14 gennaio 2024

Disorientati

Li vedo entrare nell'aula in cui li aspetto cercando di sfoderare il miglior sorriso pur evitando l'effetto Montgomery Burns.
Già dal modo in cui camminano li puoi incasellare in alcune categorie: ci sono gli strafottenti, quelli che sono venuti solo perché lo vogliono i genitori e vorrebbero essere altrove, quelli che sono intimiditi dalla scuola nuova al punto da contare le piastrelle pur di non alzare lo sguardo, quelli che sanno già esattamente cosa fare per il futuro prossimo e non solo.
Sono le studentesse e gli studenti che vengono a conoscere la mia scuola e che dovremmo provare ad orientare.
Visto che la mia vita è perennemente filtrata e spiegata attraverso i libri, mi viene in mente una scena di "Io e te" di Niccolò Ammaniti, uno dei miei romanzi feticcio.
Lorenzo, quattordicenne problematico, vive in una famiglia che non accoglie di buon grado il suo essere diverso dagli altri; per questo motivo i suoi genitori hanno cercato, nei primi anni della sua vita, di tenerlo al sicuro, facendogli frequentare, fino alle scuole medie, degli istituti privati.

Ma le medie sono finite in fretta e mio padre mi ha chiamato nello studio, mi ha fatto sedere su una poltrona e ha detto: - Lorenzo, ho pensato che è ora che vai a un liceo pubblico. Basta con queste scuole private di figli di papà. Dimmi, ti piace di più la matematica  o la storia?
Ho dato un'occhiata a tutti i suoi libroni sugli antichi egizi, sui babilonesi, disposti in ordine nella libreria. - La storia.
Mi ha dato una pacca soddisfatta. - Ottimo, vecchio mio, abbiamo gli stessi gusti. Vedrai, il liceo classico ti piacerà.

Temo che spesso e volentieri la scelta della scuola avvenga con i criteri adottati dal padre di Lorenzo.
Sei un figlio di una famiglia bene? Classico o scientifico, tertium non datur.
Le tue origini familiari sono umili? Professionale o al più tecnico.
Ovviamente sto tagliando con l'accetta, non funziona sempre e comunque così, però esiste una stretta correlazione tra condizione economico-sociale delle famiglie e scelta della scuola.
Ed è quanto di più sbagliato possa accadere, perché un fattore che non dipende dagli studenti influenza una scelta che dovrebbe vederli come assoluti protagonisti.

Altra riflessione: l'utilità delle discipline, le scuole utili e inutili per il futuro.
Mi chiedo: utilità rispetto a cosa?
Chi deve formare la scuola? Dei lavoratori o delle persone? Io penso che la risposta giusta sia la seconda.
E allora ben vengano le materie inutili e poco spendibili in maniera diretta sul mondo del lavoro ma che hanno un valore formativo. Diamo spazio alla riflessione, al confronto, alla decostruzione degli stereotipi di ogni tipo. È chiaro, per fare questo è necessario che cambi anche la mentalità dei docenti, che dovrebbero liberarsi dall'ossessione del nozionismo - di cui spesso si è ancora schiavi - per dare un nuovo senso a ciò che insegnano, reinventandolo sempre e non riproponendo le stesse cose a menti diverse.
In un mondo in continua evoluzione, in cui, nel giro di pochi anni, nascono professioni inimmaginabili e ne scompaiono altre che apparivano eterne, qual è il senso di soffermarsi sulle nozioni - facilmente reperibili su un qualunque motore di ricerca - piuttosto che sulle competenze da acquisire attraverso quelle stesse nozioni? 
In classe si rifletteva, l'altro giorno, sulla necessità della analisi logica come antidoto all'analfabetismo funzionale e poi, leggendo un libro (il consigliassimo Mia di Antonio Ferrara) si è riflettuto tutti insieme su quanto possa essere pericoloso ragionare sulle cose da maschi  e le cose da femmine.

Ultima riflessione: la paura.
La vedo negli occhi degli studenti e dei genitori, che temono che una scelta sbagliata possa compromettere la vita. 
La vedo, accompagnata dalla frustrazione, in chi decide di cambiare percorso strada facendo, come se il non riuscire in qualcosa fosse infamante.
In una società sempre più basata sulla performance e sul successo, bisognerebbe imparare a concentrarsi sull'importanza degli errori, direi sulla loro necessità. E soprattutto bisognerebbe liberarsi dall'ansia che deriva dalle aspettative nostre e altrui e dalla pressione sociale su una generazione di ragazze e ragazzi che stanno vivendo in un mondo difficile da comprendere e da maneggiare.
Si può sbagliare scelta a 14 anni? Sì, certo, si può sbagliare anche a 20, 30, 40 anni. 
Una scelta sbagliata non è un marchio indelebile, non è una macchia, una vergogna: è un errore che ci permette di individuare con certezza quello che non vogliamo e che ci aiuta - se vissuto correttamente - a individuare, anche per esclusione, la nostra strada.
Errare è umano. Soprattutto se ci aiuta a diventare migliori.

The White Stripes, I just don't know what to do with myself

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