce: "Forse le tue braccia sono spezzate? Chi vuole la giustizia, se la faccia, perché tanto nessuno la farà al posto tuo. Se sei un uomo saggio, ascolta attentamente questo mio consiglio. E ti dirò di più: non sarei inchiodato in croce se avessi fatto ciò che ti sto dicendo".

Nel 1857 Lionardo Vigo pubblicò questo testo anonimo intitolato ""Lamento di un servo ad un santo crocifisso" all'interno del suo libro "Raccolta amplissima di canti popolari siciliani" e ovviamente causò non pochi guai all'autore: le autorità dell'epoca fecero ritirare tutte le copie del testo perché ritenevano che istigasse alla violenza e allora Vigo, per permettere la diffusione della sua opera, modificò le parole di Cristo - il cui messaggio veniva ritenuto blasfemo - con queste parole: 

E tu chi ti scurdasti, o testa pazza, / chiddu ch’è scrittu ‘nta la liggi mia? Sempri in guerra sarà l’umana razza / si cu l’offisi l’offisi castija! A cu l’offenni, lu vasa e l’abbrazza / e in Paradisu sidirai ccu mia: m’inchiuvaru l’ebrei ‘nta sta cruciazza: / e Cielu e Terra disfari putia!

Mi correggano i lettori siciliani ma dovrebbe significare più o meno questo:

"Ti sei scordato, o pazzo, cosa è scritto nella mia legge? La razza umana sarà sempre in guerra si risponde alle offese con offese. Bacia e abbraccia chi ti offende e verrai in Paradiso con me; gli Ebrei inchiodarono a questa croce me, che avrei potuto disfare cielo e terra".

Fu Dario Fo a scoprire questo testo negli anni '70, anni di forti contestazioni politiche, e a rielaborarlo nella forma che poi si è diffusa anche grazie a Domenico Modugno che, nel 1977 incise la canzone Malarazza - attirandosi poi una querela da parte dello stesso Dario Fo che lo accusava di aver usato senza autorizzazione la sua rielaborazione del testo originale -  e aggiungendo un verso che poi rimarrà in tutte le riprese successive della canzone

Tu ti lamenti? Ma che ti lamenti?
Pigghia nu bastuni e tira fora li denti.

Perché mi è venuta in mente questa canzone?
Perché noto, con dispiacere, una tendenza al lamento sempre più diffusa ad ogni livello della società attuale. Ci lamentiamo tutti, per qualunque cosa: si lamenta chi lavora troppo (e non fa niente per lavorare meno), si lamenta chi il lavoro non ce l'ha (e non fa niente per trovarlo); il bello perché la sua bellezza lo ostacola, il brutto perché la mancanza di bellezza lo ostacola. 
Sembriamo non essere più in grado di affrontare una minima difficoltà e le nostre disgrazie sono sempre le più grandi, come in una gara a chi ce l'ha più nero, il destino. 
Cerchiamo compassione, cerchiamo la pacca sulla spalla che è una cosa diversa dall'umana solidarietà.

Alberto Moravia, nel suo romanzo "Gli indifferenti" dice una verità tanto semplice quanto lampante:
Sai cosa si fa quando non se ne può più? Si cambia

Cambiare ciò che non ci piace, senza accettare con rassegnazione la nostra condizione come qualcosa di dato una volta per tutte. Dire: "Non riuscirò mai a fare questa cosa" è il primo passo verso il fallimento: se non ci provi neppure o non ci provi abbastanza non puoi riuscirci.

Accogliere il proprio essere sbagliati non come uno stigma ma come una ricchezza: come ho detto altre volte, siamo tutti diversi e principianti, basta ammetterlo.

Reagire, agire di rimando, non rimanere inerti, cioè privi di ars, di attività, di abilità, di arte. Non rimanere come una cosa posata in un angolo e dimenticata, come scrive Ungaretti, ormai pietrificato dall'esperienza di guerra. Finché non diventiamo pietre, possiamo reagire.

Ribellarsi, rispondere alla guerra con la guerra. O come dice Alessandro Bergonzoni con una etimologia palesemente falsa (che purtroppo qualcuno ha preso per vera) ma suggestiva tornare al bello delle cose.

Scegliere è il verbo che rimanda ad una delle azioni più potenti che l'uomo possa fare: scegliere il meglio per sé, scegliere di accettare passivamente ciò che non va o di trovare una strada diversa, alternativa, mai provata ma non per questo sbagliata. La chiave è sempre la stessa: il coraggio, parola che è etimologicamente legata a doppio filo al cuore. E finché siamo vivi, il cuore non ci viene meno.

Lautari feat. Carmen Consoli, Malarazza

14 gennaio 2024

Disorientati

Li vedo entrare nell'aula in cui li aspetto cercando di sfoderare il miglior sorriso pur evitando l'effetto Montgomery Burns.
Già dal modo in cui camminano li puoi incasellare in alcune categorie: ci sono gli strafottenti, quelli che sono venuti solo perché lo vogliono i genitori e vorrebbero essere altrove, quelli che sono intimiditi dalla scuola nuova al punto da contare le piastrelle pur di non alzare lo sguardo, quelli che sanno già esattamente cosa fare per il futuro prossimo e non solo.
Sono le studentesse e gli studenti che vengono a conoscere la mia scuola e che dovremmo provare ad orientare.
Visto che la mia vita è perennemente filtrata e spiegata attraverso i libri, mi viene in mente una scena di "Io e te" di Niccolò Ammaniti, uno dei miei romanzi feticcio.
Lorenzo, quattordicenne problematico, vive in una famiglia che non accoglie di buon grado il suo essere diverso dagli altri; per questo motivo i suoi genitori hanno cercato, nei primi anni della sua vita, di tenerlo al sicuro, facendogli frequentare, fino alle scuole medie, degli istituti privati.

Ma le medie sono finite in fretta e mio padre mi ha chiamato nello studio, mi ha fatto sedere su una poltrona e ha detto: - Lorenzo, ho pensato che è ora che vai a un liceo pubblico. Basta con queste scuole private di figli di papà. Dimmi, ti piace di più la matematica  o la storia?
Ho dato un'occhiata a tutti i suoi libroni sugli antichi egizi, sui babilonesi, disposti in ordine nella libreria. - La storia.
Mi ha dato una pacca soddisfatta. - Ottimo, vecchio mio, abbiamo gli stessi gusti. Vedrai, il liceo classico ti piacerà.

Temo che spesso e volentieri la scelta della scuola avvenga con i criteri adottati dal padre di Lorenzo.
Sei un figlio di una famiglia bene? Classico o scientifico, tertium non datur.
Le tue origini familiari sono umili? Professionale o al più tecnico.
Ovviamente sto tagliando con l'accetta, non funziona sempre e comunque così, però esiste una stretta correlazione tra condizione economico-sociale delle famiglie e scelta della scuola.
Ed è quanto di più sbagliato possa accadere, perché un fattore che non dipende dagli studenti influenza una scelta che dovrebbe vederli come assoluti protagonisti.

Altra riflessione: l'utilità delle discipline, le scuole utili e inutili per il futuro.
Mi chiedo: utilità rispetto a cosa?
Chi deve formare la scuola? Dei lavoratori o delle persone? Io penso che la risposta giusta sia la seconda.
E allora ben vengano le materie inutili e poco spendibili in maniera diretta sul mondo del lavoro ma che hanno un valore formativo. Diamo spazio alla riflessione, al confronto, alla decostruzione degli stereotipi di ogni tipo. È chiaro, per fare questo è necessario che cambi anche la mentalità dei docenti, che dovrebbero liberarsi dall'ossessione del nozionismo - di cui spesso si è ancora schiavi - per dare un nuovo senso a ciò che insegnano, reinventandolo sempre e non riproponendo le stesse cose a menti diverse.
In un mondo in continua evoluzione, in cui, nel giro di pochi anni, nascono professioni inimmaginabili e ne scompaiono altre che apparivano eterne, qual è il senso di soffermarsi sulle nozioni - facilmente reperibili su un qualunque motore di ricerca - piuttosto che sulle competenze da acquisire attraverso quelle stesse nozioni? 
In classe si rifletteva, l'altro giorno, sulla necessità della analisi logica come antidoto all'analfabetismo funzionale e poi, leggendo un libro (il consigliassimo Mia di Antonio Ferrara) si è riflettuto tutti insieme su quanto possa essere pericoloso ragionare sulle cose da maschi  e le cose da femmine.

Ultima riflessione: la paura.
La vedo negli occhi degli studenti e dei genitori, che temono che una scelta sbagliata possa compromettere la vita. 
La vedo, accompagnata dalla frustrazione, in chi decide di cambiare percorso strada facendo, come se il non riuscire in qualcosa fosse infamante.
In una società sempre più basata sulla performance e sul successo, bisognerebbe imparare a concentrarsi sull'importanza degli errori, direi sulla loro necessità. E soprattutto bisognerebbe liberarsi dall'ansia che deriva dalle aspettative nostre e altrui e dalla pressione sociale su una generazione di ragazze e ragazzi che stanno vivendo in un mondo difficile da comprendere e da maneggiare.
Si può sbagliare scelta a 14 anni? Sì, certo, si può sbagliare anche a 20, 30, 40 anni. 
Una scelta sbagliata non è un marchio indelebile, non è una macchia, una vergogna: è un errore che ci permette di individuare con certezza quello che non vogliamo e che ci aiuta - se vissuto correttamente - a individuare, anche per esclusione, la nostra strada.
Errare è umano. Soprattutto se ci aiuta a diventare migliori.

The White Stripes, I just don't know what to do with myself

07 gennaio 2024

Tabula rasa

Dimenticare, ovvero far uscire dalla mente.
Scordare, ovvero far uscire dal cuore.

Lo scontro ricordare/dimenticare vede nel sentire comune, indiscutibilmente vincitore il primo contendente: la bellezza del ricordo è celebrata da poeti di ogni tempo.

Mi viene in mente In me il tuo ricordo di Vittorio Sereni

In me il tuo ricordo è un fruscio
solo di velocipedi che vanno
quietamente là dove l'altezza
del meriggio discende
al più fiammante vespero
tra cancelli e case
e sospirosi declivi
di finestre riaperte sull'estate.
Solo, di me, distante
dura un lamento di treni,
d'anime che se ne vanno.

E là leggera te ne vai sul vento,
ti perdi nella sera.

O anche l'imprescindibile Montale di Nel fumo

Quante volte t'ho atteso alla stazione
nel freddo, nella nebbia. Passeggiavo
tossicchiando, comprando giornali innominabili,
fumando Giuba poi soppresse dal ministro
dei tabacchi, il balordo!
Forse un treno sbagliato, un doppione oppure una
sottrazione. Scrutavo le carriole
dei facchini se mai ci fosse dentro
il tuo bagaglio, e tu dietro, in ritardo.
poi apparivi, ultima. È un ricordo
tra tanti altri. Nel sogno mi perseguita.


Leopardi, nello Zibaldone, scrive: «un oggetto qualunque, per esempio un luogo, un sito, una campagna, per bella che sia, se non desta alcuna rimembranza, non è poetica punto a vederla. La medesima, ed anche un sito, un oggetto qualunque, affatto impoetico in sé, sarà poeticissimo a rimembrarlo. La rimembranza è essenziale e principale nel sentimento poetico, se non altro per- ché il presente, qual ch’egli sia, non può esser poetico; e il poetico, in uno o in altro modo, si trova sempre consistere nel lontano, nell’indefinito, nel vago»

Il ricordo, dunque, è legato al piacere: le cose richiamate alla memoria sono sempre più piacevoli perché la mente tende a rimuovere il brutto; il passato diventa talvolta un rifugio in cui trovare riposo dal presente, altre volte diventa una scusante per le nostre azioni e le nostre parole.
Il passato, inevitabilmente, ci condiziona e ci sottrae forze per vivere il presente.

Ma come sarebbe bello potere, anche solo una volta, resettare tutto?
Cancellare i nostri ricordi e ricominciare tutto da zero.
Non solo ciò che ci ha fatto soffrire, i sentimenti non ricambiati, le promesse disattese, le occasioni perse, i treni non presi, i viaggi non fatti.
Anche i ricordi più belli, la felicità immotivata di quando si è bambini, la prima volta ad un concerto, l'abbraccio caldo, il rivedersi dopo una promessa, un libro, una canzone mai ascoltata prima o risentita per la centesima volta. Per poter rivivere tutto come se fosse qualcosa di nuovo, vivere solo di inizi, di eccitazioni da prima volta.
Dimenticare le parole urlate, sussurrate, non dette, i silenzi, sia che ci abbiano fatto bene sia che ci abbiano fatto male. Riascoltarle come se fosse la prima volta.
Ricominciare tutto da capo diventando una tabula rasa, dimenticando quello che sappiamo del mondo e di noi stessi; superare pregiudizi, riscoprire il mondo, dare il nome alle cose come un novello Adamo.
Perdere l'esperienza già accumulata, le sovrastrutture, gli schemi.
Rinascere.
Dimenticare anche questo desiderio di dimenticare e ricominciare a coltivare l'arte del ricordo.
Bello, no?


Una zattera col tetto

Adolescente e adulto sono due facce della stessa medaglia. Hanno addirittura la medesima radice. Però adulto è un participio passato. Mentre...