01 marzo 2026

Fastidio

Io non so più cos'è normale
o un'allucinazione
se sono matta io.
Non è che voglia litigare
ma ho come l'impressione
di non potermi controllare.

In un Sanremo piatto e democristiano come non se vedevano da anni, caratterizzato da pochi momenti divertenti, da ospiti sbagliati e una volontà di mandare messaggi sociali sacrosanta ma depotenziata dal contesto, per me c'è stata solo lei.
Musica trascinante, performance convincente, un testo che non garantirà alla sua autrice la gloria eterna o la candidatura al premio Nobel per la letteratura ma che sicuramente fa gridare al miracolo se confrontato con lo strabiliante testo della canzone vincitrice "saremo io e te accussì, sarrà pessempre sì": Ditonellapiaga, medaglia di bronzo, ha fatto un elenco - meno banale di quanto possa sembrare a prima vista - delle cose che le procurano fastidio, una sorta di versione aggiornata di Nuntereggae più dell'indimenticabile Rino Gaetano.
E allora mi sono chiesto: cosa mi dà fastidio?

- quelli che non salutano - i sorrisi falsi - i presuntuosi - quelli che avrebbero fatto ciò che hai fatto tu sicuramente meglio di te - le posate che stridono sul piatto - quelli che non sorridono mai - chi dimentica che per girare in macchina si usano le frecce - chi ti chiede di te solo per poi poter parlare di sé - quelli che ti dicono dopo ti devo dire una cosa (ma dimmela subito, no?) - quelli che ti giudicano per il segno zodiacale - chi non mette a posto le cose che ha usato - quelli che non ti guardano negli occhi quando ti parlano - i maschi alpha - i leoni da tastiera - quelli che non usano il punto e virgola - i wannabe influencer -  il caffè zuccherato - ogni tanto anche me stesso - i razzisti - gli omofobi - i nostalgici del ventennio - quelli che non amano Dante Alighieri - quelli che non capiscono le battute - quelli che che schifo Sanremo, preferisco un film polacco da otto ore sottotitolato in ungherese e sentono il bisogno di farlo sapere al mondo intero -  i complottisti - la pasta scotta - le spiagge affollate - quelli che non rispettano la fila - la puzza di sudore -  quelli che usano i puntini di sospensione e ne mettono un numero diverso da tre - quelli che piegano le pagine dei libri - chi fa gli elenchi senza andare a capo - quelli a cui da fastidio tutto.
Ed è solo l'inizio.

Ditonellapiaga, Che fastidio!

22 febbraio 2026

Inviti superflui

È un periodo piuttosto difficile, questo.
Un periodo in cui nostalgici e nerboruti ragazzotti vogliono schedare docenti perché antifascisti (sono sempre pronto a lasciare i miei dati a chi volesse farlo); un periodo di consiglieri comunali, fratelli come Caino lo era per Abele, che propongono schedare scuole perché antifasciste (come se fosse qualcosa di disdicevole).
Un periodo in cui un bambino muore per un cuore bruciato e tutti si sentono in diritto di buttarsi sulla notizia come iene sulla carogna e pronunciano sentenze già definitive, individuando con certezza responsabilità e colpevoli, senza preoccuparsi minimamente del dolore della famiglia.
Docenti leucocriniti e ciuffodotati che fanno elargizione di voti in cambio di like e cuoricini.
Tiranni aranciocriniti e ciuffodotati che si improvvisano operatori di pace a pagamento.
Spesso mi sento senza parole e mi rifugio nei libri, nella letteratura che preserva l'umanità.
E, frugando, ho ritrovato questo racconto, tanto famoso - in una sua piccola parte - quanto ignoto nel suo intero svolgersi, a cui avevo dedicato un post diverso tempo fa.
Ma la bellezza va riproposta.

Mi capita talvolta di pensare al racconto che avrei voluto scrivere: non quello perfetto, senza sbavature, ma quello che mi risuona dentro. E il racconto è questo: Inviti superflui del mio adorato Dino Buzzati.
Spesso, sui social che tutto sminuzzano, si trovano solo le prime righe e l’idea che passa è che si tratti di un racconto d’amore. E invece, non lo è. O meglio lo è, ma è molto diverso da ciò che si potrebbe immaginare.
Ogni tanto bisogna farsi sovrastare dalla bellezza, senza troppe parole, senza troppi ragionamenti.
E spero che succeda a chi legge questo racconto così com’è successo a me.

Vorrei che tu venissi da me una sera d'inverno e, stretti insieme dietro i vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate, ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo. Per gli stessi sentieri fatati passammo infatti tu ed io, con passi timidi, insieme andammo attraverso le foreste piene di lupi, e i medesimi genii ci spiavano dai ciuffi di muschio sospesi alle torri, tra svolazzare di corvi. Insieme, senza saperlo, di là forse guardammo entrambi verso la vita misteriosa, che ci aspettava. Ivi palpitarono in noi, per la prima volta pazzi e teneri desideri. "Ti ricordi?" ci diremo l'un l'altro, stringendoci dolcemente, nella calda stanza, e tu mi sorriderai fiduciosa mentre fuori daran tetro suono le lamiere scosse dal vento. Ma tu - ora mi ricordo - non conosci le favole antiche dei re senza nome, degli orchi e dei giardini stregati. Mai passasti, rapita, sotto gli alberi magici che parlano con voce umana, né battesti mai alla porta del castello deserto, né camminasti nella notte verso il lume lontano lontano, né ti addormentasti sotto le stelle d'Oriente, cullata da piroga sacra. Dietro i vetri, nella sera d'inverno, probabilmente noi rimarremo muti, io perdendomi nelle favole morte, tu in altre cure a me ignote. Io chiederei "Ti ricordi?", ma tu non ricorderesti. 

Vorrei con te passeggiare, un giorno di primavera, col cielo di color grigio e ancora qualche vecchia foglia dell'anno prima trascinata per le strade dal vento, nei quartieri della periferia; e che fosse domenica. In tali contrade sorgono spesso pensieri malinconici e grandi; e in date ore vaga la poesia, congiungendo i cuori di quelli che si vogliono bene. Nascono inoltre speranze che non si sanno dire, favorite dagli orizzonti sterminati dietro le case, dai treni fuggenti, dalle nuvole del settentrione. Ci terremo semplicemente per mano e andremo con passo leggero, dicendo cose insensate, stupide e care. Fino a che si accenderanno i lampioni e dai casamenti squallidi usciranno le storie sinistre della città, le avventure, i vagheggiati romanzi. E allora noi taceremo sempre tenendoci per mano, poiché le anime si parleranno senza parola. Ma tu - adesso mi ricordo - mai mi dicesti cose insensate, stupide e care. Né puoi quindi amare quelle domeniche che dico, né l'anima tua sa parlare alla mia in silenzio, né riconosci all'ora giusta l'incantesimo delle città, né le speranze che scendono dal settentrione. Tu preferisci le luci, la folla, gli uomini che ti guardano, le vie dove dicono si possa incontrare la fortuna. Tu sei diversa da me e se venissi quel giorno a passeggiare, ti lamenteresti d'essere stanca; solo questo e nient'altro. 

Vorrei anche andare con te d'estate in una valle solitaria, continuamente ridendo per le cose più semplici, ad esplorare i segreti dei boschi, delle strade bianche, di certe case abbandonate. Fermarci sul ponte di legno a guardare l'acqua che passa, ascoltare nei pali del telegrafo quella lunga storia senza fine che viene da un capo del mondo e chissà dove andrà mai. E strappare i fiori dai prati e qui, distesi sull'erba, nel silenzio del sole, contemplare gli abissi del cielo e le bianche nuvolette che passano e le cime delle montagne. Tu diresti "Che bello!" Niente altro diresti perché noi saremmo felici; avendo il nostro corpo perduto il peso degli anni, le anime divenute fresche, come se fossero nate allora.  Ma tu - ora che ci penso - tu ti guarderesti intorno senza capire, ho paura, e ti fermeresti preoccupata ad esaminare una calza, mi chiederesti un'altra sigaretta, impaziente di fare ritorno. E non diresti "Che bello!", ma altre povere cose che a me non importano. Perché purtroppo sei fatta così. E non saremmo neppure per un istante felici. 

Vorrei pure - lasciami dire - vorrei con te sottobraccio attraversare le grandi vie della città in un tramonto di novembre, quando il cielo è di puro cristallo. Quando i fantasmi della vita corrono sopra le cupole e sfiorano la gente nera, in fondo alla fossa delle strade, già colme di inquietudini. Quando memorie di età beate e nuovi presagi passano sopra la terra, lasciando dietro di se una specie di musica. Con la candida superbia dei bambini guarderemo le facce degli altri, migliaia e migliaia, che a fiumi ci trascorrono accanto. Noi manderemo senza saperlo luce di gioia e tutti saran costretti a guardarci, non per invidia e malanimo; bensì sorridendo un poco, con sentimento di bontà, per via della sera che guarisce le debolezze dell'uomo. Ma tu - lo capisco bene - invece di guardare il cielo di cristallo e gli aerei colonnati battuti dall'estremo sole, vorrai fermarti a guardare le vetrine, gli ori, le ricchezze, le sete, quelle cose meschine. E non ti accorgerai quindi dei fantasmi, né dei presentimenti che passano, né ti sentirai, come me, chiamata a sorte orgogliosa. Né udresti quella specie di musica, né capiresti perché la gente ci guardi con occhi buoni. Tu penseresti al tuo povero domani e inutilmente sopra di te le statue d'oro sulle guglie alzeranno le spade agli ultimi raggi. Ed io sarei solo. E' inutile. Forse tutte queste sono sciocchezze, e tu migliore di me, non presumendo tanto dalla vita. Forse hai ragione tu e sarebbe stupido tentare. Ma almeno, questo sì almeno, vorrei rivederti. Sia quel che sia, noi staremo insieme in qualche modo, e troveremo la gioia. Non importa se di giorno o di notte, d'estate o d'autunno, in un paese sconosciuto, in una casa disadorna, in una squallida locanda. Mi basterà averti vicina. Io non starò qui ad ascoltare - ti prometto - gli scricchiolii misteriosi del tetto, né guarderò le nubi, né darò retta alle musiche o al vento. Rinuncerò a queste cose inutili, che pure io amo. Avrò pazienza se non capirai ciò che ti dico, se parlerai di fatti a me strani, se ti lamenterai dei vestiti vecchi e dei soldi. Non ci saranno la cosiddetta poesia, le comuni speranze, le mestizie così amiche all'amore. Ma io ti avrò vicina. E riusciremo, vedrai, a essere abbastanza felici, con molta semplicità, uomo e donna solamente, come suole accadere in ogni parte del mondo. 

Ma tu - adesso ci penso - sei troppo lontana, centinaia e centinaia di chilometri difficili a valicare. Tu sei dentro a una vita che ignoro, e gli altri uomini ti sono accanto, a cui probabilmente sorridi, come a me nei tempi passati. Ed è bastato poco tempo perché ti dimenticassi di me. Probabilmente non riesci più a ricordare il mio nome. Io sono ormai uscito da te, confuso tra le innumerevoli ombre. Eppure non so pensare che a te, e mi piace dirti queste cose. 

Francesco de Gregori, Rimmel



15 febbraio 2026

Un'enorme pupazzata

Ogni tanto capita.
Capita che ci colga improvvisa la consapevolezza di una mancata sintonia tra ciò che siamo e ciò che professiamo, tra ciò che raccontiamo di essere stati e ciò che siamo stati realmente.
Ci pensavo qualche giorno fa mentre stavo facendo una delle mie solite chilometriche raccomandazioni a quegli sventurati che incidentalmente frequentano le aule scolastiche nelle stesse ore in cui le frequento io, anche noti come "i miei alunni".
Raccomandavo loro di non ridursi all'ultimo giorno per studiare, di prendere appunti, di non imparare a memoria e blablablablablabla (immagino sia giunto questo alle loro orecchie dopo i primi 25 secondi di attenzione).
Ma poi mi sono chiesto: com'ero io alla loro età?
E la risposta è stata che spesso ci dimentichiamo che anche noi, messi nelle stesse condizioni, abbiamo reagito - e forse reagiremmo ancora - nello stesso modo.

Ricordo gli esercizi fatti a metà con l'ineffabile R., compagna di banco e di merende (travestite da studiamo matematica insieme così magari ci capiamo qualcosa). Avevamo affinato una precisissima tecnica di scambio di quaderni tale da sfuggire al controllo da parte dei nostri docenti, figure mitologiche a metà strada tra Cerbero e un agente del KGB.
Lo studio matto e disperatissimo di centinaia di pagine di storia per il giorno dopo perchè se studio con troppo anticipo le cose poi non me le ricordo; la povera Mater costretta a tour de force di ore di ripassi in cui facevo una confusione assurda di nomi, date, case, libri, auto, viaggi, fogli di giornale: se ci ripenso mi sembra ancora strano di non aver mai avuto storia da recuperare a settembre. Misteri su cui è preferibile non indagare.
Le versioni di latino malamente copiate dai traduttori del Pater con il piccolo inconveniente che, in alcuni casi, si trattava di testi con traduzioni piuttosto datate; per questo motivo, quando mi toccava leggere le mie versioni in classe, dovevo millantare la conoscenza di parole il cui significato mi era totalmente oscuro, declamandole, però, con una sicumera degna di Vittorio Gassman.

Con un impercettibile spirito anticlericale, la mia nonna materna diceva nel suo dialetto (che per me è ancora la lingua madre) fa' quello che il prete dice, non fare quello che il prete fa come a dire che ad ispirarci devono essere le parole della persona che individuiamo come guida, più che le sue azioni.
Tutti, sempre, recitiamo dei ruoli piuttosto rigidi in quella enorme pupazzata che è la vita (come diceva Luigi Pirandello) e allontanarci da questi ruoli rischia di creare delle crepe in quel sistema codificato e di semplice comprensione che sono i rapporti umani.
Talvolta, però, siamo illuminati dalla consapevolezza che diciamo certe cose solo perché il nostro ruolo ce lo impone o perché diamo vita alla ripetizione di un meccanismo che - diciamolo - ci illudiamo che funzioni ma sappiamo che non funziona: è scientificamente provato che dire ad una studentessa o a uno studente non ridurti all'ultimo giorno per prepararti all'interrogazione non anticiperà di un solo minuto l'apertura dei libri da parte dello stesso.
Quando me ne rendo conto, quando ripenso a me adolescente, sorrido con un po' di tenerezza. E taccio.

Smashing Pumpkins, 1979


08 febbraio 2026

Le vite degli altri

Amo il silenzio della domenica mattina, il buio, il caffè bevuto senza pensare a niente, senza impegni da programmare, persone da incontrare, matasse da sciogliere.
Mi siedo alla mia scrivania per studiare qualcosa e correggere compiti.
Mi volto verso la finestra da cui intravedo la sagoma dell'albero di mimose ormai in fiore.
Qualcosa mi distrae. Mi alzo e guardo fuori.

Da una finestra del palazzo di fronte si vede una luce.
Un po' sono geloso: vorrei che questo momento fosse solo mio.
Un po' mi sento meno solo: c'è qualcuno che con cui condividere questo segreto.
Mi piace immaginare le vite degli altri, guardare le sagome che si muovono dietro le finestre come delle ombre cinesi.
Mi piace intuire le loro azioni.

Qualcuno è in cucina: prepara un pranzo. Avrà una famiglia? Sarà solo? Magari è il suo primo o il suo ultimo pasto in quella casa.
Due persone sono sedute su un letto: vedo le loro sagome vicine. Cosa si staranno dicendo? Saranno sinceri l'uno con l'altro? Staranno organizzando stancamente la giornata, tra impegni, scadenze, incombenze o - per citare Lucio Dalla - si scambiano la pelle, parlandosi di amore?
Altrove c'è chi si muove da una stanza all'altra: sembra agitato. Forse sta sistemando le ultime cose per una partenza improvvisa (e voluta? Chissà) oppure sta ultimando i preparativi per una sorpresa che renderà felice qualcuno.

Mi piace guardare e non sentire: non siamo a maggio, non c'è la voce di Silvia che risuona nelle strade e che Giacomo ascolta dopo aver abbandonato le sudate carte. Le finestre sono chiuse e posso solo immaginare i bisbigli, i rumori soffocati, gli scricchiolii, i colpi di tosse che interrompono per pochi istanti il silenzio fitto che avvolge tutti. 

Mi torna in mente Giovanni Pascoli, che, da lontano osserva ciò che avviene in una casa. E in quello scrutare e nelle parole che usa per descriverlo c'è tutta la sofferenza di chi ha la consapevolezza di essere un escluso:

E s’aprono i fiori notturni,
nell’ora che penso ai miei cari.
Sono apparse in mezzo ai viburni
le farfalle crepuscolari.

Da un pezzo si tacquero i gridi:
là sola una casa bisbiglia.
Sotto l’ali dormono i nidi,
come gli occhi sotto le ciglia.

Dai calici aperti si esala
l’odore di fragole rosse.
Splende un lume là nella sala.
Nasce l’erba sopra le fosse.

Un’ape tardiva sussurra
trovando già prese le celle.
La Chioccetta per l’aia azzurra
va col suo pigolio di stelle.

Per tutta la notte s’esala
l’odore che passa col vento.
Passa il lume su per la scala;
brilla al primo piano: s’è spento...

È l’alba: si chiudono i petali
un poco gualciti; si cova,
dentro l’urna molle e segreta,
non so che felicità nuova.

La luce del giorno ormai sta vincendo sul buio, le strade ricominciano a rianimarsi, la casa riprende vita. È il momento di tornare a vivere la vita. La mia.




01 febbraio 2026

Segnalati

"La Scuola [...] attua il principio d'una cultura del popolo, ispirata agli eterni valori della razza italiana e della sua civiltà".
Correva l'anno 1939 e l'allora ministro dell'Educazione Nazionale Giuseppe Bottai elencava in un documento chiamato "Carta della Scuola" i "principi, fini, metodi della scuola fascista", il primo dei quali era quello riportato poco più su. 
La scuola ispirata ai valori della razza italiana e della sua civiltà. È questo, forse, che avevano in mente i promotori dell'iniziativa di segnalazione dei docenti di sinistra che tanto clamore ha suscitato in questi giorni? Segnalare chi sottolinea la matrice antifascista della Costituzione italiana? O chi evidenzia che certe scelte attuate dal governo in carica richiamano posizioni che solleticano i nostalgici del Ventennio?
E qual è lo scopo di queste segnalazioni? Intimidazione, certo, ma anche voglia di dimostrare che, in questo preciso momento storico, c'è una sorta di impunità per coloro che propongono liste di proscrizione in cui inserire coloro che la pensano in maniera diversa dagli attuali governanti.
Partiamo da un presupposto: la scuola non fa politica, la scuola è politica.

La scuola è politica nel senso che ha il compito di formare cittadine e cittadini della polis, dello Stato. E come può avvenire la formazione senza una riflessione critica sul passato e sul presente? 
Una cosa è fare proselitismo, imporre ideologie, fare politica; altro è provare a ragionare sul presente anche sfruttando le conoscenze del passato, per rendere palesi gli inganni, il non detto, le bugie che qualunque propaganda politica porta con sé.
Devo essere segnalato se, leggendo la Germania di Tacito, dico che, diversamente da quanto hanno sostenuto i nazisti, i Romani non erano affatto ammirati dalla purezza della razza germanica, legata, secondo loro, al fatto che nella Foresta Nera non voleva andarci nessuno? E se dico che quei Romani, il cui impero era al centro del Mediterraneo, individuavano il proprio capostipite in Enea, un asiatico, profugo e sconfitto ed erano consapevoli che le migrazioni erano un elemento di arricchimento, arrivando anche a teorizzare l'uguaglianza di tutti gli uomini, schiavi e liberi, romani e stranieri?
Devo essere segnalato se, rimanendo nel mondo classico, sottolineo il fatto che la frase ubi solitudinem faciunt, pacem appellant (fanno un deserto e lo chiamano pace) con cui, sempre in Tacito, viene denunciato l'atteggiamento dell'Impero romano che devasta la Britannia, non può non ricordare l'atteggiamento del presidente degli Stati Uniti, la sua estrema violenza e la boria che lo portano a desiderare per sé il Nobel per la pace?

La scuola deve essere palestra di dialettica: una delle prime cose che insegno alle mie alunne e ai miei alunni è proprio questa, ovvero alzare la mano quando qualcosa non li convince nelle mie parole.
Nessuno ha la verità assoluta in tasca - o almeno io sono sicuro di non avercela - e questo può e deve spingere al confronto e all'espressione delle proprie opinioni; quando vedo una mano alzata in classe (e non è per chiedere di andare in bagno, come avviene nel 95% dei casi) e mi sento dire non sono d'accordo provo un profondo moto di orgoglio. Orgoglio perché, almeno in minima parte, sono riuscito a scardinare l'idea che i professori hanno il coltello dalla parte del manico e quindi non è conveniente esprimere un'opinione diversa dalla loro; orgoglio perché per spingere qualcuno ad esprimere una propria idea significa che questa persona prova interesse nei confronti di ciò di cui si sta parlando in quel momento (e credo che il vero cancro della società sia proprio la mancanza di interesse). Oltre all'orgoglio, provo anche un po' meno sfiducia nel futuro quando sento ragazze e ragazzi - non tutti e non sempre, sia chiaro - che riescono ad argomentare la propria idea - divergente o critica quanto si voglia rispetto alla mia o a quella più diffusa - in maniera costruttiva, evitando frasi del tipo tu sostieni un'idea diversa dalla mia perché non capisci niente.

Se è questo che va segnalato, segnalatemi pure. Le mie generalità le conoscete. 

Caparezza, Avrai ragione tu

25 gennaio 2026

Giochi pericolosi

Un voce gracchia dal citofono."Chi è?"
"Sono io"
La serratura del portone che scatta.
Salgo per le scale, evitando di toccare la moquette marrone e sdrucita in più punti che campeggia sulle pareti del mio palazzo (sì, nel palazzo c'è la moquette sulle pareti, mi sono sempre chiesto il perché).
La porta di casa si apre: la sigla del Tg1 rimbomba nelle scale, c'è profumo di brodo, il pranzo del lunedì.
"Ciao, ma'. Ciao, pa'" urlo mentre semino in giro per casa ciò che ho addosso.
Sono uno dei pochi che ha sempre entrambi i genitori a casa per pranzo.
Una fortuna, ma allora non lo avrei mai detto.
"Com'è andata oggi a scuola?"
"Bene"
"Cos'hai fatto?"
"Niente"
Allora non c'era il registro elettronico: le assenze e le insufficienze si potevano nascondere senza difficoltà.
Poi arriva la domanda: "La professoressa ha riportato il compito?"
A quel punto sono spalle al muro.
"Sì, ho preso [borbottio indistinguibile]"
"Cosa? Non ho capito"
"Ho preso 4".
E lì, tra le mie mille giustificazioni e i loro vari "E [x] quanto ha preso?", "Potevi fare meglio","Ieri non hai ripassato", finisco il pranzo, ma dentro di me sento di aver deluso i miei.
Deludere: una condanna che spesso ci autoinfliggiamo  
Deludere: un verbo dall'etimologia amaramente ironica.

Ludere in latino significa giocare. Lo troviamo nella parola illudere (a cui avevo dedicato un post che, se vi punge vaghezza, potete leggere qui) e in quel caso l'etimologia è piuttosto comprensibile perché, illudendo qualcuno, ce ne prendiamo gioco: creiamo una situazione inesistente e trasciniamo l'altro nella nostra rete.
Ma quando deludiamo qualcuno, in cosa consiste il gioco?
La delusione è il sentimento di amarezza che scaturisce dal constatare che la realtà non corrisponde alle aspettative: deludere qualcuno significa che il gioco è stato svelato, la realtà, ritenuta vera ma forse inesistente, è crollata; la persona delusa esce dal gioco (il prefisso de indica proprio un allontanamento) e noi non possiamo far altro che vedere la sua figura farsi sempre più piccola.

Spesso, però, la delusione nasce indipendentemente da noi, che siamo a nostra volta vittime di quello stesso gioco.
Succede che gli altri costruiscano un mondo per noi e noi lo arrediamo, lo abitiamo e non ci preoccupiamo se quello sia davvero il modo e il mondo in cui desideriamo vivere: non vogliamo deludere aspettative e siamo disposti a mettere in secondo piano la nostra natura se questa non coincide con l'immagine che gli altri hanno di noi. Giuste sono le parole che diciamo, le azioni che compiamo, giusti sono persino i pensieri che concepiamo: giusti nel senso di adatti, adeguati, attesi.
Quando, però, disegniamo nuove geografie, varchiamo i confini di questo mondo o lo abbandoniamo, veniamo accusati di aver deluso, come se qualcuno stesse scattando una foto in strada e un passante ignaro ne attirasse le ire per essere uscito da un'inquadratura in cui magari non voleva neppure esserci.

Altre volte le aspettative degli altri su cui noi ci modelliamo esistono solo nella nostra testa oppure ci poniamo obiettivi che, realisticamente, sono al di fuori della nostra portata, ci imponiamo modelli di comportamento che vediamo come socialmente utili o vincenti anche quando sono lontani dai nostri desideri.
Prigionieri e carcerieri, come scrive la poetessa Margherita Guidacci:

Se il muro fosse di pietra e non d’aria,
se attraverso il muro non si toccassero gli alberi,
se le alte sbarre d’ombra che ti rigano l’anima
fossero l’ombra di vere sbarre a cui potersi aggrappare,
se ricordassi lo scatto d’una porta che si chiude
alle tue spalle e il tintinnìo delle chiavi
alla cintura del carceriere che si allontana:
quale sollievo ne avresti nell’orrore!
Perché ciò che si chiude può tornare ad aprirsi,
la rocca più imponente può essere distrutta.
Ma dove sei non è porta, e nessuna porta s’aprirà.
E non è muro: nessun muro sarà abbattuto.
Le sbarre d’ombra sono le vere sbarre,
non saranno divelte. Tu confini con l’aria,
tocchi gli alberi, cogli i fiori, sei libera,
e sei tu stessa la tua prigione che cammina.

Restando nell'ambito del gioco - e di questa immagine sono debitore a C., ormai mia figura filosofica di riferimento - potremmo imparare a considerarci meno come tessere di un puzzle, costretti ad avere una determinata forma per incastrarci perfettamente con le altre tessere e per formare un quadro complessivo prestabilito, e più come mattoncini Lego. Colorati, consapevoli di essere utili ma non indispensabili, pronti a dare vita a forme nuove, non prestabilite, a mettere in discussione tutto per ricominciare da capo infinite volte e ad assumere una forma inattesa ogni volta che quella vecchia non ci soddisfa, rimanendo, però, sempre fedeli a noi stessi.

Radiohead, Creep

18 gennaio 2026

Piccoli momenti di felicità

"I giovani di oggi vogliono fare i soldi facili.
I giovani di oggi perdono tutto il loro tempo su tik tok e non combinano niente.
I giovani di oggi sono quelli che, a Crans-Montana, riprendevano tutto con il telefonino invece di scappare.
I giovani di oggi vanno tutti a scuola con i coltelli, come è successo a La Spezia.
I giovani di oggi sono quelli che fanno la lista degli stupri nei bagni delle scuole".

Tante volte, soprattutto su Facebook - che è per eccellenza il covo dei boomer - capita di leggere queste parole; la parola "telefonino" è un'affidabile spia linguistica che permette di individuare facilmente l'età del commentatore e la capacità di irritare che hanno le parole che scrive.
Altrettante volte invoco l'intervento della pietà cristiana per scacciare la tentazione di rispondere come vorrei al GianFurbo di turno, evitando così di iniziare una discussione infinita, e mi ripeto come un mantra il vecchio adagio popolare secondo cui non si può giocare a scacchi con un piccione, perché quello farà cadere tutti i pezzi, farà cacca sulla scacchiera, e poi se ne andrà impettito come se avesse vinto lui.

Probabilmente - anzi sicuramente - sarò fortunato io, ma la mia esperienza mi dice una cosa diversa.

Prendete un gruppo di 10 ragazzi.
Ambientate ciò che vi sto per dire nelle vicinanze di Firenze.
Immaginate questi ragazzi che si incontrano per ascoltare storie.

Sembra il Decameron ma non lo è: il gruppo sarà formato da 8 ragazze e 2 ragazzi (contro le 7 ragazze e i 3 ragazzi dell'opera di Boccaccio); non saremo in una villa di campagna ma in una biblioteca di città e le storie che ci racconteremo non saranno storie di mariti cornuti, di predicatori imbroglioni, di donne e uomini dalle grandi virtù ma parleremo di latino.
Ma soprattutto io non ho un decimo della capacità di raccontare storie che aveva il buon Giovanni e per ora non c'è la peste.

La mia mente, che non può mai smettere di partorire idee strampalate, la scorsa estate ha generato questo mostro: provare a organizzare un breve ciclo di incontri sulla letteratura latina rivolto alle ragazze e ai ragazzi della mia scuola il cui corso di studi non prevede questa materia.
Follia - direbbero appunto loro - e non escludo che qualcuno lo abbia fatto, considerando che tutto questo non serve a niente, non dà credito, sottrae tempo ad attività maggiormente gratificanti, persino allo studio,  e prolunga la loro permanenza tra le mura della scuola.
Per farla breve, propongo il corso prima alla mia Dirigente che accetta - e che inizio a sospettare sia più folle di me - e poi, con la stessa fiducia di chi cerca parcheggio in un centro commerciale il sabato pomeriggio, ai ragazzi. 
Incredibile dictu (non vi dico cosa significa perché sono un po' disgraziato, e voglio che utilizziate Google per fare una ricerca su parole latine) si iscrivono in dieci: il corso può iniziare.
Sorvolo sul mio entusiasmo, sulla mia - consueta - ansia da prestazione e sulla furia organizzativa che mi ha spinto ad usare Excel (capite? Un umanista che usa Excel è un abominio della natura) per mettere a punto ogni aspetto del corso: argomenti, materiali, luoghi e tempi. 

Perché sto raccontando tutto questo?
È la meraviglia che mi fa parlare: la meraviglia di vedere che niente è perduto, che non è vero che sta venendo su una generazione di ragazze e ragazzi disinteressati a tutto, che esiste un mondo diverso da quello che ci viene raccontato.
Finché ci saranno persone  - di qualsiasi età - che investono il proprio tempo in attività inutili, da cui non traggono un guadagno immediato ma che servono loro ad accrescere la propria cultura, saremo sempre un centimetro lontani dalla società descritta nel 1953 da Ray Bradbury in Fahrenheit 451 (di cui Mondadori ha pubblicato un'edizione fighissima per non comprare la quale, passando davanti ad una libreria, ho dovuto dire cinque avemaria e cinque padrenostro).
Nel bellissimo e inquietante romanzo distopico, ad un certo punto, si legge:

La vita è l’immediato, solo il lavoro è importante. Divertirsi ok, ma dopo il lavoro. Perché imparare qualcos’altro oltre a schiacciare bottoni, inserire chiavi, stringere bulloni e viti? [...] non dimenticarlo Montag, siamo una diga (i vigili del fuoco, ndr) contro quella piccola frontiera che vuole intristire il mondo con un conflitto di pensieri e teorie. Un libro è un’arma carica che un uomo può usare contro un altro uomo, per distruggere la sua felicità. Siamo i custodi della felicità del mondo e della pace delle nostri menti.

Finché qualcuno crederà che, come scriveva il padre Dante, non siamo stati fatti per vivere come bruti ma per seguir vertute e canoscenza e non siamo nati solo per schiacciare bottoni, inserire chiavi e stringere bulloni e viti, non smetterò di sperare.
Non smetterò di sperare finché qualcuno che crederà che i libri e la cultura non sono armi per distruggere la felicità altrui ma piuttosto mezzi per costruire nuovi mondi da abitare.
Non smetto di sperare e tutto ciò e incredibilmente bello e gratificante.
Mi immagino i libri, la cultura, come un albero di limoni, che protegge con la sua ombra e dà serenità con il suo profumo: e io cerco di viverci sotto.

Fool's garden, Lemon tree




11 gennaio 2026

Siate ribelli, siate grati

Ormai ogni giorno dell'anno c'è una ricorrenza.
Facendo un po' di sana retrotopia (termine che unisce le parole retro per indicare il passato e utopia per indicare una società ideale, quindi un modo figo per dire "ah quanto era bello prima"), facendo un po' di sana retrotopia, dicevo, potremmo dire che prima si festeggiavano solo la mamma, il papà, le donne e le Forze Armate. Poi si sono aggiunti i nonni, gli alberi, fino ad arrivare alla neve (16 gennaio), la carbonara (6 aprile), le ostriche (5 maggio), le emoji (17 luglio), lo squash (18 ottobre) e chi più ne ha più ne metta.

Oggi  - ho scoperto - si celebra la giornata mondiale del grazie: ovviamente la mia mente è andata subito ad una delle serie più geniali che la mente umana possa aver partorito, ovvero Boris (e se non l'avete vista, mollate tutto e rimediate immediatamente) in cui si celebrava una fantomatica festa del grazie (qui potete vedere la scena di cui parlo).
Ma mi sono ricordato anche di aver scritto un post a riguardo.
L'ho riletto e - miracolo - sono ancora d'accordo con quello che ho scritto più di due anni fa.
Un record per me ho qualche problema di incompatibilità con l'essere coerente.
Ve lo ripropongo perché credo fermamente che in una società fatta di uomini che non devono chiedere mai e di persone che credono che la maleducazione sia dimostrazione di personalità, una persona che ti ringrazia sorridendo e guardandoti negli occhi abbia ancora un potere immenso e stia facendo un vero gesto rivoluzionario.


L'unica cosa che è cambiata rispetto al post è che, questa volta, il Natale è già passato, lasciandomi più o meno illeso.
E provo un'infinita gratitudine anche per questo.

Gabriella Ferri, Grazie alla vita

04 gennaio 2026

Γλυκύπικρον

Prima la A14, poi la A25 e infine la A1.
Sono anni, ormai, che percorro in tre autostrade quegli oltre 650 km che separano la mia città di origine dalla città in cui vivo: quella strada me la sento tutta addosso, come se l'avessi costruita io, come se l'avessi dovuta asfaltare centimetro per centimetro.
È una sensazione stranissima quella del ritorno a casa: trovo sempre tutto uguale, come lo avevo lasciato quando sono partito. 
Come se il tempo non avesse potere sulle cose.

Sfoglio i libri dell'università - il manuale di storia greca su cui ho buttato sangue e quello di geografia, il mio primo esame - e ritrovo le mie sottolineature sbilenche, la mia grafia e le mie frustrazioni dell'epoca, quando non sapevo ancora cosa avrei fatto della mia vita (come se ora lo sapessi).
Sento quell'odore inconfondibile nell'aria, sulle lenzuola: non mi sono mai chiesto il perché e non so neppure se sia davvero così ma credo che l'odore, per la casa, sia ciò che le impronte digitali sono per l'uomo. Unico e riconoscibile tra milioni ma solo per chi in quella casa ha vissuto, pianto, riso, urlato e sussurrato, nascosto segreti e confidato verità.
Stupisco vedendo che non cambiano neppure le relazioni tra le persone che ci abitano: la mamma e il papà che ridono su tutto e si punzecchiano per ogni cosa, i loro borbottii incomprensibili, i loro compiti ben definiti, il loro reciproco lasciarsi spazi di manovra e di solitudine. Quello che è cambiato è che ormai tutto deve avvenire a voce più alta perché  - anche se non lo ammetteranno mai - iniziano entrambi a sentirci poco ed ogni tanto mi sembra di assistere a scene del teatro dell'assurdo. Non ne fanno una tragedia, bensì una commedia e credo sia uno degli insegnamenti che mi porterò dietro.
E tutto questo è dolce.

Non cambia niente, eppure cambia tutto.
Perché se il tempo non ha potere sulle cose, ce lo ha sulle persone.
Perché, nonostante siano diciannove anni che non abito più lì, ogni volta che, valigia in mano, sento che l'ascensore inizia a scendere e percepisco il rumore della porta di casa che si chiude, un nodo stringe la gola.
Perché la certezza che qualcosa cambierà - e cambierà inevitabilmente perché è il normale corso della vita - è difficile da affrontare.
Non riesco a impedire alla mente di concepire l'immagine di me che macino trafelato gli oltre 650 km dopo aver ricevuto una telefonata.
Pesa il pensiero che quella casa  - già troppo grande per due - un giorno sarà ancora più grande fino a diventare un ricordo ingombrante di cui bisognerà decidere cosa fare.
(Me li sto immaginando, mater e pater, che leggono queste righe, si lasciano andare a gesti apotropaici e poi dissertano per ore sul concetto di morte in filosofia e in letteratura. In realtà, dei gesti apotropaici non sono sicuro, mentre potrei scommettere un rene sulla discussione infinita)
E tutto questo è amaro.

È un sentimento che non trova parole quello che provo, eppure credo sia comune a tutti coloro che vivono lontano dal luogo in cui hanno le proprie radici, indipendentemente da quanto le si rinneghi e si sia cercato di esserne autonomi
C'è il calore della consuetudine e il freddo della consapevolezza, il dolce del sentimento e l'amaro della ragione.
In realtà una parola c'è, ed è γλυκύπικρον (glüküpikron).

È in uno dei testi di Saffo che si trova per la prima volta questo termine:

Di nuovo mi assilla Eros che scioglie le membra,
dolceamara invincibile creatura;
ma tu, o Atthis, ti sei stancata
di pensare a me e voli verso Andromeda

(Saffo, fr. 130 V., traduzione di Franco Ferrari)

La poetessa riferisce il termine dolceamaro a Eros, invincibile creatura: il contesto è chiaramente diverso, ma ciò che provo mentre scrivo queste righe ha un'ambivalenza che la parola riassume in maniera potente ed efficace, senza bisogno di aggiungere altro.

Lo so, avrei potuto anche citare Dolceamaro di Barbara d'Urso oppure il pregnante verso di Sal da Vinci (È un gusto dolce amaro tra rossetto e caffè) ma nominare Saffo fa un po' più figo.

The Verve, Bitter sweet symphony

28 dicembre 2025

Spegni quella luce

Ci pensavo ieri sera, mentre camminavo per le vie semideserte del centro della città in cui abito: passato il Natale, bisognerebbe togliere tutte le lucine che abbelliscono le case e le strade.
In questi giorni che non sono né rossi né neri, in queste ore sospese tra una festa e l'altra e che si percorrono come fa un acrobata sul filo sospeso a venti metri da terra tra cibo, parenti, rimpianti, chiacchiere e silenzi di cortesia, quelle luci un po' stonano.
Tralasciando i credenti - ma quelli veri, intendo, non quelli occasionali o quelli di convenienza o quelli che a Natale non si può non andare a messa - i credenti, dicevo, che nel Natale vedono il compimento di una promessa che ciclicamente (e contro ogni logica umana) si ripete ogni anno, quelle luci ci ricordano che l'attesa è finita.
E ora?

Le famiglie sparpagliate si sono riunite. E le domande scomode o le battute fuori luogo sono già arrivate.
La poesia imparata a scuola è stata recitata. Ricordo ancora l'imbarazzo che da bambino provavo nel mettermi in piedi sulla sedia a declamare versi che stillavano miele e buoni sentimenti da ogni sillaba.
I regali sono stati scartati. E già pensiamo a quanto potremo guadagnare rivendendo quell'orrendo paio di pantofole su Vinted.
Ai bambini ancora una volta è stato fatto credere che Babbo Natale ha ascoltato le loro richieste perché sono stati buoni.
Insomma, l'attesa è finita e tutto è compiuto.
È cambiato qualcosa? Probabilmente no.
Siamo più felici di prima? Probabilmente per qualche istante lo siamo stati.

Siamo pronti per metterci in attesa di qualcos'altro da attendere: l'inizio dell'anno nuovo.
E inevitabilmente mi tocca citare il buon Giacomo quando, nel Dialogo di un venditore d'almanacchi e di un passeggere, scrive:

Quella vita ch'è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll'anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice.

In questi giorni tra un'attesa compiuta e una da compiere, tra una speranza che forse si è trasformata in illusione e una in cui vogliamo ancora credere, non riesco a non ripensare a questo loop in cui sono, in cui forse siamo tutti.

Le cose raramente vanno come speriamo.
Le grandi attese spesso sono seguite da delusioni ancora più grandi. 
Le persone spesso si rivelano diverse da quelle che credevamo.
Eppure continuiamo a credere nel futuro, nell'ignoto, in ciò che sarà.
E ci crediamo proprio perché non lo vediamo.
E lo facciamo ostinatamente perché siamo consapevoli che il vero è brutto e che solo la facoltà immaginativa ci permette di vivere e di non lasciarci andare allo sconforto.
Vedrai vedrai, cantava Luigi Tenco, vedrai che cambierà. Forse non sarà domani ma un bel giorno cambierà.
 
Passato il Natale, bisognerebbe togliere tutte le lucine che abbelliscono le città. Oppure lasciarle tutti i giorni dell'anno per far sì che l'attesa e l'illusione non vengano mai meno.

Jeff Buckley, New year's prayer

21 dicembre 2025

Il fascino del limite

Ne parlavo l'altro giorno con C.
C. è indubbiamente una delle teste migliori che io abbia incontrato in questi venti anni di insegnamento: legge tanto, ha mille interessi - i più disparati - che approfondisce, accumula esperienze, costruisce futuri, ha una notevole accuratezza nello scegliere e nel porgere le parole.
C. è anche fortemente critica nei confronti di un sistema scolastico che la costringe a studiare cose che non le interessano: perché - mi dice - studiare tanta storia, tanta letteratura del passato quando c'è tutto il mondo contemporaneo che lei vorrebbe conoscere e saper interpretare?
A C. non interessa quindi della scuola e dei risultati scolastici: i voti sono numeri e la scuola è un freno alla sua voglia di conoscere. Può prendere quattro e nove nello stesso giorno, nella stessa materia e reagisce con la stessa divina indifferenza.
Superfluo parlare con lei della scuola che insegna a ragionare, perché sa già farlo - e molto bene -  da sola.
Superfluo anche spiegarle che le conoscenze scolastiche servono a costruire quel reticolato in cui inserire tutto ciò che si impara fuori da quelle mura e che è proprio al suo interno che tutto ciò che ci circonda assume un senso.
Confrontandomi con lei, mi viene in mente il concetto di limite.

Limes - il termine latino da cui deriva la parola limite - è etimologicamente connesso a limus che significa obliquo e indica una via traversa, un sentiero che fa da confine, da frontiera.
Il concetto di limite è respingente e attraente nello stesso tempo: può essere spiacevole l'idea di avere una strada da seguire, soprattutto quando ci sembra di avere praterie sconfinate solo per noi e pensiamo che andare in una direzione implichi una rinuncia a tutte le altre strade possibili.
Allo stesso tempo può essere rassicurante l'idea di percorrere strade già battute perché in questo modo ci sembra di diminuire significativamente le probabilità di perderci.

Ma c'è un altro aspetto che, secondo me, va considerato.
Se è vero, com'è vero, che il limite è ciò che distingue il noto dall'ignoto, il sé dall'altro da sé, il sì dal no, il giusto dallo sbagliato è altrettanto vero che quella strada che fa da frontiera è il punto in cui tutto converge: è la strada del possibile, è la soglia affacciandoci dalla quale vediamo tutto ciò che non pensavamo esistesse, tutto ciò a cui aspiriamo - forse proprio perché è al di là.
Percorrendo questa strada, anche restando al di qua del limite, possiamo accogliere tutto ciò che è altro e farlo diventare nostro, allargare un po' i nostri confini che talvolta ci appaiono così angusti, allentare quei nodi da cui ci sentiamo condizionati.
Restare nella strada segnata - pur provando costantemente ad allargarla, pur gettando un occhio al di là - è anche un esercizio di vita: possiamo, infatti, con coraggio infrangere i limiti imposti, proveremo una sensazione di libertà improvvisa ma in questi territori inizialmente sconosciuti troveremo o ci imporremo nuovamente dei confini da non valicare. Potremmo infrangere anche quelli, certo, ma la sensazione è che ne troveremmo altri e altri ancora. Perché l'uomo in quanto essere limitato - fosse anche solo da un punto di vista temporale - non può fuggire eternamente dal limite.

Limite è la siepe dell'Infinito di Leopardi, quella senza la quale non avrebbe mai immaginato i sovrumani silenzi e la profondissima quiete. Ma limite è anche il muro d'orto di Montale, quell'elemento invalicabile al di là del quale c'è la vita vera, il palpitare lontano di scaglie di mare.
La porta dell'Inferno di Dante (Per me si va nella città dolente) le colonne d'Ercole varcate da Ulisse, il molo che attende Eveline nell'omonimo racconto di Joyce sono tutti limiti.

Poi è suonata la campanella che ha segnato la fine dell'intervallo e della nostra conversazione: ancora una volta un confine.
Non so se sono riuscito a dare a C. una chiave di lettura utile, non so se queste parole la aiuteranno a guardare il limite con occhi diversi.
In fondo, sono convinto che il compito degli uomini non sia riuscire quanto piuttosto provare. E non posso dire di non averlo fatto, con tutti i miei limiti.

Roberto Vecchioni, Stranamore


14 dicembre 2025

2026: fuga dall'algoritmo

In principio era il T9.
Quando i cellulari avevano ancora i tasti in rilievo, gli schermi non erano touch e scrivere messaggi provocava severe tendiniti, farsi aiutare nella digitazione dalla scrittura intuitiva - quel sistema che si chiamava appunto T9 - appariva come una benedizione divina.
Certo, si rischiava di finire in situazioni imbarazzanti con messaggi totalmente travisati (e mai corretti perché ogni sms costava, tranne a Natale e in estate), c'erano rapporti che finivano per parole scritte male, ma direi che si correva volentieri il rischio: un pollice sano val bene una sfuriata.
Ora, grazie ai notevoli passi in avanti della tecnologia, quando apro la pagina di Google e inizio a cercare qualcosa, ho spesso la piacevole e calda sensazione di essere accolto da un amico che mi capisce al volo: digito tre lettere e mi propone esattamente la ricerca che avevo in mente.
Magia? Mentalismo? No, semplicemente algoritmo.

Google sa cosa vogliamo e ce lo propone, spingendoci spesso a cercare cose che non ci interessano perché ce le propone in maniera così convincente che noi non riusciamo a dire di no.
Inizio a scrivere qua e il primo risultato è quanti anni ha Valeria Marini? E non ditemi che non siete curiosi di saperlo, perché lo vedo da qui che state mentendo.
Digito chi ha e trovo notizie assolutamente indispensabili su chi ha vinto il grande fratello con tutta una retrospettiva sugli ultimi 25 anni.
Per non parlare dei risultati che ho davanti agli occhi se, volendo fare una innocente ricerca sul Portogallo, digito por.

Al di là di questi fraintendimenti, si ha davvero spesso la sensazione di una comprensione immediata dei nostri desideri da parte dei motori di ricerca, ma se da una parte questa sensazione è piacevole, del tipo oh guarda, finalmente qualcuno mi capisce senza che io parli, dall'altra la trovo piuttosto inquietante.
Se è vero, come è vero, che tutto questo ci fa risparmiare tempo e ci fa sentire quasi coccolati, non riesco a non pensare a come si sia arrivati a questi risultati: siamo degli abitudinari che agiscono sotto l'occhio vigile di un Grande fratello - quello di Orwell, non quello di Canale 5 - che prende nota di tutto quello che facciamo, leggiamo, guardiamo e pensiamo.
Anticipandoci nelle ricerche, Google ci stimola a non pensare e ad essere acritici, così come a non pensare e ad essere acritici ci spinge l'uso dell'intelligenza artificiale: potenzialmente è uno strumento tanto utile, ma mi viene da chiedermi quale sia il suo reale impatto nella nostra vita.
Certo, ci aiuta a risparmiare tempo - un bene di cui ci sentiamo sempre carenti - ma la domanda da porsi è come usiamo il tempo che ci ha fatto risparmiare l'uso della AI? E poi, siamo consapevoli di barattare parte delle nostre capacità cerebrali in cambio di una manciata di minuti che magari poi sprechiamo in altro modo? Se uso l'ascensore invece di fare le scale arrivo prima, certo, ma, a lungo andare, perdo l'uso delle gambe.
Verrebbe da citare Seneca e il suo De brevitate vitae dove il filosofo scrive Non exiguum temporis habemus, sed multum perdimus cioè non è vero che abbiamo poco tempo,  ma la verità è che ne perdiamo molto.

Alla luce di tutto questo, ho deciso che ingannerò l'algoritmo, iniziando ad assumere comportamenti che non si aspetta da me:
  • commenterò entusiasticamente i video della ministra Bernini che, rievocando anche lo spirito dei defunti, apostrofa come poveri comunisti e inutili gli studenti che la contestano per la dissennata gestione dei test nella facoltà di medicina;
  • guarderò gli highlights dell'affascinante partita Aegir-Throttur Vogar, due squadre che militano nella seconda divisione del campionato di calcio islandese;
  • leggerò avidamente gli articoli di La verità e Il giornale;
  • verificherò l'esistenza di un fan club di Mario Giordano per potermi iscrivere al più presto;
  • cercherò informazioni sul tour di Povia e mi accaparrerò i biglietti per assistere in prima fila ai suoi concerti
Non dico di tornare a fare le ricerche sull'enciclopedia - per quanto questo eserciti su di me un fascino retrò non indifferente - ma provare a spiazzare l'algoritmo, ad ignorarlo, a deluderne le aspettative: non potrebbe essere un buon proposito per il 2026?

Caparezza, Fugadà

30 novembre 2025

Mattone

Ci sono canzoni che ti colpiscono un martedì qualunque, intorno alle 23.45
Canzoni che non hai scritto tu perché non sapresti farlo.
Canzoni che, magari, non parlano di te, ma parlano a te.
Una di queste è "Mattone" di Angelica Bove.

Dicono che per amare serve stare bene da soli
di non accontentarsi pur di rimanere insieme da fuori

Quante volte ci facciamo condizionare da ciò che dicono gli altri, da ciò che si vede di noi da fuori? Quante volte rimandiamo il nostro stare bene per paura della solitudine?

Noi ci somigliamo come i cani coi padroni
Ma non ci capiamo come figli e genitori

È la consuetudine che fa sì che i cani somiglino ai padroni ma è anche ciò che rende simili le persone che si amano. Questa consuetudine, però, non riesce ad evitare che l'incomunicabilità che è propria di qualunque rapporto umano, anche quello più naturale, quello tra genitori e figli. 

Mi prendo un altro po'
Troppe informazioni che mi confondono

Coltivare il silenzio in un'epoca di sovraffollamento di stimoli è un atto di ribellione ma è anche ciò che ci può salvare, anche se fa paura.

Quanta pioggia ancora cadrà
Per un po' di pace in queste giornate
So che prima o poi passerà
L'ha detto il dottore che mi devo abituare
A stare male in modo normale
Come tutte le altre persone
A stare male in modo normale
Come tutti gli altri
E ritornare a vivere

Mi devo abituare a stare male in modo normale. La frase mi ha colpito, diretta come un pugno in pieno viso. Qual è il modo normale per stare male? Davvero esiste una normalità del dolore? Forse un dolore composto, che non crea disturbo agli altri, che possiamo sfogare solo quando siamo soli? E che dolore è quello che non trova una via per esprimersi? Ritornare a vivere si può, con una nuova consapevolezza che deriva proprio da quel dolore. 

Dicono che per odiare serve litigare
Servono parole dette bene
Io che mi ritrovo sempre a dire cattiverie
Fino a tre non riesco mai a contare
Perdo la pazienza come perdo le occasioni
Sono treni così lontani

Quanto è difficile litigare: è faticoso quasi quanto amare. Contare fino a tre, non farsi trascinare dalla rabbia, non perdere la pazienza richiedono uno sforzo che andrebbe riservato a poche persone, le stesse verso cui si prova amore. Altrimenti è uno spreco di energie.

Aspetto ancora un po'
Troppe direzioni possibili

Perdersi e ritrovarsi: un percorso continuo, labirintico che ci porta talvolta su strade già battute, altre volte su strade di cui non sospettavamo neppure l'esistenza. Perdersi per ritrovarsi. Magari nuovi, magari diversi da come credevamo di essere.

Dicono che porto un peso
Che per me è un mattone
Ma un mattone serve a costruire

La sofferenza è un peso, ma non è fine a se stesso: la sofferenza va accolta perché, non sempre ma spesso, è ciò che ci permette di costruire e di costruirci, anche quando intorno e dentro di noi ci sono solo macerie.

Angelica Bove, Mattone

23 novembre 2025

Non ci vuole un gene

Era un luminoso pomeriggio...
- d'aprile e i due giovani Giórgio e Pièro si incontrarono nella radura di Sherwood -  diranno subito i miei piccoli lettori.
No, ragazzi, avete sbagliato.
(Tutta la mia stima a chi coglie entrambe le citazioni, segno evidente del mio bipolarismo culturale)
Era un luminoso pomeriggio di novembre quando, scrollando pigramente i social, compare davanti ai miei occhi un video.
L'ho guardato. Mi sono detto che non era possibile, che si doveva per forza trattare di un deep fake.
L'ho riguardato, ho cercato altre fonti, altre inquadrature, altre testate giornalistiche che rilanciassero la stessa notizia con lo stesso video.
Tutto mi confermava che quelle parole che avevo udito non erano state oggetto di una manipolazione e non erano neppure state pensate da una mente diabolica che aveva come fine mettere in cattiva luce il governo con un grande complotto: era tutto vero. 
Davvero c'è stato un ministro della Repubblica che, parlando del "cosiddetto maschilismo" che è frutto della teoria "darwiniana della legge del più forte", "poiché la natura ha dotato i maschietti di una forza muscolare maggiore di quella delle femminucce dai primordi dei tempi", aveva pronunciato le parole che riporto testualmente qui di seguito:

"Che cosa ha comportato tutto questo? Ha comportato una sedimentazione nella mentalità dell'uomo - intendo proprio del maschio - che è difficile da rimuovere perché è una sedimentazione che si è formata in millenni di sopraffazione, di superiorità. Quindi anche se oggi l'uomo accetta - e deve accettare - questa assoluta parità formale e sostanziale nei confronti della donna, nel suo subconscio il suo codice genetico trova sempre una certa resistenza. Ecco perché secondo me è necessario intervenire con le leggi penali, con la repressione, con la prevenzione".

Mi sono sentito come quando mi trovo davanti a quei compiti da correggere così sbagliati che mi fanno ritrovare la fede solo per poter efficacemente imprecare contro le divinità: indeciso se strappare tutto, ricorrere alla violenza o pazientemente smontare pezzo per pezzo quello che i miei occhi (in questo caso le mie orecchie) hanno dovuto subire, nella speranza di non dover più assistere a uno scempio simile.

Perché c'è una cosa che mi fa ribollire il sangue più di tutto.

E non è che mi aspetterei che un rappresentante del governo facesse più attenzione alle parole che usa,  evitando di parlare alla pancia delle persone solo per solleticarne gli istinti più bassi e primordiali.
E neanche che questo sembra un tentativo grossolano e fatto in malafede per sviare l'attenzione da temi cruciali per il Paese. Qualcosa del tipo spariamola grossa così tutti si soffermeranno su queste dichiarazioni e noi, nel frattempo, facciamo quello che ci pare.

Non è che che in questo modo si propone un determinismo da cui mi sento personalmente offeso: sei maschio QUINDI DEVI avere dentro di te un istinto di sopraffazione che il governo è pronto a punire. Come se non avessi il libero arbitrio, come se non avessi una sensibilità mia propria, come se non avessi un cervello che mi indirizza verso il bene e il male, come se la minaccia delle pene fosse l'unico deterrente possibile.
E neppure sentir parlare in maniera abborracciata di concetti importanti come subconscio e genetica, piegando ai propri beceri fini la cultura che, innanzitutto nella scuola, si cerca quotidianamente di diffondere tra le studentesse e gli studenti, in mezzo a mille difficoltà, responsabilità, tranelli burocratici e costanti tentativi di delegittimazione. 

No. La cosa che mi manda completamente fuori di testa è che in questo modo, con queste parole pronunciate da un ministro e ribattute da agenzie di stampa, social, giornali e tv, il maschio che usa la violenza nei confronti della donna, che la sopraffà, si sente in qualche modo doppiamente giustificato: lo ha detto la televisione che non ci posso fare niente se sono violento. E in più non è colpa mia, è colpa della genetica. E magari lo dice senza avere neppure la minima cognizione di ciò di cui sta parlando

Dato il livello altissimo del dibattito, non mi meraviglierei se qualcuno affermasse che Mendel, il padre della genetica, utilizzando per i suoi esperimenti i piselli  - e non le patate -, avesse voluto sottolineare la superiorità del maschio sulla femmina anche in ambito scientifico.

Non ci vuole un gene per giustificare comportamenti sbagliati.
Ma non ci vuole neppure un genio per capirlo.

Aretha Franklin, Respect 

16 novembre 2025

Fame

Paola Masino è un nome che, probabilmente, dice poco.
Diceva poco anche a me fino a un paio di anni fa quando incappai nel suo nome quasi per caso e, altrettanto per caso, lessi un suo racconto.
Lo avevo quasi messo da parte, questo racconto, quando l'altro giorno, nel portare a termine la mia folle idea di leggere integralmente - o quasi - l'Inferno di Dante con studentesse e studenti, mi è ritornato in mente preparando la lezione sul trentatreesimo canto e sull'episodio sconvolgente, inumano, straziante del conte Ugolino.
Questo racconto, scritto nel 1933, creò non pochi problemi all'autrice: durante il regime fascista non si potevano descrivere situazioni di povertà perché la fame non esisteva.
Un racconto potente, fitto di richiami più o meno espliciti all'episodio narrato da Dante: la tragedia di un padre che non riesce a dar da mangiare ai propri figli.
Un racconto difficile da leggere e da digerire, ma necessario.

«La mamma è morta.»
«Perché è morta?»
«Di fame.»
«Anche io ho fame ma non riesco a morire» disse Chiara sedendosi presso la tavola. Anche il padre sedette, in faccia a lei, e il fratellino Mario. Mario ha nove anni, Chiara sette, il padre, Bernardo, ne ha forse trenta ma non si può capire, con il volto e le mani cancellati e sgualciti dalle prove e i pentimenti che Dio ha avuti cercando di dar loro una vita. La mamma era nell'altra stanza, avvolta dalla morte, in un pallore violetto. I bambini stavano composti, con le mani tutte un gelone sanguinoso poggiate all'orlo del tavolo, i capelli ben pettinati, i volti desolatamente seri. Rimasero così muti qualche tempo, poi Bernardo si allungò sulla tavola e prendendoli per un braccio li scosse forte gridando: «Ora non soffre più».
Voleva farli piangere, ma i bambini chiusero soltanto gli occhi accennando di sì col capo, che lo sapevano che la mamma ora non soffre più. Bernardo sedette e ognuno riprese il silenzio interrotto. Mario si mise a mangiarsi le unghie.
«Mario» disse Chiara «se non smetti lo dico alla mamma.»
«Intanto è morta.»
«E allora, perché lei è morta, non avrete fatto i compiti» gridò ancora Bernardo dando un pugno sulla tavola.

«Sì che l'ho fatto» disse Mario. Aprì il cassetto e prese un foglio scritto.
«Oggi c'era il tema. Eccolo.»
«Leggimelo» mormorò Bernardo pianissimo. Credeva di dormire e temeva di svegliarsi con la sua propria voce, se avesse parlato forte.
«Tema: Il leone. Svolgimento: "Il leone è il re degli animali, è bello, fulvo, con la criniera di riccioli. E carnivoro, vive nel deserto. I bambini lo possono vedere nei libri o al Giardino Zoologico. Io non l'ho mai visto ma vorrei tanto che si mangiasse mamma mia quando mi picchia"
«Mangiare» mormorò Bernardo e incrociò le braccia sul tavolo e su quelle piegò il capo. Mario ripose il compito, Chiara batteva i denti dal freddo, ma quando si accorse che il babbo dormiva si mise in bocca il fazzoletto per non fare rumore.
«Chiara» disse Mario «lo sai che forse moriremo anche noi di fame?»
«Non importa Mario, mamma lo diceva sempre che un giorno o l'altro si deve morire.»
«A me, sai Chiara, mi dispiace di non veder il leone prima di morire, il maestro ne ha tanto parlato, mi ha fatto venire voglia.»
«Prova a domandarlo a Dio, Mario. A Dio gli piace far vedere le belle cose che ha fatto.»
Mario abbassò ancora la voce e si piegò sulla tavola verso di lei: «Ora che mamma è morta ti voglio dire una cosa, Chiara. A me Dio mi è antipatico, non voglio chiedergli nulla. E un egoista, ecco, ora l'ho detto. Perché se ci veniva lui a soffrire e morire sulla terra non ci mandava suo figlio, povero Cristo».
«Sì, ma quando uno è Dio non ha mica tempo di voler bene ai figli. Si deve occupare di tante cose. lo ho visto mamma come gli succedeva. Ci sono tante cose da fare in una stanza, figurati in un mondo.»
«E allora vuoi dire che non ha metodo, perché uno che vuol fare una cosa e la fa con metodo non si lascia prendere la mano, come lui che voleva tare un mondo buono e gli è
venuto fuori tutto un mondo cattivo.»
«Questo non vuol dire Mario. Perché, per esempio, io sono sicura che babbo nostro voleva fare due bambini felici e invece ha fatto noi che siamo due bambini infelici. Però certo lui ci ha fatto con metodo. La colpa è tutta nostra che abbiamo voluto essere infelici e lui ormai non ci può rimediare e si dispera.
Come Dio con gli uomini.»
A questo punto Bernardo alzò il capo guardandoli fisso.
«Sì, Chiara, che posso rimediare, se voi siete stanchi di essere due bambini infelici. Tutto quello che si è fatto si può disfare. Anche Dio potrebbe rimediare il male che ha fatto agli uomini, ma lui sta bene e se ne infischia. E un egoista, ha ragione Mario.»
«Ecco» disse Mario «lui che è uomo mi capisce.»
«Allora babbo, se puoi, sfacci pure. Ho tanta fame.»
«Anche io» disse Mario.
Bernardo si alzò, li prese per i polsi, per non stringere le piccole mani tumefatte, uscirono. Nessuno dei tre aveva un cappotto per coprirsi e fuori il bosco era tutto gelato. I raggi della luna tra gli scheletri degli alberi erano spade nude, cadevano a trafiggere la terra scivolando sul cielo vetrino, e questo martirio aveva uno stridore lieve. Non avevano salutato la morta. Bernardo chiuse la porta di casa a chiave, si mise la chiave in tasca, si avviarono per il bosco. All'aria ghiacciata i geloni dei bambini si aprirono e sanguinarono. Bernardo pensava che sono le dieci, alle tre potrebbero arrivare alla città: in città bisogna trovare o rubare qualche cosa da mangiare per i bambini. Camminano camminano, sempre sul suolo di cristallo, tra alberi pungenti. A un tratto Chiara grida: «Sbri-
gati, babbo. Ho troppa fame».
«Aspettami qui vicino a questo tronco» dice Bernardo a Mario. «Guarda sempre il cielo.»
Bernardo e Chiara si allontanarono di qualche passo, discosto dal sentiero.
Bernardo si inginocchiò davanti a Chiara, che è tanto piccola. Lei gli sorrise, gli fece una carezza lenta lenta, si fermò a guardare la propria mano e il volto di lui, scosse il capo:
«Ti ho insudiciato con il sangue dei geloni, babbo, non ti fa mica schifo?».
«No.» E con una stretta sola delle mani l'aveva già strangolata.
Allora la stese in terra, la baciò sulle dita malate, tornò da Mario. Mario non domandò nulla, si mise a camminare al suo fianco. Bernardo pensa che sono tre giorni che i bambini non prendono neppure una goccia di latte. Mario è forte, non si lamenta. Hanno lasciato Chiara da più di di un'ora e non hanno detto una sola parola. La strada si allunga, la luna cala, passa tanto tempo. Bernardo dentro sé ripete con tutta la volontà di cui è capace: "Mario non dire che hai fame. Mario non dire che hai fame".
A un tratto prova come se uno gli avesse dato un pugno sotto il mento; dopo un po' capisce che Mario ha detto che ha fame. Anche lui. I bambini non hanno pietà dei genitori. Non si domandano neppure se sia faticoso strangolare un bambino, nostro figlio. Vogliono morire e basta. Ora Bernardo cerca di commuovere Mario.
«Tra poco arriveremo alla città, Mario. Allora mangeremo tanto.»
Mario si è fermato. Ha il volto impassibile.
«Voglio mangiare subito. Anche io come Chiara.»
Stende la mano al padre per salutarlo. Si baciano sulle due guance come uomini; Mario si apre il bavero del vestito, Bernardo guarda da un'altra parte; Mario gli prende le mani e se le mette intorno al collo. Bernardo sente montare un odio forte contro quel suo bambino ingrato che lo fa tanto soffrire, con prepotenza, pur di appagare il proprio desiderio. Si volta e lo picchia con furore sulla testa sul volto sulle spalle poi lo lascia e si avvia di nuovo per il sentiero. Mario senza piangere lo segue. Non vanno più a fianco a fianco, hanno freddo. Mario non crede più a suo padre, anche lui è un egoista. Bernardo non può sopportare dietro sé quel rumore dei passi di Mario, figlio egoista. Allora bruscamente si ferma, si volta, Mario gli si avvicina, Bernardo dice: «Sei stato cattivo, Mario, ma ti perdono».
Lo strangola lentamente perché senta quanto lo ama, quanto grande è la forza orribile che gli è stata chiesta. Quando riprende il cammino è come sommerso in un'angoscia dolce, soffre meno al pensiero di essersi sacrificato per i suoi bambini.
Ora a lui non resta che uccidersi, come agli uomini che hanno perduto tutto. Ma lui il suo tutto l'ha dato ai suoi bambini, uccidersi è come rimproverarglielo, pentirsene. Sarebbe crudele e immorale; invece andrà a costituirsi perché la società lo vuole, ed è una cosa abbastanza morale. Per arrivare in città ci sono ancora due ore perché è molto stanco e ha i piedi quasi congelati, può appena camminare.
Quando arrivò erano le quattro, vagò un'ora prima di trovare un ufficio di polizia; trovatolo entrò e chiese subito del commissario. Al commissario disse con aria furba: «Se lei mi fa dare una zuppa calda, dopo le racconto un bel fatto». Gli portarono una scodella di brodo: lui tentò inutilmente due o tre volte di ingoiarne un cucchiaio, buttò tutto in terra con ira e si mise a singhiozzare: «Fatemi mangiare, fatemi mangiare.
Ora come faccio se non so più mangiare!».

Tori Amos, Winter

 



09 novembre 2025

Condannati

La conosco da ormai quattro anni, V., da prima che arrivasse nella mia scuola.
Avevo fatto un breve corso di introduzione al latino per ragazze e ragazzi delle scuole medie e lei era stata tra i pochi coraggiosi che - grazie a o nonostante il corso - aveva deciso di scegliere una scuola in cui si studia questa dannata lingua morta (ma ricordo sempre che il latino è vivo e i morti siete voi).
Sorridente, brava, pacata. Forse anche troppo per essere un'adolescente.
Di lei mi avevano parlato i suoi professori delle medie, incantati dalla sua dedizione allo studio; di lei ho continuato a sentir parlare i colleghi che ne hanno sempre tessuto le lodi.
Un quadro perfetto, senza un dettaglio fuori posto.
Troppo perfetto.
Fino all'altro giorno, quando un collega  è venuto in vicepresidenza a chiedermi quale sia la procedura che gli alunni devono seguire per chiedere il trasferimento e se esistano dei licei scientifici serali, perché una sua studentessa bravissima vorrebbe fare questo cambio di scuola.
Non so perché, ma ho pensato subito a V.
Era lei.

Dopo poco, la porta da me.
Mi rendo conto di non averla mai incrociata nei corridoi: siamo davvero tanti nella mia scuola e la fretta, le incombenze, fare in modo che nessuno si faccia male, fumi, usi il cellulare, urli, non aiutano certo la socializzazione.
V. è cambiata, è cresciuta, ma ne riconosco i colori e lo sguardo.
Sorride quando mi vede, ma gli occhi sono pieni di lacrime e mi racconta una storia di aspettative che sente premere su di sé, di un amore profondo per lo studio, soffocato, però, dai ritmi della scuola, di un affetto incondizionato da parte di mamma e papà, della paura di perdere la stima dei suoi compagni e dei professori se per una volta ottiene un risultato inferiore al suo standard, del terrore del proprio giudizio su sé stessa.
Mi racconta del suo percorso nella ginnastica artistica: confessa che l'infortunio che le ha impedito di continuare lo ha vissuto come una liberazione, sorride parlandomi del suo incarico da allenatrice perché in quel momento si sente libera.
Immagina il suo futuro: vorrebbe studiare astrofisica o biologia molecolare. L'infinitamente grande e l'infinitamente piccolo rispetto ai quali l'uomo si sente sempre e perennemente fuori posto, ma nei confronti dei quali nutre sempre una grande curiosità.
La ascolto in silenzio, cercando di evitare le frasi di circostanza: concentro il mio sguardo sulle sue mani che si intrecciano su sé stesse, che toccano ossessivamente la collanina; le do una penna per evitare che continui a giocare nervosamente con le unghie.

E penso alla condanna che grava sulle spalle di chi è troppo bravo e al contempo troppo sensibile, alla mia frustrazione di voler dire la parola risolutiva che liberi istantaneamente V. da questo peso e di non riuscire a farlo; penso anche al mio essere (stato) cialtrone più che bravo e al mio perfezionismo che alle volte rasenta il patologico.
Rifletto sulla mancanza di una vera cultura del fallimento, che vada oltre gli slogan di Einstein rimandato in matematica - che poi è una banale leggenda metropolitana costruita ad hoc - e che ci insegni che siamo degni di amore, attenzione e stima anche se non raggiungiamo il massimo in tutti i campi.
Di video motivazionali in tal senso ce ne sono a iosa e alcuni di questi banalizzano la questione in modo esasperante; ciò che continuo a chiedermi io, invece, è quando e perché siamo diventati così ossessionati dalla bellezza, dal raggiungimento di ottimi risultati in tempi veloci, dall'essere performanti (uso volutamente questo termine fastidioso per esprimere un concetto che lo è altrettanto). 
La risposta ingenua e semplicistica potrebbe essere da quando ci sono i social ma non credo che la questione si possa risolvere così.

Non servono, credo, tanti discorsi: servirebbe una riflessione profonda e collettiva, ma temo che siamo tutti troppo presi dalle mille cose da fare, dal tempo che sembra non bastare mai (eppure è lo stesso che avevano i nostri genitori e i nostri nonni) per poterci prendere un attimo per riflettere seriamente su di noi - individualmente e come società -  e cambiare eventualmente direzione oppure accettare consapevolmente la strada che stiamo percorrendo
Quando e dove abbiamo perso la percezione del nostro essere umani e quindi costituzionalmente imperfetti e incompleti? 
La risposta non ce l'ho, ma mi riprometto davvero di pensarci.

V. è uscita dalla stanza, con un minimo accenno di sorriso perché credo di aver fatto il pagliaccio come al solito. O forse perché ha avuto anche solo per un attimo la percezione che le sue difficoltà, i suoi pensieri, le sue preoccupazioni sono comuni e che un peso, anche enorme, se portato da più persone, può diventare, forse, più sopportabile.

Colapesce e Dimartino, Splash






26 ottobre 2025

Un eroe del nostro tempo: il coordinatore di classe

Nei corridoi della scuola li riconosci al primo sguardo.
Prede o predatori: non c'è altro atteggiamento possibile per loro.
Camminano sicuri, spesso con un modulo da firmare in mano, con la determinazione di un cacciatore che cerca di stanare un cerbiatto e con la sicurezza di chi sa di poterci riuscire.
Oppure, sono loro stessi i cerbiatti: si acquattano, fingono di parlare con qualcuno o di essere assorti nella lettura per non farsi vedere, si mimetizzano pur di scansare quel collega che incede proprio verso di loro per parlare dell'ennesima volta che Gianfilippo non si è tolto il cappuccio in classe.
Sono i coordinatori di classe, i veri eroi silenziosi del nostro tempo.
Come dei vassalli medievali, ricevono la loro investitura dal dominus della scuola e la accettano inginocchiandosi con gratitudine, pensando al momento in cui riceveranno il loro compenso da capogiro. Da capogiro nel senso che gireranno il capo dall'altra parte, non cedendo alla tentazione di batterlo contro uno spigolo per aver accettato l'incarico ed aver ricevuto in cambio due noccioline al bar.
Divinità dalle mille braccia, intrattengono rapporti con genitori, alunni, dirigente, segreteria, spesso contemporaneamente. Agenti di viaggio, consulenti informatici, esperti di supporto psicologico, non disdegnano anche di dare consulenze mediche e legali quando necessario.

La mia esperienza mi ha permesso di individuare tre tipi umani specifici, tre modi per svolgere questo incarico, due modi per morire (e uno per sopravvivere).

Il preciso: riceve l'incarico come un eroe della Marvel che scopre improvvisamente di avere un superpotere che lo rende invincibile. A novembre del primo anno di scuola, ha già deciso la meta del viaggio di istruzione dell'ultimo anno. Conosce vita, morte e miracoli di alunne e alunni, i nomi dei loro animali domestici e le loro intolleranze alimentari. Fa stalking pesante ai colleghi ricordando loro scadenze, comunicazioni, riunioni, case, libri, auto, viaggi, fogli di giornale, spesso tramite mail mandate ad orari improponibili.
Se ti chiede per conto degli alunni di spostare una verifica, ha già pronta la soluzione alternativa: calendarizza gli impegni della classe ma che la tua vita e non escludo che sia in grado di individuare anche il momento migliore per fare la spesa in base al tuo orario di servizio.
Tutto meraviglioso.
Il coordinatore perfetto.
Peccato che, per fare ciò, sia poi inesorabilmente destinato a diventare dipendente da psicofarmaci. 

Il pauroso: avrebbe voluto rifiutare l'incarico, ma aveva troppa paura per farlo. Si muove in punta di piedi nei corridoi e nelle segreterie anche in mezzo al caos più totale e quando deve chiedere qualcosa, solitamente, fa una premessa lunghissima che parte dall'epoca del Risorgimento per spiegarti il motivo per cui sta facendo quella richiesta. Legge le comunicazioni mille volte, interrogandosi anche sul senso profondo della punteggiatura per non sbagliare nella comprensione del testo. Ha un rapporto quasi morboso con la mail: teme che qualcuno possa scrivere alle due di notte per comunicare un'assenza imprevista o la volontà di far partecipare la classe ad un progetto. Lui sente di dover essere lì, pronto come una sentinella, vigile, salvo poi andare in confusione perché non si sente in grado di rispondere.
Un anno di coordinamento per lui equivale ad un anno di vita di un cane, ovvero a circa 7 anni di vita umana.

Il lassista: non si rende conto di essere stato nominato coordinatore fino a quando alla prima riunione non gli dicono che tocca a lui farlo. A questa presa di coscienza seguono maledizioni in lingue antiche e ormai date per scomparse, seguite dalla ricerca spasmodica di un sostituto o di una vittima sacrificale, individuata nella figura mitologica del segretario del consiglio di classe.
Non sa neppure quale sia la classe che coordina, ignora cosa significhino le sigle DSA, PTOF, PDP, PFP ma sa perfettamente come sfruttare il suo potere per farsi offrire il caffè dai colleghi al bar. Convoca i genitori spesso ignorandone il motivo ma, in caso di necessità, sfodera un repertorio di frasi fatte che variano dal classico è intelligente ma non si applica al più sofisticato metteremo in atto le strategie per portare a termine positivamente il nostro intervento educativo, contando sulla fattiva collaborazione tra scuola e famiglia.
Non ricorda nomi di alunni e colleghi ma se la cava con un caro/carissimo/grande: vive il suo incarico con la leggerezza di un bohémien demandando tutto alla buona volontà di chi lavora con lui.
Alla fine dell'anno, quando vede il suo pagamento, dopo essersi interrogato sull'origine di quei soldi perché è convinto di non aver avuto incarichi aggiuntivi, si lamenta ad alta voce di quanto poco riconoscimento economico sia dato ad un impiego di responsabilità come quello da lui svolto.

Alla fine diciamocelo: i coordinatori ci salvano la vita, soprattutto quando ci viene fatta qualche richiesta e noi, a cuor leggero, possiamo dire chiedi al coordinatore.
Fino a quando i coordinatori non siamo noi.

Elio e le storie tese, Largo al factotum (da Il barbiere di Siviglia di Gioacchino Rossini)


19 ottobre 2025

Diseducazione affettiva

Mi stavo guardando allo specchio, l'altra mattina.
Appena sveglio, con gli occhi ancora pieni di sonno e il segno del cuscino sulla faccia mi stavo analizzando nei minimi particolari e guardavo con tenerezza i peli neri che ancora ho tra la barba, incitandoli a non mollare, quando, ad un certo punto, dalla radio accesa sento provenire queste parole: "Io sono contrario al fatto che nelle scuole si faccia educazione sessuale perché poi insegnano che è normale essere gay. Io ho due figlie e voglio diventare nonno".
Ho guardato nuovamente il mio volto nello specchio in quel momento.
Non mi viene in mente immagine più adatta dell'Urlo di Munch.

Era il commento di un ascoltatore alla notizia di qualche giorno fa: facciamo un po' di ordine.
Il ministro dell'Istruzione ha presentato a fine maggio un disegno di legge in materia di consenso informato in ambito scolastico che prevede che le scuole debbano ottenere il consenso informato preventivo dei genitori, o degli studenti se maggiorenni, prima di svolgere qualsiasi attività che tratti temi legati alla sessualità. 
Il consenso deve essere dato in forma scritta, dopo che la scuola ha messo a disposizione i materiali didattici che saranno mostrati alle studentesse e agli studenti.
Il comma 4 dell’articolo 1, inoltre, stabilisce che nella scuola dell’infanzia e nella scuola primaria siano «escluse, in ogni caso, le attività didattiche e progettuali nonché ogni altra eventuale attività aventi a oggetto temi attinenti all’ambito della sessualità».
La notizia di cui si parlava - e che ha portato al raccapricciante commento - riguarda un emendamento approvato il 15 ottobre dalla Commissione Cultura, Scienza e Istruzione della Camera che estende questo divieto alle scuole medie.

Quindi, stando alle parole di quest'uomo, la scuola avrebbe il potere di far diventare omosessuali le persone, privandolo così del diritto  - che lui ritiene di avere - di diventare nonno.

Non pensa che le figlie potrebbero anche liberamente scegliere di non voler avere figli, o che le figlie non possano averne, o che potrebbe diventare nonno anche se amassero un'altra donna.
Non pensa neppure al fatto che parlare di educazione sessuale e affettiva a scuola possa essere fondamentale per le ragazze e i ragazzi che - legittimamente - hanno imbarazzo a parlarne in famiglia o che vivono in contesti culturalmente deprivati.
Ma neanche al fatto che, dove non arriva la scuola e neppure la famiglia, i coni d'ombra sono illuminati per lo più da Internet: quanti danni può fare un'educazione sessuale impartita dai siti porno?

Pensa - quell'uomo - che educare all'affettività voglia dire far diventare omosessuali, come se amare persone del proprio sesso fosse una scelta.
E pensa che sia sbagliato insegnare che tutto è normale - o che in fondo niente lo è - perché questo significa togliere qualche certezza e qualche privilegio a lui che è dalla parte dei normali. Accogliere chi è diverso non è importante: è importante sentirsi migliori di chi riteniamo biologicamente inferiore, per ragioni di genere, di razza, di orientamento sessuale. E se ogni tanto qualcuno uccide una donna, lo fa perché non accettava la fine della relazione; se riempie di botte un gay o uno straniero, lo fa perché era stato provocato.
Pensa anche - probabilmente - che le malattie sessualmente trasmissibili siano qualcosa che capita sempre agli altri, per cui non è necessaria alcuna informazione in merito. 

Ma a lui non interessa: lui vuole diventare nonno.
E come lui probabilmente tante persone.
E queste persone votano.

Daniele Silvestri, Il mio nemico

Fastidio

Io non so più cos'è normale o un'allucinazione se sono matta io. Non è che voglia litigare ma ho come l'impressione di non poter...