25 gennaio 2026

Giochi pericolosi

Un voce gracchia dal citofono."Chi è?"
"Sono io"
La serratura del portone che scatta.
Salgo per le scale, evitando di toccare la moquette marrone e sdrucita in più punti che campeggia sulle pareti del mio palazzo (sì, nel palazzo c'è la moquette sulle pareti, mi sono sempre chiesto il perché).
La porta di casa si apre: la sigla del Tg1 rimbomba nelle scale, c'è profumo di brodo, il pranzo del lunedì.
"Ciao, ma'. Ciao, pa'" urlo mentre semino in giro per casa ciò che ho addosso.
Sono uno dei pochi che ha sempre entrambi i genitori a casa per pranzo.
Una fortuna, ma allora non lo avrei mai detto.
"Com'è andata oggi a scuola?"
"Bene"
"Cos'hai fatto?"
"Niente"
Allora non c'era il registro elettronico: le assenze e le insufficienze si potevano nascondere senza difficoltà.
Poi arriva la domanda: "La professoressa ha riportato il compito?"
A quel punto sono spalle al muro.
"Sì, ho preso [borbottio indistinguibile]"
"Cosa? Non ho capito"
"Ho preso 4".
E lì, tra le mie mille giustificazioni e i loro vari "E [x] quanto ha preso?", "Potevi fare meglio","Ieri non hai ripassato", finisco il pranzo, ma dentro di me sento di aver deluso i miei.
Deludere: una condanna che spesso ci autoinfliggiamo  
Deludere: un verbo dall'etimologia amaramente ironica.

Ludere in latino significa giocare. Lo troviamo nella parola illudere (a cui avevo dedicato un post che, se vi punge vaghezza, potete leggere qui) e in quel caso l'etimologia è piuttosto comprensibile perché, illudendo qualcuno, ce ne prendiamo gioco: creiamo una situazione inesistente e trasciniamo l'altro nella nostra rete.
Ma quando deludiamo qualcuno, in cosa consiste il gioco?
La delusione è il sentimento di amarezza che scaturisce dal constatare che la realtà non corrisponde alle aspettative: deludere qualcuno significa che il gioco è stato svelato, la realtà, ritenuta vera ma forse inesistente, è crollata; la persona delusa esce dal gioco (il prefisso de indica proprio un allontanamento) e noi non possiamo far altro che vedere la sua figura farsi sempre più piccola.

Spesso, però, la delusione nasce indipendentemente da noi, che siamo a nostra volta vittime di quello stesso gioco.
Succede che gli altri costruiscano un mondo per noi e noi lo arrediamo, lo abitiamo e non ci preoccupiamo se quello sia davvero il modo e il mondo in cui desideriamo vivere: non vogliamo deludere aspettative e siamo disposti a mettere in secondo piano la nostra natura se questa non coincide con l'immagine che gli altri hanno di noi. Giuste sono le parole che diciamo, le azioni che compiamo, giusti sono persino i pensieri che concepiamo: giusti nel senso di adatti, adeguati, attesi.
Quando, però, disegniamo nuove geografie, varchiamo i confini di questo mondo o lo abbandoniamo, veniamo accusati di aver deluso, come se qualcuno stesse scattando una foto in strada e un passante ignaro ne attirasse le ire per essere uscito da un'inquadratura in cui magari non voleva neppure esserci.

Altre volte le aspettative degli altri su cui noi ci modelliamo esistono solo nella nostra testa oppure ci poniamo obiettivi che, realisticamente, sono al di fuori della nostra portata, ci imponiamo modelli di comportamento che vediamo come socialmente utili o vincenti anche quando sono lontani dai nostri desideri.
Prigionieri e carcerieri, come scrive la poetessa Margherita Guidacci:

Se il muro fosse di pietra e non d’aria,
se attraverso il muro non si toccassero gli alberi,
se le alte sbarre d’ombra che ti rigano l’anima
fossero l’ombra di vere sbarre a cui potersi aggrappare,
se ricordassi lo scatto d’una porta che si chiude
alle tue spalle e il tintinnìo delle chiavi
alla cintura del carceriere che si allontana:
quale sollievo ne avresti nell’orrore!
Perché ciò che si chiude può tornare ad aprirsi,
la rocca più imponente può essere distrutta.
Ma dove sei non è porta, e nessuna porta s’aprirà.
E non è muro: nessun muro sarà abbattuto.
Le sbarre d’ombra sono le vere sbarre,
non saranno divelte. Tu confini con l’aria,
tocchi gli alberi, cogli i fiori, sei libera,
e sei tu stessa la tua prigione che cammina.

Restando nell'ambito del gioco - e di questa immagine sono debitore a C., ormai mia figura filosofica di riferimento - potremmo imparare a considerarci meno come tessere di un puzzle, costretti ad avere una determinata forma per incastrarci perfettamente con le altre tessere e per formare un quadro complessivo prestabilito, e più come mattoncini Lego. Colorati, consapevoli di essere utili ma non indispensabili, pronti a dare vita a forme nuove, non prestabilite, a mettere in discussione tutto per ricominciare da capo infinite volte e ad assumere una forma inattesa ogni volta che quella vecchia non ci soddisfa, rimanendo, però, sempre fedeli a noi stessi.

Radiohead, Creep

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