31 marzo 2024

Rinascere

Rinasci quando lasci andare.
Quando non ti fa più male un vecchio pensiero che ti portavi sulle spalle.
Quando capisci che non vale la pena lottare sempre, per tutto e per tutti, rinasci.
Rinasci quando impari a valorizzarti e superi la sindrome dell'impostore.
È la tua rinascita quando capisci che tu sei e agisci nel presente e che il passato e il futuro sono fuori dal tuo controllo: sul primo non hai più potere, sul secondo non hai ancora potere.
Rinasci quando non ti appiattisci sul presente, ma ricordi sempre da dove vieni e dove vorresti andare.
Quando smetti di rimpiangere un attimo di felicità provato nel passato perché non perdi la lucidità per ricordare che quell'attimo è rimasto tale e non ha portato con sé altro che sofferenza. 
Rinasci quando smetti di giustificare chi ti ha fatto del male.
Quando smetti di aver paura del silenzio delle persone.
Quando parlare sinceramente con le persone non ti fa paura, rinasci.
Rinasci quando dai il giusto valore al vicino e al reale.
Quando decidi di dedicare il tuo tempo solo a ciò che ha consistenza ed è reciproco, tralasciando le costruzioni mentali, quello che vorresti che fosse e invece non è.
Quando riesci a non guardare indietro con rabbia.
Rinasci quando accetti il dolore, la fragilità, le lacrime, che vengano da te o dagli altri.
Quando impari a perdonarti, quando accetti di non essere perfetto, quando smetti di dipendere dal giudizio degli altri, rinasci.
Rinasci quando non rinneghi la malinconia, ma la consideri un'amica che ogni tanto incontri volentieri.
Quando capisci che trovare l'alba dentro l'imbrunire è difficile ma non impossibile, rinasci.
Rinasci quando accetti l'idea che è necessario morire per rinascere.

Trovo suggestivo il fatto che le due feste centrali del Cristianesimo, il Natale e la Pasqua, abbiano rispettivamente una data fissa e una data mobile: sappiamo quando siamo nati, ma non sappiamo quando rinasceremo. 
Quello che è certo è che per rinascere bisogna prima vivere, sbagliare, sporcarsi le mani e la coscienza e poi morire: d'altra parte, come insegna il maestro Battiato, vivere non è difficile potendo poi rinascere.

David Bowie, Changes

24 marzo 2024

Facciamo che io ero...

Un fazzoletto rosso, un mazzo di carte truccate, una bacchetta magica nera con le estremità bianche. E poi dadi, una scatolina e tanti altri piccoli oggetti.
Ricordo ancora l'avidità con cui avevo aperto la scatola dei giochi di magia che mi era stata regalata per un Natale di troppi anni fa e gli innumerevoli tentativi  - brutalmente falliti - di esercitare la mia manualità che è rimasta scarsa esattamente come allora.
Ai tempi, se si pensava all'illusionismo la mente non poteva che andare ad un unico nome: David Copperfield. Non il protagonista del romanzo di Charles Dickens, ma l'uomo in grado di far sparire la Statua della libertà, di fuggire da Alcatraz, di attraversare la Muraglia cinese.
I miei occhi di bambino lo guardavano con grande ammirazione: come era possibile illudere in questo modo gli spettatori? Come si poteva creare una realtà inesistente e a convincere tutti che quello che i loro occhi vedevano era vero anche se era palesemente impossibile? 
Forse è da quel momento che ho iniziato ad illudermi.

Illudere, letteralmente, significa far entrare in gioco qualcuno ed è etimologicamente connesso al termine latino ludus che significa gioco, ma anche inganno.
Perché ci si illude? Forse perché siamo convinti che  - parafrasando Montale - la realtà non sia solo quella che si vede, oppure perché dalla realtà cerchiamo una via di fuga, pur essendo consapevoli che non stiamo facendo altro che gonfiare un'enorme bolla di sapone all'interno della quale ci rifugeremo come se fosse un castello inespugnabile. 

Uno dei giochi più belli di quando si è bambini è legato all'illusione: facciamo che io ero...? Il gioco si mescola con la finzione e con la recitazione e mi viene in mente il verbo inglese to play che - non è un caso - significa sia giocare sia recitare. Ancora una volta gioco e finzione, gioco e inganno.
Quando si gioca, ed è evidente a tutti coloro che sono coinvolti che quello che si sta facendo è un gioco, l'illusione è divertente perché crea un mondo fittizio in cui si possono immaginare situazioni ed essere per un po' di tempo chi non si è. L'illusione è, in questo caso, costruzione di sé.

Ma cosa succede quando si è in qualche modo vittime di questa illusione? Quando del ludus resta solo l'inganno? Quando le regole del gioco non sono condivise? 
L'illuso costruisce un mondo irreale, fatto di specchi che non riflettono la realtà, ma solo l'immagine che di quella realtà l'illuso si è costruito. Vedere attorno a sé immagini che gli confermano ciò che lui ritiene vero, non gli permette di mettere in dubbio la propria idea sulle cose per cui non fa altro che alimentare l'inganno in cui è invischiato.
Ciò che chi si illude crea è, ai suoi occhi, reale, concreto: mi vengono in mente versi di L'infinito di Leopardi in cui il poeta scrive e sovrumani / silenzi e profondissima quiete / io nel pensier mi fingo: il verbo fingere fa venire in mente la creazione di qualcosa che non esiste -  e questo è indubbiamente vero - ma il verbo, in latino, rimanda all'azione dell'artigiano che crea con le mani, alludendo, dunque, a qualcosa di estremamente concreto, manuale, tangibile. L'illusione, in questo caso, è distruzione di sé.

Poi, improvvisamente, arriva la consapevolezza: talvolta basta una parola, un piccolo gesto, uno sguardo, come quel rumore quasi impercettibile che, nel silenzio della casa del primo mattino, ci sveglia. Da un momento all'altro ci si rende conto che l'illusione è, come si diceva prima, una enorme bolla di sapone che da una parte ci protegge ma dall'altra ci acceca. La realtà ci colpisce, ci prende a sberle, noi siamo disorientati e proviamo un senso di vuoto, ci sentiamo stupidi ad aver dato peso a parole e gesti che invece erano privi di consistenza. La disillusione ci fa mancare il fiato per un attimo, ma poi ricominciamo a respirare.

L'esperienza, però, in questo caso insegna poco. Dopo esserci illusi una volta smettiamo di farlo? No.
E forse la spiegazione del motivo di questa coazione a ripetere si trova nelle righe dello Zibaldone del già citato Leopardi:

Il più solido piacere di questa vita è il piacer vano delle illusioni. Io considero le illusioni come cosa in certo modo reale, stante ch’elle sono ingredienti essenziali del sistema della natura umana, e date dalla natura a tutti quanti gli uomini, in maniera che non è lecito spregiarle come sogni di un solo, ma propri veramente dell’uomo e voluti dalla natura e senza cui la vita nostra sarebbe la più misera e barbara cosa ec. Onde sono necessari ed entrano sostanzialmente nel composto ed ordine delle cose

Giacomino, come sempre, ci sorprende: l'illusione, nelle sue parole, diventa gioia per il presente. Certo, è un piacere vano, ma è un pur sempre il più solido piacere, e questo è ciò che  l'uomo, per sua natura, cerca instancabilmente.

Come quello che mi dava, da bambino, guardare a bocca aperta David Copperfield farsi segare in due o fuggire da un palazzo un attimo prima che questo esplodesse. 

Giuni Russo, Illusione

17 marzo 2024

I ricordi sono bastardi

I ricordi sono bastardi.
Sei convinto che le cose siano andate esattamente così come la tua mente te le racconta, ma poi, razionalmente, ti rendi conto che forse non è così, che forse esiste un'altra versione che fa parte dei ricordi di qualcun altro e che ha lo stesso valore del tuo.
Nel frattempo, però, quel ricordo si è sedimentato in te e ti ha condizionato anche se non lo sai, anche se pensi di averlo rimosso: i tuoi comportamenti dipendono dalla tua versione dei fatti, che non è detto che sia vera.

Venerdì a scuola c'è stato un brevissimo laboratorio di scrittura autobiografica.
Studentesse e studenti sono stati invitati a scrivere un proprio ricordo legato alla madre, al colore rosso e alla solitudine.
Non ho fatto al momento l'esercizio, ma immediatamente è emerso un ricordo.

Sono un bambino di 7 o 8 anni, non di più.
Un giornata infrasettimanale e grigia.
Esco da scuola alle 10.30 perché c'è un assemblea sindacale: ai tempi ignoravo completamente il significato di questa espressione, ma ricordo ancora la scritta sul quaderno (o forse era un tagliando incollato malamente) che doveva essere firmato dai genitori.
Ho avuto educazione fisica: il maestro urla, ci spaventa, ricordo anche che era piuttosto manesco: ho un ricordo di calci in culo.
Esco da scuola: deve venire a prendermi qualcuno, non ricordo chi.
Fermo davanti al cancello della scuola, vedo i miei compagni che si allontanano con i rispettivi genitori; si allontanano ad uno ad uno e io resto lì.
Mi sposto dal cancello, nella direzione da cui credo debba arrivare qualcuno.
Inizio a piangere.
Se ci penso sento le mie urla (ma erano poi urla), ma ricordo la disperazione che ho provato in quel momento. La sento distintamente, ancora adesso che ne sto scrivendo.
So che ad un certo punto arriva qualcuno: mio padre? mia nonna? A quel punto si interrompe il ricordo.

Ovviamente questo ha scoperchiato un vaso di Pandora.

Mi ricordo la solitudine provata in quel momento, ma non ricordo il sollievo provato dopo.
Pur sforzandomi, non ricordo momenti felici della mia infanzia, momenti di calore: dovessi dire con certezza che non ci sono stati, non lo farei.
Ricordo che materialmente non mi è mancato niente, ma il perenne senso di competizione.
Però ricordo l'invidia nei confronti di altri bambini.
La mia incapacità in qualunque sport.
Il mio essere spesso a disagio.
Le attenzioni non gradite.
Il mio sentirmi ignorato.
Il mio non sentirmi abbastanza.
La tendenza ad idealizzare chi non mi ignorava.
Il profondo senso di solitudine.
La paura di essere abbandonato (e la tendenza ad abbandonare per non dover subire l'abbandono)
La cattiveria dei miei compagni di classe delle medie.
La mia cattiveria nei confronti dello sfigato quando lo sfigato non ero io.

Questi ricordi sono affidabili? Non lo so.
Sono andate davvero così le cose? Non lo so.
La cosa che so è che sento che sono lì e che mi hanno condizionato. E che forse è il momento di farci i conti.


10 marzo 2024

Inseguire farfalle

Sono stati giorni, questi, in cui mi è sembrato di non avere le parole: sovrastato dalle cose da fare, dai pensieri, dalla vita quotidiana, dagli eventi ordinari e straordinari, non riesco a dare voce a ciò che ho dentro. Mi sento - e appaio - plumbeo e, pur avendo cose bellissime tra le mani, mi rendo conto di impedire loro di farmi sentire bene come dovrebbero.

Non ho le parole, dicevo, e allora le cerco nei libri che ci parlano e ci permettono di ritrovare il nostro centro. Apro a caso il libro La cura dello sguardo di Franco Arminio che - come recita il sottotitolo - è per me davvero una farmacia poetica e leggo questi "Nuovi consigli sentimentali"

Capire che a volte vogliamo soffrire, ma non vogliamo che la sofferenza venga da una parte qualsiasi, deve venire da quella persona lì e da nessun'altra.
Capire che c'è una lingua per ogni momento della giornata: la lingua del pomeriggio porta ansie che magari sono perdute nella lingua della sera.
Capire che spesso siamo cercati per disperazione: non è amore, ma degnissimo desiderio di compagnia.
Capire che quasi sempre combattiamo battaglie che abbiamo già perduto per il gusto di riperderle.
Capire che non esiste la possibilità di avere più amori contemporaneamente, ma solo l'ambizione che questa cosa possa accadere: a volte gli altri sono gelosi delle nostre ambizioni.
Capire che dobbiamo trovare il modo di vivere di soli inizi. Iniziare ogni ora un amore nuovo, l'amore dell'ora precedente è scaduto.
Capire che ognuno dovrebbe avere sempre una perversione in corso.
Capire il senso delle intimità fugaci, delle intimità isolate. A volte un dito sulla bocca può bastare.
Capire che un amore fitto di parole alza difese altissime contro la malattia: nessuno si ammala davvero quando ha voglia di parlare a qualcuno o se qualcuno ha voglia di parlare con lui.
Capire che non si deve mai sparire dopo aver creato un disagio nell'altro: il silenzio è un crimine.

E grazie a questa lettura trovo anche le mie, di parole.

Imparare a guardare quello che c'è.
Essere grati agli altri e accogliere la gratitudine altrui.
Superare quello che è stato, che ormai fa parte del passato.
Smettere di farci condizionare da ciò che vorremmo, che spesso è solo la sceneggiatura di un film in cui non è neppure scritto il nostro nome.
Gioire di quello che abbiamo tra le mani: non farcelo sottrarre da nessuno; non perderlo per distrazione.
Fidarsi di ciò che è reale, di chi fa seguire atti alle parole, delle persone di cui avverti la presenza anche quando non sono fisicamente al tuo fianco; lasciar andare tutto il resto, chi contribuisce solo a renderti infelice, arrabbiato, frustrato anche se per un attimo è stato la farfalla che rincorrevi con l'incoscienza di bambino, frastornato dalla sua bellezza, dalla sua leggerezza, dal suo manto colorato.
Trovare, quando tutto è calmo, un posto sicuro, in cui metterti al riparo dalla tempesta quando il vento inizierà ad infuriare e cercherà - riuscendoci talvolta - a trascinarti con sé; essere consapevoli che la tranquillità interiore è solo uno stato transitorio, che non è data una volta per tutte ma che va conservata e protetta.

Forse non si raggiunge la felicità ma la consapevolezza, che con la felicità non è molto compatibile. Comunque sia, sono un po' meno plumbeo, adesso.

Gabriella Ferri, Grazie alla vita

03 marzo 2024

Punto.

Lo confesso, Vostro Onore: sono un feticista dei segni di interpunzione.
Ho le mie fissazioni: sono chirurgico nell'uso dei due punti e inserire nel testo un punto e virgola mi dà un brividino lungo la schiena. Da poco, però, ho scoperto - con mio enorme dispiacere - che la comunicazione tramite messaggio non funziona così: se metti un punto a fine messaggio significa che sei arrabbiato; se metti una virgola, sembri un po' spocchioso.
La punteggiatura, quindi, è stata caricata di un nuovo valore espressivo che non aveva originariamente: è una bomba ad orologeria da usare con cautela.
Cosa capisce il mio interlocutore se metto una virgola di troppo, magari lì dove non se l'aspetta?
Potrebbe concludersi una storia d'amore appena sbocciata per un punto alla fine di un messaggio?
Ci pensavo l'altro giorno dopo aver spettinato i pargoli di una mia classe impegnati nella scrittura del tema di italiano con un pacatissimo acuto tenorile riguardante l'importanza della punteggiatura.

Punto. 

Dalla nebbia geometrica in cui solitamente mi dibatto è emerso improvvisamente un ricordo (abbiate pietà di me, matematici e scienziati tutti): il punto come ente privo di dimensioni attraverso cui passano infinite rette. 
A quel punto la mia mente divergente ha iniziato a chiedersi come possa esistere qualcosa privo di dimensione e a rimanere affascinata da come esso possa essere il crocevia attraverso cui passano un numero infinito di rette che sono a loro volta infinite.

Un semplice, minuscolo punto può fare tutto questo. Ci rendiamo conto?

Dalla speculazione simil-matematica sono passato alla letteratura. Gianni Rodari e Dante e il loro concetto di punto.
Nella poesia Il dittatore, Rodari scrive:

Un punto piccoletto,
superbioso e iracondo, 
"Dopo di me - gridava- verrà la fine del mondo!"

Le parole protestarono:
"Ma che grilli ha per capo?
Si crede un Punto-e-basta,
e non è che un Punto-e-a-capo".

Tutto solo a mezza pagina lo piantarono in asso,
e il mondo continuò
una riga più in basso.

Con la grazia propria delle penne più raffinate e con l'ironia leggera e pungente di chi conosce bene l'animo umano, Rodari immagina un punto dittatore in stile Luigi XV, degno di pronunciare la famosa quanto discussa frase après moi le deluge, un punto che vede il mondo girare attorno a sé e non percepisce che invece tutto può continuare anche senza di lui, spostandosi semplicemente una riga più in basso.
Quanto è importante saper mettere un punto? Nelle frasi e nella vita ha esattamente la stessa funzione: chiudere per ricominciare. Lasciarci respirare. Il punto non ti permette di tornare indietro, segna una cesura forte tra ciò che c'è prima e ciò che c'è dopo pur senza cancellare nulla. 

Ma il punto, che pure non ha dimensioni, ha una varietà di significati sorprendente.

Penso a quel capolavoro che è il quinto canto dell'Inferno e alla vicenda di Francesca e Paolo, colpevoli di essersi amati di un amore illegittimo. Dante vede queste due anime che, differentemente dalle altre, viaggiano in coppia e vuole parlare con loro: a Francesca, che ha illustrato brevemente la sua origine e la fine a cui Amore ha condotto lei e il suo amato, il poeta fa una domanda ben precisa:

Ma dimmi: al tempo d’i dolci sospiri,
a che e come concedette amore
che conosceste i dubbiosi disiri?
 

Dante vuole sapere in che modo l'amore abbiamo trovato il modo di rivelarsi ai due amanti, dubbiosi del loro amore, più forte dei legami socialmente sanciti.

Noi leggiavamo un giorno per diletto
di Lancialotto come amor lo strinse;
soli eravamo e sanza alcun sospetto.

Per più fïate li occhi ci sospinse
quella lettura, e scolorocci il viso;
ma solo un punto fu quel che ci vinse.

Quando leggemmo il disïato riso
esser basciato da cotanto amante,
questi, che mai da me non fia diviso, 

la bocca mi basciò tutto tremante.

Talvolta mi perdo nei particolari e anche in un affresco potente come quello che qui viene dipinto da Dante con le parole c'è qualcosa che ha sempre attratto la mia attenzione: i due cognati stanno leggendo la storia d'amore di Ginevra e Lancillotto: lo fanno da soli e senza sospettare minimamente che di lì a poco sarebbe successo qualcosa. Quando, però, il cavaliere bacia il disiato riso - la bocca tanto desiderata che viene fermata nel momento in cui sorride, l'atto umano che fin da Omero è collegato all'amore - anche Paolo, tremando, fa lo stesso. È questo il punto che li vince: il punto, il passaggio del libro che, pur nella sua piccolezza, è talmente importante da segnare un sottilissimo confine tra salvezza e dannazione. Scegliere se varcarlo o meno è qualcosa che riguarda inevitabilmente tutte le anime che Dante incontra nel suo viaggio ultraterreno ma, più in generale, tutti gli uomini. 

E tutto questo è in un punto.


Jovanotti, Punto

25 febbraio 2024

Non siamo cipolle

La perfezione.
C'è chi la insegue a lungo, chi, ad un certo punto, decide saggiamente di smettere di cercarla, chi pensa di averla trovata e la impone agli altri.
Per qualcuno diventa un'ossessione: voglio essere l'uomo perfetto, il genitore o il figlio perfetto, l'amico o il lavoratore perfetto. Voglio piacere.
Ammettiamolo, succede a tutti. 
Inizio io: a me succede. Razionalmente so che non ha alcun senso, però è più forte di me.
Non ha senso perché l'idea che gli altri hanno di noi segue sentieri che ci sono sconosciuti: a volte ci ritroviamo ad essere amati senza che - a nostro parere - abbiamo fatto niente per meritarcelo, quell'amore; altre volte siamo oggetto di disprezzo o veniamo ignorati (il che per me è molto peggio) e non capiamo perché.
Talvolta pensiamo di essere stati perfetti, ci siamo impegnati per esserlo. E invece no: quello che abbiamo fatto non è bastato, o magari non si è neppure avvicinato al concetto di perfezione che hanno gli altri e questo ci fa soffrire, tremendamente. Dipendiamo sempre, troppo dal giudizio degli altri, senza valutare che ognuno giudica secondo parametri propri e talvolta incomprensibili agli altri. 
E qui si pone la prima questione: aver raggiunto la propria idea di perfezione non equivale ad essere perfetti per gli altri e questo già crea una enorme disarmonia.
Eppure siamo fatti per essere imperfetti, perché ciò che è perfetto è morto, ma non riusciamo ad accettarlo.

Perfectum in latino è ciò che è compiuto, concluso una volta per tutte. Nel momento in cui ci si ritiene perfetti, si smette di evolvere, di migliorarsi, di aprirsi alla possibilità che esista un modo di vedere le cose divergente rispetto al proprio, dimenticandosi che è dal confronto che nasce il pensiero: la vulnerabilità, il non considerarsi perfetti e la disposizione al dialogo non sono atteggiamenti da perdenti o da incerti, ma sono gli elementi che ci rendono raggiungibili dalla presenza e dalla posizione degli altri e quindi disponibili a contenere un contributo che viene dagli altri, decisivo per la nostra stessa esistenza. Dialogare, letteralmente, vuol dire ragionare insieme, condividere il lògos, cioè il pensiero oltre che la parola, per dare un senso a ciò che ci circonda. Se non ci si confronta, se si pensa di essere conclusi in sé, questo non può avvenire.

Aggiungo un altro elemento di riflessione: il nostro corpo si rinnova ogni 7 anni. Tale è, infatti, il tempo necessario affinché le nostre cellule si rigenerino -  ce lo dice la scienza - e questo conferma uno dei principi sostenuti da migliaia di anni dalla medicina cinese che scandisce la vita proprio in cicli di questa durata. A questo punto verrebbe da dire che la perfezione ha in sé un elemento di precarietà in quanto - sto volutamente facendo un paradosso - c'è il rischio concreto di non essere più le stesse persone di 7 anni prima: cambiamo noi e cambiano le situazioni, per cui ciò che è perfectum è assolutamente inadatto all'uomo. 
D'altra parte, anche il buon Eraclito che nel VI secolo a.C. ci parlava dell'impossibilità di bagnarsi per due volte nello stesso fiume perché cambia l'acqua del fiume e cambiamo anche noi ci dà un ulteriore conferma di quanto possa essere inutile la ricerca per noi di forme definitive e date una volta per tutte.

Questa ricerca, oltre che inutile, rischia di essere anche dannosa: lo racconta benissimo Andre Agassi nella sua autobiografia Open da cui emerge la storia di un ragazzo che deve dare un corpo all'ossessione paterna di essere il migliore in campo sportivo - nel tennis, in questo caso - per porre rimedio al paterno fallimento.
Una ricerca ossessiva di perfezione che perseguita il tennista come un demone, rovinandone la vita in ogni aspetto:

"Se insegui la perfezione, se fai della perfezione il tuo obiettivo ultimo, sai che succede? Insegui qualcosa che non esiste. Rendi infelici tutte le persone attorno a te. Rendi infelice te stesso. La perfezione? Saranno sì e no cinque in un anno le volte che ti svegli perfetto, le volte che non puoi perdere con nessuno, ma non sono quelle cinque volte che fanno un tennista. O un essere umano, se è per questo. Sono tutte le altre"

Un'ultima considerazione: si potrebbe obiettare che la perfezione in natura esiste. I cristalli di ghiaccio, ad esempio, sono la prova di una perfezione geometrica che lascia senza fiato.
Se questo è vero, se è vero che l'uomo è integrato con la natura, perché all'uomo, allora, la perfezione dovrebbe essere negata?
A chiarirmi il dubbio giunge - come spesso accade - Wisława Szymborska che dedica una poesia alla cipolla:

La cipolla è un’altra cosa.
Interiora non ne ha.
Completamente cipolla
fino alla cipollità.
Cipolluta di fuori,
cipollosa fino al cuore,
potrebbe guardarsi dentro
senza provare timore.

In noi ignoto e selve
di pelle appena coperti,
interni d’inferno,
violenta anatomia,
ma nella cipolla – cipolla,
non visceri ritorti.
Lei più e più volte nuda,
fin nel fondo e così via.

Coerente è la cipolla,
riuscita è la cipolla.
Nell’una ecco sta l’altra,
nella maggiore la minore,
nella seguente la successiva,
cioè la terza e la quarta.
Una centripeta fuga.
Un’eco in coro composta.

La cipolla, d’accordo:
il più bel ventre del mondo.
A propria lode di aureole
da sé si avvolge in tondo.
In noi – grasso, nervi, vene,
muchi e secrezione.
E a noi resta negata
l’idiozia della perfezione.

Se fossimo perfetti saremmo cipolle, non donne e uomini.

Franco Battiato, Di passaggio

18 febbraio 2024

L'elefante nella stanza

"Quando venni ricoverata per la prima volta in manicomio ero poco più di una bambina, avevo sì due figlie e qualche esperienza alle spalle, ma il mio animo era rimasto semplice, pulito, sempre in attesa che qualcosa di bello si configurasse al mio orizzonte. [... ] Insomma ero una sposa e una madre felice, anche se talvolta davo segni di stanchezza e mi si intorpidiva la mente. Provai a parlare di queste cose a mio marito, ma lui non fece cenno di comprenderle e così il mio esaurimento si aggravò [... ] tanto che un giorno [... ] diedi in escandescenze e mio marito non trovò di meglio che chiamare un'ambulanza, non prevedendo certo che mi avrebbero portato in manicomio".

Inizia con queste parole, semplici e crudeli, "L'altra verità. Diario di una diversa" di Alda Merini, un breve testo in cui la poetessa ripercorre gli anni dal 1964 al 1972 passati quasi ininterrottamente nel manicomio "Paolo Pini" di Milano. Leggerle con le studentesse e gli studenti è stato un pugno nello stomaco ben assestato perché, dopo aver letto "Grande meraviglia" di Viola Ardone, affrontare queste parole è equivalso a toccare con mano una storia vera, non romanzata e finalmente smettere di fingere di non vedere l'elefante nella stanza.

La salute mentale è stato considerato spesso un tabù, qualcosa di cui non parlare: per decenni i manicomi sono stati il luogo perfetto per mantenere il silenzio, come il labirinto del palazzo di Cnosso, in cui Minosse poteva nascondere il Minotauro, quel mostro di cui si vergognava, nato - per sua responsabilità - dall'amore tra sua moglie Pasifae e il bellissimo toro bianco che non aveva voluto sacrificare a Poseidone.
Nascondere agli occhi degli altri, fingere di non vedere: è quello che si faceva con i matti, chiusi in queste strutture, sottoposti a trattamenti inumani finalizzati semplicemente a fare in modo che non dessero problemi. Mettere la polvere sotto il tappeto per fingere che la casa sia pulita. Peccato non si trattasse di acari, ma di persone - e spesso di donne - che avevano la sola colpa - se colpa si può chiamare - di essere divergenti, anche solo dalla morale comune o, ancora peggio, di dar fastidio a qualcuno con la loro presenza.

Dal 1978 - anno della cosiddetta legge Basaglia, che impose la chiusura dei manicomi - sono passati oltre 45 anni, ma lo stigma nei confronti dei disturbi psichici è ancora lì. Sono sotto gli occhi di tutti, ma spesso si tende a distogliere lo sguardo e, soprattutto quando si tratta di adolescenti, si tende a derubricare il tutto come qualcosa di passeggero, legato all'età, forse anche ad una moda. Comportandosi in questo modo, però, non si fa altro che utilizzare la propria incapacità di reagire per risolvere il problema che, quindi, viene solo nascosto ma non affrontato, né tantomeno risolto.
In passato - qualcuno potrebbe dire - tutto questo non esisteva e già sento di sottofondo i soliti discorsi tanto inutili quanto irritanti sui bei tempi andati: ciò che caratterizza il passato e lo differenzia dal presente non è il verificarsi o meno di certe situazioni, quanto piuttosto l'impossibilità di parlarne, la mancanza delle parole per esprimersi, la certezza di non essere compresi. 
Per fare un esempio, pensiamo a quante persone in un passato anche non troppo remoto hanno nascosto il proprio orientamento sessuale perché diverso rispetto a quello ordinario, ritenendo perciò di essere sbagliati, peccatori, posseduti dal demonio. O a quelle persone che hanno sofferto di attacchi di panico, di ansia o di altri disturbi psichici di cui ora - per fortuna - ci si sente liberi di parlare. O ancora a quelle studentesse e a quegli studenti che venivano considerati asini perché non sapevano leggere o scrivere e magari semplicemente avevano un disturbo specifico dell'apprendimento.

Per decenni, forse per secoli è stata applicata a questi temi quell'idea medievale secondo cui le cose finché non le nomini non esistono: non dare un nome ai comportamenti che deviano dallo standard ed evitare di parlarne se non in termini di condanna è sembrato il modo migliore per mantenere tutto sotto controllo, nei binari stabiliti. D'altra parte, se non si crea un vocabolario per descrivere un sentimento, un problema, un pensiero, se non si hanno le parole per esprimerlo, difficilmente si troverà qualcuno diposto ad accoglierlo, a studiarlo, a tentare di risolverlo.
E mi chiedo quanto senso abbia cercare di capire quale sia l'origine di tutto ciò che rende le persone diverse dal passato: i social, la pandemia, l'iPhone o addirittura - l'ho sentito con le mie orecchie -  il cibo del McDonald's... per parlare in termini medici, l'eziologia è importante ma limitarsi a discutere su di essa dà vita a tavoli di lavoro, confronti, convegni, complicate spiegazioni di esperti che tuttavia non aiutano a dare una soluzione concreta. 

Forse potrebbero gettare un po' di luce sulla questione le dichiarazioni di due cantanti che hanno partecipato all'ultimo Sanremo, che si conferma specchio nel bene e nel male della società italiana; tra polemiche di geopolitica internazionale, censure e accuse incrociate tra nord e sud del Paese, non sono passate sotto silenzio le parole di Theø, uno dei componenti del gruppo La Sad, e di Sangiovanni.
Il primo ha dichiarato al Corriere: "dopo Sanremo sono stati giorni difficili. Mi sono ritrovato ad affrontare sfide con me stesso, mi sono sentito staccato dalla realtà, di proprietà della massa, e per una persona che soffre di depressione non è facile. Penso sia meglio parlarne con sincerità. Anche nei momenti migliori si può ricadere, ma questo ci renderà ancora più forti".
Sangiovanni, dal canto suo, su un post di Instagram ha espresso la volontà di fermarsi perché si è reso conto di non riuscire più a fingere che vada tutto bene, rinunciando così alla pubblicazione del suo nuovo album ed al concerto previsto al Forum di Assago-
È la voce di due ragazzi che hanno tutto eppure sentono di non essere felici ed hanno il coraggio di ammetterlo. È una testimonianza rispetto alla quale non si può rimanere indifferenti, non fosse altro che per il valore esemplare che assume.

L'esperienza quotidiana mi dà ulteriore conferma di tutto questo: fermarsi a parlare con ragazze e ragazzi apre un mondo insospettabile, fatto di pensieri cupi, consapevolezza e profonda malinconia.
"Sono infelice, eppure so che non dovrei esserlo perché so che c'è gente che sta peggio di me e forse non ho motivi per esserlo davvero" mi dice L. e allora trascorro un'ora a parlare con lei di quanto l'avere tutto non coincida con l'essere felici, di quanto la vera condanna e contemporaneamente la vera forza dell'essere umano sia la sensibilità. Parliamo di genitori che davanti alla sofferenza dei figli piangono o tacciono e mi vengono in mente due personaggi danteschi: Paolo, che non sa far altro che piangere mentre Francesca racconta  il loro amore adultero che li ha portati alla dannazione e Ugolino, che alla sofferenza di figli e nipoti ha come unica reazione il silenzio. Parliamo di Kurt Cobain, bellissimo, ricchissimo, con una capacità poetica invidiabile e, nonostante questo, infelice; parliamo di Leopardi e della sua idea di infelicità connaturata all'uomo e con cui l'uomo non può far altro che convivere; mi vengono poi in mente, a proposito del sentire troppo, le parole usate da Lorenzo Marone per descrivere Diego, il protagonista del toccante romanzo Le madri non dormono mai:

Era così, Diego, sentiva il doppio degli altri, l'anima gli vibrava al minimo soffio, studiava chi aveva vicino, faceva caso a tutto, captava i segnali e capiva i punti deboli; s'accorgeva delle mancanze della gente, riconosceva la paura e il turbamento, e bastava uno sguardo a ferirlo, una mezza parola a disturbarlo, viveva in punta di piedi per paura d'offendere, o d'essere offeso. Sapeva del male per eccessiva sensibilità, e s'impegnava per questo a non farlo agli altri, e vivere era per lui una gran fatica, lui che non sapeva quanto durino poco gli animi incapaci di sottrarsi al dolore.

E la domanda che mi pongo è la solita: ci si può prendere cura di tutto ciò con le parole, con la letteratura? Sì, purché diamo alle parole che diciamo e che leggiamo un senso, un peso, un valore: non si può - come dice qualcuno - curare il disagio giovanile con Dante e con Montale, se non a patto di impegnarsi ad attualizzare il loro messaggio e a cogliere le istanze più profonde ed universali che emergono dalle loro parole. Da insegnanti, dovremmo smettere di anteporre l'amore per la nostra disciplina all'amore per i ragazzi ed aiutarli a conoscersi, a comprendersi, a dare significato ciò che li circonda, sfruttando le nostre conoscenze per indicare loro, quando possibile, una strada da percorrere.
E poi far comprendere, soprattutto ai più giovani, che non c'è nulla di strano nei loro pensieri, che li abbiamo fatti anche noi alla loro età e che ci sono cose che, fortunatamente, passano e altre con cui bisogna convivere, come coni d'ombra da cui cercare di non farsi invadere. 


Brunori Sas, Kurt Cobain

Fastidio

Io non so più cos'è normale o un'allucinazione se sono matta io. Non è che voglia litigare ma ho come l'impressione di non poter...