15 febbraio 2026

Un'enorme pupazzata

Ogni tanto capita.
Capita che ci colga improvvisa la consapevolezza di una mancata sintonia tra ciò che siamo e ciò che professiamo, tra ciò che raccontiamo di essere stati e ciò che siamo stati realmente.
Ci pensavo qualche giorno fa mentre stavo facendo una delle mie solite chilometriche raccomandazioni a quegli sventurati che incidentalmente frequentano le aule scolastiche nelle stesse ore in cui le frequento io, anche noti come "i miei alunni".
Raccomandavo loro di non ridursi all'ultimo giorno per studiare, di prendere appunti, di non imparare a memoria e blablablablablabla (immagino sia giunto questo alle loro orecchie dopo i primi 25 secondi di attenzione).
Ma poi mi sono chiesto: com'ero io alla loro età?
E la risposta è stata che spesso ci dimentichiamo che anche noi, messi nelle stesse condizioni, abbiamo reagito - e forse reagiremmo ancora - nello stesso modo.

Ricordo gli esercizi fatti a metà con l'ineffabile R., compagna di banco e di merende (travestite da studiamo matematica insieme così magari ci capiamo qualcosa). Avevamo affinato una precisissima tecnica di scambio di quaderni tale da sfuggire al controllo da parte dei nostri docenti, figure mitologiche a metà strada tra Cerbero e un agente del KGB.
Lo studio matto e disperatissimo di centinaia di pagine di storia per il giorno dopo perchè se studio con troppo anticipo le cose poi non me le ricordo; la povera Mater costretta a tour de force di ore di ripassi in cui facevo una confusione assurda di nomi, date, case, libri, auto, viaggi, fogli di giornale: se ci ripenso mi sembra ancora strano di non aver mai avuto storia da recuperare a settembre. Misteri su cui è preferibile non indagare.
Le versioni di latino malamente copiate dai traduttori del Pater con il piccolo inconveniente che, in alcuni casi, si trattava di testi con traduzioni piuttosto datate; per questo motivo, quando mi toccava leggere le mie versioni in classe, dovevo millantare la conoscenza di parole il cui significato mi era totalmente oscuro, declamandole, però, con una sicumera degna di Vittorio Gassman.

Con un impercettibile spirito anticlericale, la mia nonna materna diceva nel suo dialetto (che per me è ancora la lingua madre) fa' quello che il prete dice, non fare quello che il prete fa come a dire che ad ispirarci devono essere le parole della persona che individuiamo come guida, più che le sue azioni.
Tutti, sempre, recitiamo dei ruoli piuttosto rigidi in quella enorme pupazzata che è la vita (come diceva Luigi Pirandello) e allontanarci da questi ruoli rischia di creare delle crepe in quel sistema codificato e di semplice comprensione che sono i rapporti umani.
Talvolta, però, siamo illuminati dalla consapevolezza che diciamo certe cose solo perché il nostro ruolo ce lo impone o perché diamo vita alla ripetizione di un meccanismo che - diciamolo - ci illudiamo che funzioni ma sappiamo che non funziona: è scientificamente provato che dire ad una studentessa o a uno studente non ridurti all'ultimo giorno per prepararti all'interrogazione non anticiperà di un solo minuto l'apertura dei libri da parte dello stesso.
Quando me ne rendo conto, quando ripenso a me adolescente, sorrido con un po' di tenerezza. E taccio.

Smashing Pumpkins, 1979


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