18 gennaio 2026

Piccoli momenti di felicità

"I giovani di oggi vogliono fare i soldi facili.
I giovani di oggi perdono tutto il loro tempo su tik tok e non combinano niente.
I giovani di oggi sono quelli che, a Crans-Montana, riprendevano tutto con il telefonino invece di scappare.
I giovani di oggi vanno tutti a scuola con i coltelli, come è successo a La Spezia.
I giovani di oggi sono quelli che fanno la lista degli stupri nei bagni delle scuole".

Tante volte, soprattutto su Facebook - che è per eccellenza il covo dei boomer - capita di leggere queste parole; la parola "telefonino" è un'affidabile spia linguistica che permette di individuare facilmente l'età del commentatore e la capacità di irritare che hanno le parole che scrive.
Altrettante volte invoco l'intervento della pietà cristiana per scacciare la tentazione di rispondere come vorrei al GianFurbo di turno, evitando così di iniziare una discussione infinita, e mi ripeto come un mantra il vecchio adagio popolare secondo cui non si può giocare a scacchi con un piccione, perché quello farà cadere tutti i pezzi, farà cacca sulla scacchiera, e poi se ne andrà impettito come se avesse vinto lui.

Probabilmente - anzi sicuramente - sarò fortunato io, ma la mia esperienza mi dice una cosa diversa.

Prendete un gruppo di 10 ragazzi.
Ambientate ciò che vi sto per dire nelle vicinanze di Firenze.
Immaginate questi ragazzi che si incontrano per ascoltare storie.

Sembra il Decameron ma non lo è: il gruppo sarà formato da 8 ragazze e 2 ragazzi (contro le 7 ragazze e i 3 ragazzi dell'opera di Boccaccio); non saremo in una villa di campagna ma in una biblioteca di città e le storie che ci racconteremo non saranno storie di mariti cornuti, di predicatori imbroglioni, di donne e uomini dalle grandi virtù ma parleremo di latino.
Ma soprattutto io non ho un decimo della capacità di raccontare storie che aveva il buon Giovanni e per ora non c'è la peste.

La mia mente, che non può mai smettere di partorire idee strampalate, la scorsa estate ha generato questo mostro: provare a organizzare un breve ciclo di incontri sulla letteratura latina rivolto alle ragazze e ai ragazzi della mia scuola il cui corso di studi non prevede questa materia.
Follia - direbbero appunto loro - e non escludo che qualcuno lo abbia fatto, considerando che tutto questo non serve a niente, non dà credito, sottrae tempo ad attività maggiormente gratificanti, persino allo studio,  e prolunga la loro permanenza tra le mura della scuola.
Per farla breve, propongo il corso prima alla mia Dirigente che accetta - e che inizio a sospettare sia più folle di me - e poi, con la stessa fiducia di chi cerca parcheggio in un centro commerciale il sabato pomeriggio, ai ragazzi. 
Incredibile dictu (non vi dico cosa significa perché sono un po' disgraziato, e voglio che utilizziate Google per fare una ricerca su parole latine) si iscrivono in dieci: il corso può iniziare.
Sorvolo sul mio entusiasmo, sulla mia - consueta - ansia da prestazione e sulla furia organizzativa che mi ha spinto ad usare Excel (capite? Un umanista che usa Excel è un abominio della natura) per mettere a punto ogni aspetto del corso: argomenti, materiali, luoghi e tempi. 

Perché sto raccontando tutto questo?
È la meraviglia che mi fa parlare: la meraviglia di vedere che niente è perduto, che non è vero che sta venendo su una generazione di ragazze e ragazzi disinteressati a tutto, che esiste un mondo diverso da quello che ci viene raccontato.
Finché ci saranno persone  - di qualsiasi età - che investono il proprio tempo in attività inutili, da cui non traggono un guadagno immediato ma che servono loro ad accrescere la propria cultura, saremo sempre un centimetro lontani dalla società descritta nel 1953 da Ray Bradbury in Fahrenheit 451 (di cui Mondadori ha pubblicato un'edizione fighissima per non comprare la quale, passando davanti ad una libreria, ho dovuto dire cinque avemaria e cinque padrenostro).
Nel bellissimo e inquietante romanzo distopico, ad un certo punto, si legge:

La vita è l’immediato, solo il lavoro è importante. Divertirsi ok, ma dopo il lavoro. Perché imparare qualcos’altro oltre a schiacciare bottoni, inserire chiavi, stringere bulloni e viti? [...] non dimenticarlo Montag, siamo una diga (i vigili del fuoco, ndr) contro quella piccola frontiera che vuole intristire il mondo con un conflitto di pensieri e teorie. Un libro è un’arma carica che un uomo può usare contro un altro uomo, per distruggere la sua felicità. Siamo i custodi della felicità del mondo e della pace delle nostri menti.

Finché qualcuno crederà che, come scriveva il padre Dante, non siamo stati fatti per vivere come bruti ma per seguir vertute e canoscenza e non siamo nati solo per schiacciare bottoni, inserire chiavi e stringere bulloni e viti, non smetterò di sperare.
Non smetterò di sperare finché qualcuno che crederà che i libri e la cultura non sono armi per distruggere la felicità altrui ma piuttosto mezzi per costruire nuovi mondi da abitare.
Non smetto di sperare e tutto ciò e incredibilmente bello e gratificante.
Mi immagino i libri, la cultura, come un albero di limoni, che protegge con la sua ombra e dà serenità con il suo profumo: e io cerco di viverci sotto.

Fool's garden, Lemon tree




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