12 novembre 2023

Esibizionisti anonimi

"La smetti di stare sempre al cellulare?"

Seduta sugli spalti davanti a me, la donna scrolla compulsivamente la sua bacheca Facebook piena di animali teneri, video complottisti e vignette che facevano ridere - forse - nel 1987 e rimprovera con queste parole il figlio adolescente che guarda video su tik tok, ovviamente senza cuffie.
Il tutto durante una partita di basket, quindi non sui mezzi pubblici o in attesa dal dottore ma in un luogo in cui si va perché c'è altro da vedere.
È solo l'ultima delle aberrazioni da social con cui mi sono scontrato negli ultimi giorni che mi ha fatto porre la domanda sulla direzione che noi, tutti noi, giovani, vecchi, boomer, GenX, millennials e GenZ stiamo prendendo.
Video NPC e account Spotted: queste parole vi suggeriscono qualcosa? A me, fino a qualche giorno fa, no.
E forse sarebbe stato meglio così.

I video NPC

Confesso che prima di leggere di questo argomento sulla newsletter di "Parole ostili" ne ignoravo assolutamente l'esistenza.
Innanzitutto l'acronimo: NPC sta per Non-Playable Characters, ovvero i personaggi dei videogiochi che non hanno possibilità di azione autonoma ma hanno come unica caratteristica quella di rispondere ad input del giocatore.
Su tik tok (che è un mondo dal quale cerco ti tenermi alla larga, dato che se mi trovassi lì mi sentirei fuori luogo come uno vestito da Arlecchino ad un funerale e finirei per fare video cringe come quelli di Berlusconi e il suo imbarazzante tik tok tak) ci sono diversi utenti che fanno dei video in diretta durante i quali i follower chiedono loro di dire determinate frasi in cambio di denaro.
Il risultato è una sorta di juke box umano che risulta davvero inquietante: vedi persone che ripetono compulsivamente frasi e gesti e dall'altra parte puoi immaginare utenti compiaciuti del fatto che qualcuno, in cambio di pochi centesimi, stia facendo quello che dicono loro e che quindi hanno la sensazione di poter guidare il gioco. 
Gli autori di questi video si definiscono content creator, creatori di contenuti. Ma qual è il contenuto creato, se non quello di diffondere dei tormentoni che assumono quasi l'aspetto di stereotipie linguistiche, ripetute come mantra e che fuori contesto non hanno alcun senso (che poi, a dire il vero, il senso non lo hanno neppure all'interno del contesto)?
Se qualcuno volesse saperne qualcosa di più, può leggere questo articolo o fare una ricerca su Google.
Come direbbero i giovani, io boh.

Gli account spotted

Spotto la ragazza che ieri era vicino al bar alla fine della ricreazione a parlava con una ragazza bionda che indossava una felpa nera e le Jordan.
Alla prima parola mi ero già perso come Dante nella selva oscura, ma mi viene in soccorso la Treccani che cito testualmente come un qualunque bravo studente: "Nel gergo giovanile, individuare una persona e, a sua insaputa, chiedere informazioni in proposito o darne conto in forma anonima in un social network gestito da amministratori anch’essi, di solito, anonimi". 
Scopro, poi, di essere molto in ritardo perché si tratta di un neologismo del 2020, quindi, con la velocità dei cambiamenti degli ultimi anni, è paragonabile a quella per noi è stata l'invenzione del motore a scoppio.
Esistono account spotted di scuole ed università in cui studentesse e studenti fanno le loro anonime dichiarazioni d'amore a persone che hanno adocchiato (questo significa spotted in inglese) e che sperano di incontrare di nuovo. 
Quindi potremmo dire che Dante aveva spottato Beatrice quando la vede per la prima volta in chiesa. Figo, no?

Provo a ragionare e mi sembra che le difficoltà perché questo incontro si verifichi siano molteplici.

L'oggetto del desiderio avrà letto questo messaggio?
Avrà capito che ci si riferiva a lei o a lui?
Come farà a riconoscere l'autore?

Tralascio volutamente il discorso sull'anonimato che - come sempre ed ovunque accade - fa sì che si dia sfogo alla parte peggiore di sé e mi chiedo: qual è stato il momento, il passaggio in cui abbiamo perso - intendo come genere umano - la voglia di parlare con l'altro, di guardarci negli occhi e abbiamo iniziato a preferire i messaggi alle telefonate, gli incontri a distanza al caffè preso al bar, i cuoricini mandati su whatsapp ai "ti voglio bene" accompagnati da un lungo abbraccio?

Un piccolo bonus - o forse un malus - sempre valido: la pornografia del dolore

L'alluvione della scorsa settimana a Campi Bisenzio ha - com'è giusto che sia - fatto nascere una catena di solidarietà davvero bella: migliaia di persone si sono prodigate e si stanno prodigando per aiutare chi ha perso molto o anche tutto, recandosi a spalare fango o contribuendo con raccolte di denaro e di beni di prima necessità.
Quello che mi ha lasciato perplesso è la spettacolarizzazione di chi è andato lì e non ha trovato di meglio da fare che farsi il selfie con la tuta e gli stivali sporchi di fango o di chi ha sponsorizzato le proprie iniziative a favore degli alluvionati.
Mi hanno ricordato le interviste e le dichiarazioni rilasciate da personaggi noti, meno noti e morti di fama in occasione della dipartita di un personaggio famoso: dopo le parole di circostanza del tipo perdiamo un testimone del nostro tempo, gli intervistati sempre un episodio in cui loro erano con il defunto, glorificando sé stessi e ricordando quanto erano stimati o amati da chi ormai non ha più la possibilità di smentire, sfruttando in questo modo l'occasione per farsi pubblicità alle spalle di un cadavere.

Lo hanno fatto in molti, in troppi.

Perché? Non è una domanda polemica: mi chiedo sinceramente quale sia la differenza con quelli che andavano a fare le foto davanti al relitto della Costa Concordia o davanti alla casa di Avetrana.
Dimostrare di esserci stati? Ma non valeva il vecchio detto secondo cui la beneficienza, quella vera e sentita, va fatta in silenzio?
Oppure ha ragione Calvino quando nel racconto L'avventura di un fotografo racconta dell'ossessione - appunto - per la fotografia:

Basta che cominciate a dire di qualcosa: " Ah, che bello, bisognerebbe proprio fotografarlo!" e già siete sul terreno di chi pensa che tutto ciò che non è fotografato è perduto, che è come se non fosse esistito, e che quindi per vivere veramente bisogna fotografare quanto più si può, e per fotografare quanto più si può bisogna: o vivere in modo quanto più fotografabile possibile, oppure considerare fotografabile ogni momento della propria vita.

Più ci penso, e più sono perplesso.

Le luci della centrale elettrica, Iperconnessi

05 novembre 2023

Ma allora sei gay!

Lo avrei dovuto capire subito.
Lo avrei dovuto capire nel momento esatto in cui Figlio1 - che solitamente racconta le cose non prima che siano passati tre mesi dall'avvenimento - mi dice in macchina: "Papi, sai cos'è successo oggi a scuola?".
Mi racconta che in classe ci sono delle psicologhe che stanno iniziando un progetto sugli stereotipi di genere e stanno chiedendo alle bambine e ai bambini di esprimere una loro opinione ("sono d'accordo", "non sono d'accordo", "ci sto pensando") su alcune affermazioni posizionandosi sotto il cartello corrispondente.
La prima frase è "Le bambole sono adatte solo alle bambine": tutti i maschi si dichiarano d'accordo con questa frase, tranne Figlio1 che sostiene - con tutte le femmine - di non essere d'accordo. E questo avviene con quasi tutte le affermazioni.
"Ma allora sei gay!" afferma uno di quelli che lui considera amici. Me lo riporta, Figlio1, con il timore di aver detto una parolaccia.
"E tu come hai reagito?" gli chiedo io.
"Non ho risposto. Tanto sono abituato, con tutte le volte che me lo hanno già detto..." mi risponde lui, sereno e sorridente. E sereno e sorridente - non so se per ingenuità o per consapevolezza - lo era davvero perché la simulazione non è il suo forte. 

Da una parte ho provato un profondo moto di orgoglio per questo piccolo mostro di 10 anni che, al netto della sua capacità innata di sminuzzare le gonadi, sta crescendo in intelligenza e sensibilità.
Dall'altra parte ho provato rabbia: e no, non mi si dica sono bambini perché dietro questi bambini ci sono degli adulti con il compito di educarli e perché a 10 anni non lo sono, non lo sono se si ritengono in grado di usare un cellulare o di scegliere autonomamente cosa guardare su Netflix.
La rabbia deriva dalla consapevolezza che la strada da percorrere è ancora lunga, lunghissima, al di là dei discorsi sull'uguaglianza dei diritti di cui tutti ci riempiamo la bocca e degli arcobaleni che sfoggiamo più o meno consapevolmente sui nostri balconi e sui nostri profili social.
La rabbia cresce ancora di più quando questo discorso non viene fatto dal pensionato cresciuto a pane e maschilismo nella provincia più sperduta ma da bambini che presto diverranno adolescenti e che saranno chiamati nel giro di pochi anni a dare un indirizzo alla società. Bambini che usano il termine gay con l'intento di ferire l'altro.
Ma come possiamo meravigliarci di questo se la distinzione tra giocattoli per bambini e giocattoli per bambine è ancora presente sul più grande sito di vendite on line del mondo occidentale?
E invece bisogna farlo, bisogna meravigliarsi, incazzarsi e ribadire verità che riteniamo ovvie (e forse non lo sono) per provare a migliorare il mondo nel nostro piccolo.

Ho provato a raccoglierne in ordine sparso un campionario, ovviamente incompleto:
  • a meno che il loro utilizzo non preveda l'uso degli organi genitali, non esistono giocattoli per bambine e giocattoli per bambini (e in questo caso non sono evidentemente pensati per loro);
  • puoi piangere, non amare le macchine, non amare il calcio, amare la lettura, la poesia, i fiori, vestirti di rosa, di giallo canarino, del colore da cui ti senti maggiormente rappresentato e questo non fa di te una femminuccia;
  • puoi giocare a calcio, amare le macchine, non voler diventare una principessa, odiare moine, baci, abbracci e questo non fa di te un maschiaccio;
  • puoi vestirti come vuoi e come ti senti a tuo agio - ovviamente rispettando l'ambiente in cui ti trovi - e non per questo stai obbligatoriamente mandando un messaggio di tipo sessuale;
  • il corpo è tuo e puoi gestirlo come meglio credi con l'unica accortezza di ragionare sulle conseguenze delle tue azioni;
  • se una persona è bella, non è per forza stupida; non tutto ciò che è bello è anche buono (l'ideale del kalòs kai agathòs, l'idea per cui ciò che è bello è necessariamente anche buono, lasciamolo all'antica Grecia);
  • se una donna è bella ed è in ruoli apicali, non deve per forza averla data a qualcuno;
  • se una persona ama stare da sola, non è per forza strana, così come non è strana la persona che non ha partner anche in età adulta; 
  • se una coppia non ha figli, non hanno per forza un problema né sono degli egoisti che vogliono passare la vita a divertirsi (e anche se così fosse non sono questioni che devono riguardare gli altri);
  • se una persona ha la pelle nera o indossa un velo, non costituisce per forza una minaccia così come una persona nata in Italia non è per forza una brava persona;
  • se una persona è nata o vive in provincia non è per forza portatrice di valori sani (a differenza dei cittadini che sono dissoluti);
  • se una persona è meridionale non è per forza mafiosa, ignorante o senza voglia di lavorare. 
L'elenco potrebbe continuare a lungo, ma fa male rendersi conto che in questi stereotipi cadiamo tutti, anche non volendo, anche pensando di essere lontani anni luce da questi pensieri.
Quando riusciremo a ricordarci tutto questo?

29 ottobre 2023

Dimmi la verità

Sono lì, seduti o appoggiati di fronte a Tommaso. Non hanno neppure il coraggio di guardarlo in faccia mentre gli dicono che all'uscita del cinema hanno visto Cecilia, la sua ex ragazza di cui è ancora innamorato, mentre baciava ed abbracciava un altro, un bel ragazzo con la motocicletta e il foulard. A quel punto, Tommaso dice: "Perché siete così sinceri con me? Cosa vi ho fatto di male?" e quando si sente rispondere che loro gli stanno dicendo la verità per il suo bene, lui ribatte: "E chi vi ha chiesto niente? Queste non sono cose che si dicono in faccia. Queste sono cose che si dicono alle spalle dell'interessato, si sono sempre dette alle spalle. Ma chi vi ha chiesto niente?"

Credo di aver visto decine di volte questa scena (chi è curioso può vederla qui) tratta da "Pensavo fosse amore invece era un classe", film citato letteralmente a memoria da me e dalla mia grande sorella che condivide con me questa passione insana al limite del maniacale, che ha come protagonisti Massimo Troisi, Francesca Neri e Marco Messeri e che si conclude con un'altra considerazione che, con la sua ironia, tocca una verità profonda: 
"Io non è che sono contrario al matrimonio solo che... non lo so, un uomo e una donna siano le persone meno adatte a sposarsi tra loro... troppo diversi"

Ritorno alla considerazione iniziale sulla sincerità.

In questo tempo in cui, nonostante l'enorme sviluppo dei mezzi di comunicazione, comunicare è diventato estremamente faticoso, in cui parlarsi guardandosi negli occhi sembra quasi una scelta di resistenza rispetto alle sirene dei messaggi vocali e della messaggistica di Whatsapp, quale valore ha la sincerità? Ti dico una cosa ma senza guardarti negli occhi. Perché? Magari per paura delle tue reazioni, perché non mi sento pronto ad affrontare le conseguenze delle mie parole, perché è più rassicurante fare un monologo, per paura delle mie stesse emozioni. Certo che, in questo modo, il concetto di comunicare, ovvero mettere in comune è sicuramente depotenziato dalla mancanza di un'interazione diretta che - forse - stiamo perdendo la capacità di gestire.

Ma soprattutto quanto c'è di vero nelle parole di Tommaso/Troisi? Quanto può far male sentirsi dire la verità? E soprattutto, siamo sempre pronti ad ascoltarla e ad accoglierla?
Tommaso, in questo caso, non lo era e quasi rimprovera gli amici, i suoi amici di una vita, di essere stati troppo sinceri con lui e davvero mi sembra una protesta condivisibile: non voleva sentirsi dire come stavano le cose ma gli amici, proprio in virtù del sentimento che li lega a lui, non ne hanno potuto fare a meno.
Se sia giusto o sbagliato io non saprei dirlo.
So che, certe volte, anzi spesso, anzi sempre, bisognerebbe davvero pesare ad una ad una le parole rivolte agli altri, non per falsità o per cortesia ma per cercare di limitare i danni che le parole, bombe in attesa di deflagrare, possono fare.

Questo ce lo imporrebbe quel sentimento di umanità che dovrebbe esserci connaturato ma anche l'educazione, su cui mi tornano in mente le parole scritte da Michela Murgia in Utero in affido, uno dei racconti contenuti in Tre ciotole:

La buona educazione è addestramento alla finzione, a dire che stai bene anche se non è vero, perché in realtà nessuno vuol davvero sapere che quel giorno hai la diarrea o il reflusso. Educazione è affermare che sei lieta di fare una cosa che non vorresti fare per niente. È sorridere a qualcuno a cui vorresti spaccare la faccia, altrimenti andremmo tutti in giro con i connotati scomposti dalle botte. Il senso di responsabilità nasce dal fatto che ogni ipocrisia mancata genera conseguenze, ma il bambino il problema delle conseguenze non ce l'ha.

Se questa sincerità non mediata dall'educazione è comprensibile nei bambini (che un vecchio adagio definisce bocca della verità), lo è sicuramente meno negli adulti. Quante volte dietro  un ma io sono sincero! si cela quella mancanza di educazione che fa dimenticare di filtrare i pensieri, gettando addosso agli altri il proprio veleno che, di tanto in tanto, ha bisogno di sgorgare con violenza per far sì che chi lo ha dentro non imploda.

A proposito di bugie e di bambini mi viene in mente un episodio che ogni volta mi stringe il cuore.

Sono in quarta elementare e la maestra, la mia maestra Rosa - capelli biondi, occhi azzurri, sguardo dolce e un accento a me familiare, lo stesso della nonna da cui imparato la lingua madre - ci dà da fare una composizione sul colore verde.
A casa scrivo un tema in cui descrivo il tragitto che percorro per andare da casa a scuola soffermandomi su tutto ciò che di verde trovo, riuscendo ad individuare anche le sfumature di verde: ricordo in particolare di qualcosa che avevo descritto di colore verde oliva che ora non saprei neppure distinguere.
Arriva il momento della correzione: leggo il tema ad alta voce. 
La maestra mi dice che il tema è molto bello e mi chiede se mi abbia aiutato qualcuno a scriverlo.
Non poteva accettare che un testo così fosse stato scritto da un bambino di 9 anni.
Forse non potevo accettarlo neanche io.
Dico che sì, mi hanno aiutato i miei genitori (anche se non era vero).
La presunta verità è ristabilita grazie alla mia bugia,  ma io a 35 anni di distanza ci penso ancora (e non solo perché ho ricevuto più volte il primo premio nel campionato dei rimuginatori seriali).
Perché l'ho detta? Per non deludere la maestra, per non doverle far accettare una cosa che andava oltre il suo modo di pensare. Una bugia bianca per non essere troppo sincero con lei.  

Pino Daniele, Quando

22 ottobre 2023

Grande meraviglia

Ancora una volta parlo di libri, pagine che descrivono personaggi e situazioni che iniziano a diventare parte integrante della vita di chi dà loro vita leggendoli, pensieri e parole di cui pian piano il lettore si appropria.

"Grande meraviglia": titolo più calzante di questo era difficile da immaginare.
Meraviglia come il cognome di uno dei protagonisti, ma anche come il sentimento - ammesso che la meraviglia lo sia - che suscita questa storia, individuale e corale, in cui con estrema delicatezza si tratta di un tema potente: la salute mentale.
Meraviglia come quella suscitata da Viola Ardone che, usando un linguaggio semplice ma chirurgico e mai retorico, dà vita a personaggi umani, molto umani e allo stesso tempo simbolici: li vedi muoversi davanti ai tuoi occhi, provi simpatia - in senso etimologico - per loro, ne condividi i pensieri, le parole, le opere e le omissioni.
Una storia lunga 37 anni (dal 1982 al 2019) in cui si dipanano e si intrecciano le vite di donne e uomini che proprio grazie a questi intrecci riescono a dare un senso - per quanto provvisorio - alla propria esistenza. 

Fausto Meraviglia. un padre che sembra assolutamente inadatto a fare il padre (e forse lo è) ma è in grado di analizzare sè stesso e i propri comportamenti; un dottore che vuole davvero aiutare i pazzi del Fascione. Lui che ritiene che tante cose, tanti valori universalmente condivisi che ricordano i lanternoni di pirandelliana memoria, siano sopravvalutate; lui che invita a non proiettare e cerca di giustificare tutto con Edipo (e sembra di sentire il dottor S. così com'era descritto da Zeno Cosini ne La coscienza di Zeno di Italo Svevo); lui che si sente solo dopo una vita in cui ha tanto amato ed è stato tanto amato. 
Non ricorda (o finge di non ricordare) i nomi, fa ipotesi - sbagliate - sulle vite degli altri a cui vorrebbe imporre una direzione, ha un solo amico e insegna le parolacce sl suo assistente vocale. A volte lo vorresti prendere a schiaffi, altre volte lo vorresti abbracciare teneramente e rassicurarlo dicendogli che va tutto bene.

Elba, una bambina che porta il nome del fiume del nord e che ha la sventura di nascere in un manicomio, che lei chiama mezzomondo, che trova nella poesia la propria forma di espressione privilegiata, che deve la sua formazione alle Suore Culone. Analizza i matti, appunta le proprie diagnosi su un diario e nel frattempo cerca: cerca disperatamente la sua Mutti, cerca disperatamente di dare un senso alla propria esistenza e alla propria sofferenza, cerca l'approvazione degli altri, cerca l'amore.

E poi la famiglia di Fausto: Elvira, la moglie che lo abbandona per un altro e che lui non riesce a capire dopo averla tradita per una vita; il figlio Mattia che, novello Sant'Agostino, dopo una vita dissoluta si fa prete e che lui non riesce a capire perché gli sembra che sprechi la sua bellezza; la figlia Vera, che, dopo una vita di ribellione, decide di percorrere la strada che il padre aveva immaginato per lei e che lui non riesce a capire, proiettando su di lei la propria vita e pensandola impegnata in qualche relazione amorosa clandestina quando il mercoledì pomeriggio lascia a casa del nonno il proprio figlio Chiappariello

A fare da cornice e a regalare piccoli ma preziosi particolari ci sono poi l'infermiera Gillette e la sua rassicurante peluria sul viso, il dottor Colavolpe e Lampadina che curano i matti come andavano curati prima del 1982, e poi il giornalista Alfredo, la Sposina, la Nuova, Aldina e tanti altri.

Quello descritto è un microcosmo in cui distinguere i matti dai sani è tutt'altro che semplice, ma a corredo della storia raccontata c'è anche una profonda riflessione politica intorno alla legge Basaglia che, chiudendo i manicomi, si proponeva il nobile fine di integrare nella società i pazzi e anche quelli che non lo erano ma erano finiti in manicomio perché non conformi alla morale comune. La realizzazione di questo progetto, però, rimase una bella utopia e non saprei dire quale sia la condizione dei malati psichiatrici in questo momento, a oltre 40 anni di distanza.

Una storia fortemente centrata sui personaggi e sulle loro vite ma che spesso offre al lettore spunti di riflessione come questi sulla verità, l'infelicità, la felicità e la vecchiaia.

Tu puoi essere certa di conoscere la verità degli altri? Io no. Non ho questo potere, nessuno lo possiede, senti a me. La verità è un'ipotesi che non basta una vita per verificare.

L'infelicità degli altri, alla fine, ti entra nella radice dei capelli, si insinua sotto le unghie, è un tartaro che si incrosta tra denti e gengive, resistente come il calcare sulle fughe delle mattonelle in bagno, a lungo andare ti consuma fino a farti sanguinare i pensieri. E io l'ho praticata per troppo tempo.

La vita l'hai attraversata frettolosamente, come un ragazzo nelle sere d'estate, con l'unica paura di finire la miscela nel motorino e doverlo spingere a mano in salita fino a casa. La moglie, i figli, le donne, la politica, i pazzi: tutto è andato e venuto così in fretta che al posto delle cicatrici non ti sono rimaste che queste rughe intorno ai baffi e sotto gli occhi. Ogni cosa ti faceva divertire, all'epoca, tutto era teatro, la vita era una farsa e tu eri il primo attore. Ma la felicità è una cosa molto sopravvalutata: rende superficiali. E tu, dico all'immagine che mi osserva di fronte, a differenza di questo specchio, non hai mai avuto molta attitudine a riflettere. 

Chiuso il libro, cosa resta? Un profondo senso di gratitudine nei confronti di chi racconta storie così toccanti e un'ammirazione ancor più profonda per chi sa raccontarle in questo modo.

Niccolò Fabi, Meraviglia






15 ottobre 2023

La cura dello sguardo

Ci sono volte in cui un libro ti chiama.
Uno di quei libri che hai comprato mesi, anni fa; lo hai messo in mezzo agli altri e lui ha aspettato pazientemente il momento in cui lo avresti letto.
Non è un best seller, uno di quelli che divori perché ne hai sentito parlare tanto, perché vuoi poterne parlare anche tu.
È lì, discreto, che attende di parlarti.
E quando arriva il momento ti sembra un miracolo: è come la persona che avresti sempre voluto trovare, che ti sa ascoltare e che ti dice le cose che avresti voluto dire, riuscendo a trasformare i tuoi pensieri in parole meglio di quanto tu saresti mai riuscito a fare.
A me è successo con La cura dello sguardo di Franco Arminio.
Uno scrigno di riflessioni piccole come gocce che hanno il potere di scavare a fondo fino a toccarti, dolcemente, nervi scoperti.
Da adolescente riscrivevo frasi di canzoni o di romanzi cercando di memorizzarle e di farne dei punti saldi della mia riflessione: chissà in quale anfratto della mente sono andati a nascondersi; chissà se poi sono ancora effettivamente dei punti fermi o erano solo soluzioni provvisorie e superficiali che in quel momento mi apparivano come scogli a cui, naufrago, potevo approdare. 
Ora, che adolescente non sono più, con un gesto allo stesso tempo antico e moderno, trascrivo i pensieri che mi hanno toccato: punti saldi o soluzioni provvisorie? Lo potrò dire - ammesso che me lo ricordi - tra un po', tra anni forse, o forse mai.
E non mi meraviglio se a chi legge queste parole non dicono niente: le parole hanno un potere nascosto e deflagrante, ma devono comparire nel momento giusto, davanti agli occhi giusti, altrimenti diventano inutili. È questo il bello delle parole: non ostentano la propria forza.

I NON AMANTI. Ognuno ogni tanto fa l'elenco delle carezze che mancano all'appello. Hanno un nome preciso i non amanti, quelli che non hanno creduto al nostro corpo, che hanno scansato il nostro amore perché era poco o era troppo.

COLTIVARE. Incontrare una donna vuol dire che ci è stato assegnato un pezzo di cielo. Amare non è volere qualcosa da qualcuno, non è aspettare il desiderio degli altri, ma coltivare un pezzo di cielo qui sulla terra.

NESSUNA DISPERAZIONE. Avere tempo. Avere interesse per i dintorni. Andare ogni tanto in un paese dove non va nessuno. Andare spesso al cimitero. Costruire castelli in aria. Lasciare il telefonino per un paio di ore al giorno, astenersi una volta a settimana dalla navigazione in Rete, guardare la televisione un paio di volte al mese, comprare una cartina geografica e metterla nel salotto, parlare solo con i medici che leggono libri, dire grazie molto spesso, pensare che stare bene nel proprio corpo è molto più importante che avere successo. Infine sapere che nessun bene può impedire la disperazione e che nessuna disperazione può impedire il bene.

IL SEGRETO È SOFFIARE. Oggi ho capito  che la mia vita è veramente bellissima. Non ci credevo, non ci volevo credere, pensavo che la morte se la potesse portare via questa bellezza e invece la morte è solo una scatola poggiata nella mia stanza, io ci frugo dentro come se volessi trovare qualcosa di ulteriore. Abbiate cura di credere alla bellezza della vostra vita, è difficile che non sia bella, è veramente difficile. E non dovete combattere con nessuno, e nessuno vi deve guarire, non dovete chiudervi in una forma, ma volteggiare, trapuntare il mondo con un ago, con la testa di una farfalla. Non serve a nulla irrigidirsi, conficcarsi, il segreto è soffiare sui sentimenti, tenerli in vita assieme agli angeli e alle nuvole.

AMMIRARE. Non so quando abbiamo smesso di ammirare. È una facoltà umana poveramente decaduta. Riconoscere un maestro sembra sminuire i nostri meriti. Chi non ammira non esprime neppure gratitudine, non si scusa quando sbaglia. La costellazione della virtù è oscurata dalla passione della cattiveria. Una volta era una passione repressa, poteva saltare fuori ma tendevamo a nasconderla. Oggi ci siamo accorti che essere cattivi, indifferenti, interessati solo ai fatti nostri è un patrimonio comune, è la garanzia di essere al passo coi tempi. Ammirare è un modo per essere inattuali e oggi tutti vogliono stare sulla prua dell'epoca, ignorando che il mondo si vede meglio di lato e da dietro.

Carmen Consoli, Non volermi male

08 ottobre 2023

Quello che serve davvero

L. decora i suoi polsi con una lametta.
Lo avevo notato già lo scorso anno: il segnale più evidente erano le maniche lunghe messe anche con il caldo torrido, sostituite solo ogni tanto da una bandana posta lì dove ci sono i tagli ma non si devono vedere.
L'ho visto l'altro giorno quando è stata seduta per un po' alla cattedra vicino a me mentre riflettevamo insieme su un testo - pieno di rabbia - che aveva scritto. Guardavo quei segni senza sapere minimamente come comportarmi: L sa che noi sappiamo ma partire con la paternale mi è sembrato tanto inutile quanto controproducente, così come lo sarebbe stato porre la domanda più semplice del mondo, ovvero "Perché?".
L'istinto sarebbe stato quello di abbracciarla, ma non è opportuno per cui mi sono limitato a parlare del suo testo, aspettando invano che lei mi dicesse qualcosa.

L. si mostra sicura di sé.
Si parlava in classe di Calipso e cercavo di farli immedesimare nella psicologia di una persona che sente di avere dei meriti nei  confronti di qualcuno che ama e che è pronta ad offrire il dono più grande che si possa immaginare pur di trattenerlo a sé, ma, nonostante questo, non viene ricambiata.
Alza la mano per intervenire ed esordisce dicendo che a lei nessun uomo direbbe di no.
Mi viene da sorridere perché quella corazza impenetrabile serve in realtà a preservare un'anima di cristallo, che si potrebbe incrinare alla prima vibrazione.

Ho visto L., sempre lei, specchiarsi all'inizio di una lezione.
Stavo partendo con il consueto rituale di inizio lezione ("forza, aprite il libro a pagina..." seguito dall'immancabile eco "a che pagina prof?", "quale libro?" "profe, ma io non ce l'ho") e avrei voluto ricordarle che non siamo in un salone di bellezza e che certe cose non si fanno a scuola e che bisogna avere rispetto e blablabla. Mi è bastato rivolgerle uno sguardo di disappunto dei miei e lei, che coglie perfettamente anche il non detto, ovviamente dopo aver finito di dedicarsi a sé stessa mi dice: "Ma se io non mi sento a posto, non riesco a concentrarmi sulla lezione".

Era una banale scusa? Forse sì, ma non ne sono certo.
Sta di fatto che il libro appena aperto è stato chiuso e abbiamo parlato di narcisismo, di quanto sia importante l'immagine e di quanto il modo in cui ci vedono gli altri  - o, ancora meglio, il modo in cui pensiamo che gli altri ci vedano - possa incidere sul nostro atteggiamento, sulla considerazione che abbiamo di noi stessi e, addirittura, sulle nostre capacità cognitive.
Ho confessato la mia incapacità di capire a fondo questa esigenza perché non l'ho mai realmente intimamente condivisa, dato che non ho mai pensato che l'aspetto esteriore potesse essere un mio punto di forza (anzi, l'ho ritenuto per molto tempo uno dei miei nemici più accaniti), ma allo stesso tempo ho cercato di ascoltare il più possibile le loro parole per trovare una chiave, uno spiraglio per cogliere qualcosa in più di loro e della loro vera essenza, al di là degli atteggiamenti.

Il suono della campanella ha decretato la fine dell'ora a nostra disposizione con la solita promessa di riprendere il discorso in un altro momento ma lo so io e lo sanno loro che probabilmente questo non succederà perché, al di là del tempo, per parlare e andare in profondità è necessaria una predisposizione d'animo da parte di tutti, una comune volontà di ascolto e di condivisione che non sempre c'è perché siamo esseri umani e funzioniamo così.
Il suono della campanella, però, non ha decretato la fine del mio perpetuo rimuginare. 

Si discute di cosa possa servire alla scuola, se n'è discusso tanto in questa settimana in occasione della giornata dell'insegnante: serve abolire i voti? serve l'orientamento? serve adeguare programmi e metodi alle nuove esigenze? serve una nuova considerazione della figura del docente, al di là delle solite accuse rivolte alla categoria di lavorare poco e lamentarsi tanto?
Non lo so. 
Quello che serve davvero è, forse, una riflessione costante sul modo migliore di educare le studentesse e gli studenti che ogni giorno abbiamo davanti agli occhi ma anche una riflessione su noi stessi, su ciò che siamo, su ciò che possiamo dare e ciò che ci aspettiamo di ricevere, per imparare ad ascoltare realmente e magari, ogni tanto, riuscire anche a dire una parola giusta. 
Riflettersi per riflettere. Esattamente come fa L. 

Subsonica, Specchio
  

01 ottobre 2023

La differenza tra "Come stai?" e "Tutto bene?"

Non è un vezzo linguistico.
Non è una delle mie (pur tantissime) fissazioni.
Non è affatto la stessa cosa.
Chiedere "come stai?" è profondamente diverso da chiedere "tutto bene?".

A chi mi chiede "Come stai?" so che potrò dire la verità: penso che chi lo chiede ci tenga a te, sia disposto a condividere anche i tuoi problemi senza sovrastarti con i suoi che sono sempre, a suo dire, più gravi.
Non cerca di darti soluzioni, ma offre ascolto e comprensione (e quanto è difficile limitarsi ad accogliere l'altra persona senza porsi come l'esperto dispensatore di consigli non richiesti).
"Come stai?" lascia spazio al confronto, al dialogo.

"Tutto bene?", invece, ha per me il sapore di un convenevole, di una domanda posta di corsa e la cui risposta è indifferente; sembra quasi una domanda retorica, che indirizza l'interlocutore su una strada fatta di sorrisi di cortesia e di tristezza repressa. Quando, poi, mi viene posta quando sono visibilmente alterato, ha per me lo stesso effetto rasserenante di un fazzoletto rosso sventolato davanti al muso di un toro.
Chi avrebbe mai il coraggio di rispondere "No"?
"Tutto bene" è un quiz a risposta multipla con una sola opzione corretta.

Io ogni mattina ci provo.
"Buongiorno, ragazze! Buongiorno, ragazzi! Come state?" è il mio esordio in classe, il mio grido di battaglia, un po' come Allegria di Mike Bongiorno o come i capra capra capra di Vittorio Sgarbi.
Solitamente la prima risposta è un mugugno indistinto, uno sguardo assente e fugace ottenuto sollevando gli occhi assonnati dal cellulare; una domanda mai espressa a voce alta serpeggia nell'aula: ma questo cosa vuole?
Però poi succede che qualcuno percepisce che quella domanda non è un modo per prendere tempo o per rimandare l'inevitabile lotta quotidiana con il registro elettronico e con la password perennemente dimenticata, ma un modo per entrare in contatto, per dire che ci sono e che mi interessa la loro vita anche al di là dei libri da leggere e dei compiti da svolgere.

Non sono così illuso da attendere una risposta, ma più di una volta, in quella selva di occhi, ho trovato il barlume di chi magari aspettava che qualcuno ponesse quella domanda; sicuramente non sentirò la voce di chi parla apertamente di sé, delle sue tristezze e delle sue felicità, ma ho visto in tanti anni più di qualcuno avvicinarmisi timidamente alla prima occasione utile, aspettando di sentirsi porre nuovamente quella domanda per parlare di sé, di cosa lo affligge, di cosa lo rasserena.

Magari mi sbaglio, ma è un piccolo gesto per essere un po' più umani. 
 

Brunori Sas, Come stai

Fastidio

Io non so più cos'è normale o un'allucinazione se sono matta io. Non è che voglia litigare ma ho come l'impressione di non poter...