13 settembre 2022

Abbracciamoci (per non sentirci soli)

Se dico David Grossman, cosa vi viene in mente? Probabilmente niente, o più probabilmente Qualcuno con cui correre, bellissimo romanzo di formazione con cui ho tormentato diverse classi di studenti.

Forse non tutti sanno che (e qui parte la rubrica dell'intramontabile Settimana enigmistica) Grossman è anche autore di letteratura per l'infanzia: tra i suoi racconti - che, onestamente, ho a lungo odiato perché letti a ripetizione a Figlio1 - ce n'è uno, che si chiama L'abbraccio e che merita una lettura e una riflessione.

"Non c'è nessuno al mondo come te", dice la mamma al suo bambino che, così, scopre di essere unico e collega questa unicità alla solitudine. Gli uomini sono unici (e quindi soli) e questa caratteristica li accomuna a tutti gli altri esseri viventi: Ben - è questo il nome del bambino - lo intuisce perché vede delle formiche che da lontano sembrano camminare tutte in fila, mentre, guardandole da vicino, si accorge che ognuna di loro cammina ad un ritmo diverso e svolge una propria attività. Qual è la soluzione a questa solitudine che appare quasi esistenziale? L'abbraccio, dice la mamma di Ben. L'abbraccio è il gesto dell'accoglienza per antonomasia, è ciò che, anche solo per un attimo, non ci fa sentire soli senza intaccare la nostra unicità.

L'immagine dell'uomo formica non è rara: ne parlavano - solo per citarne un paio - Leopardi nella Ginestra e Montale in Meriggiare pallido e assorto (composta dal poeta quando aveva appena vent'anni, momento in cui molti di noi danno ancora la caccia ai Pokémon). Gli uomini, minuscoli e indifesi rispetto alla natura che li circonda e li sovrasta, si affannano nell'illusione di poter creare qualcosa di unico e di grande senza avere contezza del fatto che la loro vita e la loro capacità di intervenire sul mondo è paragonabile - appunto - a quella di una formica. Rincuorante, no? Grossman trova una via di fuga a questa condizione nel semplice gesto dell'abbraccio che, a sua volta, ha una lunga tradizione letteraria: la gioia di Dante che abbraccia il suo amico Casella o di Virgilio che abbraccia il suo conterraneo Sordello rimandano alla celebrazione dell'amicizia come sentimento nobile, forse anche più dell'amore, che fa della gratuità il suo tratto distintivo: ti sono amico, ma non chiedo niente in cambio.

Quello che ho appena trascorso è stato un week end pieno di (pochi) amici e di (molti) abbracci sinceri e in grado di porre rimedio alla solitudine. Questo è, credo, l'aspetto più bello dell'amicizia: parlare, confidarsi, sentirsi accolti, percepire che - al di là delle differenze, dell'unicità che contraddistingue la storia e il modo di essere di ognuno - c'è l'altro che ti capisce, ti fa sentire meno solo e ti dà anche la rassicurante sensazione che tutti apparteniamo allo stesso genere, quello umano, e quindi, come Terenzio diceva più di 2300 anni fa, non possiamo non interessarci agli altri uomini.

Non ho mai pensato ad una umanità fatta solo di persone legate da vincoli di amicizia: è un sentimento troppo nobile, non adatto a tutti e spesso svuotato di significato (basti pensare agli amici di Facebook, che magari sono tutto fuorché amici). Un mondo più umano, in cui, consapevoli del nostro essere effimeri ma anche del nostro essere unici e quindi soli, sappiamo trovarci e ascoltarci è, invece, un'utopia bellissima: come dice la stessa parola utopia, però, è qualcosa che non può esistere perché non è in nessun luogo. Ma noi abbracciamoci ugualmente, per non sentirci soli.

Queen, Friends will be friends 


08 settembre 2022

Settembre, andiamo! È tempo di sperare (ma anche di imprecare)

 A me è maggio che mi rovina

e anche settembre, queste due sentinelle

dell'estate: promessa e nostalgia.

Patrizia Cavalli, morta proprio all'inizio dell'estate che sta volgendo al termine, dedica queste parole a maggio e settembre: promessa e nostalgia.

Più prosaicamente, e confidando nel perdono della poeta (come la battezzò Elsa Morante), io mi fermerei al primo concetto: a me è settembre che mi rovina, da sempre. 30 giorni reali, 300 percepiti.

Quando andavo all'università, settembre era il mese dedicato agli esami che rientravano nella categoria poilifaccio: non erano esami difficili, quelli che richiedevano studio matto, disperatissimo e concentrato - come sempre - negli ultimissimi giorni quando non nelle ultimissime ore. Erano gli esami che rimandavo per pigrizia e che poi affrontavo con l'entusiasmo con cui si affronta una colonscopia.

Quando ho iniziato ad insegnare, settembre era il mese dell'attesa delle famigerate nomine dal Provveditorato (ufficio che nel frattempo ha cambiato 15 nomi): consultazioni febbrili dei siti istituzionali, loschi accordi sottobanco con gli altri aspiranti docenti, tentativi di sabotaggio nei confronti di coloro che erano più alti in graduatoria... il tutto per strappare  -  nella migliore delle ipotesi - un contratto fino al 30 giugno dell'anno successivo che avrebbe garantito un minimo di stabilità economica e psichica per i dieci mesi successivi. Correggo: solo un minimo di stabilità economica perché la stabilità psichica, in certe scuole e con certe classi, era un miraggio.

Il primo settembre è iniziato il mio diciannovesimo anno di insegnamento, l'ottavo (ma andrebbe bene anche lottavo) da docente di ruolo e il mese in questione è sempre fonte di ansie. Da bravo scolaretto, ho già acquistato della nuova cancelleria, sto pensando a qualcosa di nuovo che mi piacerebbe fare quest'anno - anche perché se dovessi fare le stesse cose potrei anche portare un cartonato con la mia veneranda immagine e inviare un audio delle mie lezioni e non escludo che qualcuno lo faccia, pur senza cartonato e senza audio preregistrato - ma soprattutto sto programmando tutto con meticolosità ben sapendo che entro dicembre andrà tutto all'aria perché non avrò considerato le migliaia di variabili che ogni giorno allietano la vita di qualunque docente. 

Le domande che mi pongo sono sempre le stesse: mi chiedo se riuscirò ad insegnare e ad imparare qualcosa, se sarà possibile intravedere una scintilla di interesse rispetto a quello che dico negli occhi e nelle menti annebbiate dalle varie Ferragni e De Filippi, se e in quanto tempo farò scomparire i vari apposto, avvolte, vabbene dai compiti scritti. Mi chiedo, poi, se riuscirò a mantenere la calma di fronte ai continui e costanti attacchi rivolti alla scuola: è di qualche giorno fa, ad esempio, la notizia della pagella di Piero Angela seguita dai soliti commenti indignati dell'utente di medio di facebook, di quelli che mi hanno buttato in mezzo ai lupi e ne sono uscito da capo branco, riassumibili con "la squola fà skifo e non serve a niente; li insegnanti sono pacati per non fare nulla; per fortuna che io ho stato furbo e mi ho letto tutte le cose ke ci nascondono sull'internet". Noterella a margine della vicenda: la scuola, nel periodo in cui l'ha frequentata Piero Angela, non era né migliore, né peggiore, ma era semplicemente diversa, come diversa era la società e diversi erano gli uomini e le donne. Fare paragoni, quindi, non ha alcun senso e non dimostra affatto che la scuola non valorizza i talenti, anche se non nego che questo possa accadere; non sono rari, inoltre, i casi di studentesse e studenti che sbocciano all'università e subiscono la trasformazione da capra in genio.

Una volta ho detto ad un mio caro amico che, di fronte ad una classe, mi sentivo come Michelangelo di fronte ad un blocco di marmo: non con lo scalpello e il martello (purtroppo) ma con la lettura avevo la speranza di trasformare quella massa ancora informe in un'opera d'arte. Ovviamente la reazione fu uno sguardo che voleva dire "Povero illuso", ma, finché continuerò a coltivare questa speranza, sarà bello aspettare l'inizio della scuola, nonostante settembre.

PFM, Impressioni di settembre

04 settembre 2022

Non è un social per vecchi

"Ciao, ragazzi! Eccomi qua! Vi do il benvenuto sul mio canale ufficiale di Tik Tok".
Sono ormai tre giorni che guardo compulsivamente il video dell'apertura dell'account dell'uomo che sussurrava alle dentiere sul social network per ggenteggiovane® (qualora lo abbiate perso e vogliate farvi del male, lo trovate qui) e non riesco a farmene una ragione. Sono state fatte analisi di vario genere: è stato analizzato il suo linguaggio e la comunicazione non verbale, il numero di follower ottenuti, è arrivata la risposta degli utenti di tik tok che, sostanzialmente, lo hanno trattato come il nonno rintronato che è un facile bersaglio di prese in giro quando alza un po' troppo il gomito.
Da parte mia, ho provato un senso di disagio accompagnato da una grande rabbia.
Per usare il linguaggio dei giovani, quel video si potrebbe definire cringe, imbarazzante in modo inimmaginabile: ha mostrato in maniera plastica i livelli a cui può arrivare la politica italiana a destra, a sinistra e al centro senza (quasi) alcuna distinzione. I leader politici cercano di usare i nuovi media senza avere reale contezza del loro corretto utilizzo, ottenendo in questo modo risultati grotteschi: immaginate Leopardi che - improvvisamente redivivo - decide di comparire in tv, mezzo a lui sconosciuto, per farsi intervistare da Barbara d'Urso o Van Gogh che pubblica i suoi selfie su Instagram. I risultati sarebbero disastrosi e loro, pur geniali, farebbero figure meschine (un po' come Leonardo da Vinci in Non ci resta che piangere). L'unico che avrei visto bene è Ungaretti su Twitter: in 280 caratteri avrebbe scritto una intera raccolta di poesie.
Se poi si pensa che i destinatari di queste buffonate sono la cosiddetta Generazione Z, la farsa si trasforma in una tragedia: per essere vicini ai giovani non basta fare le voci stupide o - come fa l'Uomo Verde - fare le dirette a mezzanotte fingendo, per mostrarsi brillanti, di accettare gli scherzi degli utenti che aggiungono occhiali da sole e improbabili cappellini. Sembra che vogliano parlare con dei deficienti a cui dare il contentino, usando - come direbbe Dante - la lingua del pappo e dindi, cioè la lingua infantile, per entrare in contatto con loro. Altrettanto imbarazzanti sono quei politici che aprono un account tik tok ma precisano che loro non lo useranno in maniera stupida come gli altri, ma proporranno libri e cultura, il che equivale a dire vado su Youporn e carico video di bacini sulle guance e lezioni di semiotica.
La verità è che i giovani sono fuori dal radar dalla politica e il disinteresse è reciproco: forse è stato sempre così ma ora si avverte maggiormente la distanza che separa coloro che iniziano ora la collezione dei primi timbri sulla scheda elettorale e chi decide le loro sorti. Usare i loro mezzi di comunicazione, provare a parlare come loro non dà a nessuno la patente di paladino dei giovani: penso a cosa succederebbe se entrassi in classe e mi rivolgessi alle alunne e agli alunni chiamandole fra, bro e zio. Sarei immediatamente internato.
Ascoltare le loro istanze, provare a immaginare realmente un Paese per giovani, investendo sul futuro pur salvaguardando il presente e il passato; argomentare le proprie posizioni parlando con chi ha 18 anni, senza parlare per slogan, mostrarsi pronti a rispondere alle loro domande e - una volta al governo - mantenere quanto si è promesso, senza arroccarsi dietro scuse e motivazioni espresse in un linguaggio volutamente incomprensibile, il latinorum di manzoniana memoria, strumento di potere di chi, in realtà, non sa far altro che usare i propri minuscoli privilegi per schiacciare chi è sotto di sé. Questo, forse, ridarebbe credibilità alla politica che, invece, non sa far altro che guardare il proprio ombelico fingendo, invece, di guardare lontano senza saper usare il binocolo che viene evidentemente usato al contrario.

Zen Circus, Ok boomer

31 agosto 2022

Mare fuori: una non-recensione e qualche considerazione

Con colpevole ritardo sto guardando su Netflix una serie, Mare fuori, già trasmessa negli anni scorsi dalla Rai e di cui è in previsione una terza stagione nel prossimo autunno. 

Lo confesso: la mia resistenza serale sul divano varia ultimamente (e per ultimamente intendo negli ultimi 10 anni) tra i 15 e i 30 minuti, salvo eccezioni per film horror banali, maratonementana e serie tv particolarmente coinvolgenti come, appunto, questa. Senza spoilerare niente, la serie è ambientata nell'istituto penitenziario minorile di Napoli, in cui si intrecciano storie di degrado e di speranza di ragazze e ragazzi di origine ed estrazione sociale diversa. Per alcuni versi, Mare fuori è troppo italiana come direbbe Stanis La Rochelle (e se questo nome non vi dice niente SHAME ON YOU): in una fiction italiana che si rispetti non possono mancare storie d'amore travagliate ma destinate a finire bene nonostante il mondo remi contro, personaggi e situazioni che devono necessariamente far ridere, buchi di trama profondi tipo Fossa delle Marianne. Tutto questo non manca a Mare fuori che, comunque, riesce a risultare interessante e a toccare temi sensibili, uno fra tutti il destino quasi segnato di chi vive in situazioni di deprivazione sociale: se hai la sfortuna di nascere in determinati contesti, sei quasi condannato a ripercorrere le strade, spesso accidentate, di chi ti ha preceduto e di chi ti circonda.

Questa sorta di determinismo sociale mi mette in crisi: ma è davvero così? Davvero - senza arrivare a conclusioni estreme e stereotipate - se nasci in condizioni di disagio, il disagio ti è impresso nel DNA? Penso al racconto La città involontaria di Anna Maria Ortese che descrive il cosiddetto III e IV Granili, un palazzone che si ergeva nella periferia di Napoli e che sembra anticipare le Vele di Scampia; penso a Corviale, il gigantesco edificio romano oggetto poi di una importante riqualificazione raccontata nel film "Scusate se esisto!" con Paola Cortellesi. La mente, poi, non può non andare a Mery per sempre, uno dei primi film (siamo nel 1989) che affronta le questioni della detenzione minorile scegliendo di approfondire un tema - quello delle persone transgender - su cui 35 anni fa c'era decisamente un'attenzione diversa.

Di fronte a queste situazioni, al netto della tara che va fatta per capire che molto spesso narrativa e cinema impongono delle semplificazioni per cui bene e male sono due categorie non comunicanti tra loro, fatta eccezione per i passaggi di stato da cattivo buono il cui modello è Pinocchio, accanto al senso di impotenza, mi assalgono i dubbi. Posso fare qualcosa in prima persona per evitare che questo accada? Probabilmente no, ma non smetterò mai di credere nel ruolo della cultura, quella che è contrapposta allo stato di natura, quella che non è erudizione che - come dico sempre ai miei malcapitati studenti - serve solo per vincere ai quiz televisivi, quella che insegna a vivere, che ti fa capire realmente cosa siano l'empatia e la resilienza, parole tanto di moda quanto incomprese. L'altra arma a disposizione è quella dell'esempio: genitori ed educatori che usano violenza, arroganza, prepotenza nelle parole e negli atti influenzeranno necessariamente - e forse in maniera inevitabile - le nuove generazioni che perpetueranno comportamenti sbagliati in una spirale destinata a ripetersi fino a quando qualcuno non ha la forza o il coraggio di spezzarla. 

E no, non è vero che finisce sempre bene, come nei film: anche se è consolante assistere al lieto fine in cui il bene vince sul male (è di qualche giorno fa la notizia della Cina che ha imposto l''happy ending al film Minions 2), la retorica dell'andrà tutto bene, come scrivevo altrove, ha fatto più danni della grandine. Esserne consapevoli non vuol dire essere pessimisti; esserne consapevoli aiuta, invece, a non attendere un aiuto dall'alto, sia esso il caso o la Provvidenza, a rimboccarsi le maniche per cercare di fare ognuno la propria parte, per quanto piccola o insignificante possa apparire.

Caparezza, Una chiave

28 agosto 2022

La paura del vuoto

Me lo ricordo bene il tardo pomeriggio della domenica durante le mie estati passate sul Gargano.

La messa celebrata all'aperto, i villeggianti del fine settimana che riponevano ombrelloni e sedie nelle loro auto e si apprestavano a ritornare in città, le persone che giocherellavano con i gettoni o le schede telefoniche in attesa di poter usare le cabine disposte in file ordinate in pineta.

Era un tempo diverso, in cui non eravamo compulsivamente connessi con gli altri: ricordo che al momento della partenza per il mare ero felice perché per un mese non avrei sentito suonare il telefono, il citofono, il campanello della porta. Ci si preoccupava degli altri dedicando loro il pensiero, dedicando loro ogni pensiero che occupava i giorni tra una telefonata ed un'altra; c'era il tempo di metabolizzare le gioie e le sofferenze perché la possibilità e la necessità di comunicare non erano così compulsive come lo sono ora. La scelta dei destinatari delle cartoline, poi, era un vero e proprio impegno, così come lo era la scelta delle parole: formule convenzionali per i nonni, promesse di rivedersi presto per gli amici e le amiche più care, mezze parole d'amore per la persona amata lontana. Una volta spedite, la parola ritornava all'immaginazione: la cartolina tra le mani del destinatario, la sua reazione; il momento in cui sarei tornato a casa, i miei che aprono la cassetta strabordante di posta e io che individuo, tra buste e volantini, le cartoline destinate a me.

Attesa. È una parola che ora ci fa paura. Mando un messaggio su whatsapp: perché non mi risponde subito? Controllo tutto: l'ultimo accesso, se è online, se lo ha letto. Abbiamo fretta, sempre fretta, come il Bianconiglio. Abbiamo perso la capacità di aspettare: acquistiamo su Amazon e siamo abbonati a Prime perché così l'oggetto che desideriamo arriva il giorno dopo. E se provassimo a rallentare? Ho riscoperto, ad esempio, la bellezza di frequentare la libreria della mia città; ci vado per acquistare un libro (e poi ne esco almeno con due, ma questa è un'altra storia...), pronto a sentirmi dire che il libro non c'è e va ordinato. E alimento il gusto dell'attesa.

Vorrei uscire dalla logica del bordello, quella per cui pago e ottengo immediatamente ciò che voglio, senza dover attendere o impegnarmi per raggiungere il mio obiettivo. Bisognerebbe tornare a corteggiare i nostri oggetti del desiderio.

Silenzio. È un'altra paura che ci attanaglia nonostante sia - come scrive Vera Gheno nel suo libro Le ragioni del dubbio che vi consiglio con la stessa forza con cui vi intimo di non mettere il parmigiano sulla pasta col tonno - una delle forme di comunicazione e non assenza di comunicazione. Lo abbiamo scoperto tutti durante il lockdown e abbiamo provato ad esorcizzarlo improvvisando show al limite (e talvolta anche oltre il limite) dell'imbarazzo sui nostri balconi. Ora il silenzio è diventato anche uno strumento di potere: il ghosting è una delle forme più subdole di violenza che esista e si nutre proprio del nostro essere così assuefatti ad una comunicazione costante e frastornante. I silenzi, le pause sono fondamentali anche nella musica: in qualunque spartito le pause sono perfettamente codificate e vanno rispettate con la stessa attenzione e precisione con cui si suonano le note. Va considerato come il tempo in cui riprendere fiato, in cui riflettere su ciò che ci è stato detto e su ciò che possiamo a dire a nostra volta.

C'è stato un tempo in cui ricevevo e spedivo lettere (l'ultima credo di averla scritta, ormai, dieci anni fa ma mi piacerebbe riprendere questa abitudine): aprire la busta - pratica che ormai richiama alla mente solo la De Filippi - guardare la grafia del mittente, talvolta accarezzare il foglio per sentire il tratto più o meno calcato, cercare di leggere anche sotto le cancellature, riflettere su cosa scrivere, scrivere, rileggere, cancellare, riscrivere. E dopo aspettare, rispettando il tempo più o meno lungo di silenzio che intercorreva tra una lettera e l'altra. E no, non avevo fretta di ricevere la risposta, sapendo che sarebbe prima o poi arrivata e non temevo quel silenzio perché non era un tempo vuoto ma era lo spazio dell'immaginazione.

Depeche mode, Enjoy the silence

25 agosto 2022

Devianza in abbondanza

Ieri sera, in preda ai fumi dell’alcol (condizione indispensabile per sopportare la presenza continua e costante da un mese di BestiadiSatana1 e BestiadiSatana2, anche noti come Figlio1 e Figlia2) la conversazione a tavola è virata sui rapporti di parentela nelle famiglie di Topolino e Paperino. Ho solo osato chiedere se Nonna Papera fosse sorella di zio Paperone e lì si è aperto un mondo. 

A guardare bene, non c’è una dannata famiglia tradizionale nelle pagine di Topolino: molti single, qualche fidanzato (lasciamo stare la coppia Orazio-Clarabella, ovvero cavallo-mucca, che farebbe sobbalzare un Pillon qualunque) ma nessuno, proprio nessuno, unito nel sacro vincolo del matrimonio.

Per non parlare di Qui, Quo, Qua: a parte che andrebbe tolta la potestà genitoriale a chi chiama così i propri figli e bisognerebbe stringere la mano alla madre a al suo parto trigemellare, esattamente di chi sono figli? Perché Paperino li ha perennemente in casa? Perché poi Paperino, Paperoga e Gastone hanno uno stesso zio, ma nessuno ha genitori? 

La società descritta, poi, non è migliore: i tre paperi succitati (quello che è preda di accessi incontrollati di ira, quello che è oggettivamente un disagiato e l’ultimo che - per usare un francesismo - ha più culo che anima) non lavorano  e sono evidentemente percettori del reddito di cittadinanza altrimenti non potrebbero vivere; insieme a loro c’è un plutocrate, la cui ricchezza non ha una spiegazione ma che probabilmente ha fatto fortuna fondando, nella periferia di Paperopoli, la ridente  Paperopoli 2 con tanto di Lago dei cigni. A fare da corollario c’è anche un inventore che crea qualunque cosa ma che nessuno paga e che, probabilmente in preda alla disperazione, parla con Edy, una lampadina che lo aiuta nelle invenzioni.

Leggendo le storie di questi personaggi sono cresciute generazioni di donne e uomini e non credo che nessuno si sia fatto condizionare nelle proprie scelte di vita da un fumetto. Perché ora, invece, siamo così ossessionati dai modelli che passano attraverso TV e social media? Non sappiamo più distinguere la finzione dalla realtà? Siamo davvero tutti così insicuri e suggestionabili? Perché Pippo e Pluto sono entrambi cani, ma uno parla ed è bipede e l’altro abbaia ed e quadrupede? Ma soprattutto, sono l’unico a vedere del torbido nel rapporto tra Ciccio e Nonna Papera?


Giorgio Gaber, La strana famiglia

22 agosto 2022

Il miracolo del nulla

 Forse un mattino, andando in un'aria di vetro

arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:

Chiudo gli occhi: immagino una mattina invernale, una di quelle mattine in cui l'aria è così tagliente e pulita da sembrare un vetro. Ci cammino dentro, come se avesse una propria consistenza, come se potessi librarmi sospeso a mezz'aria. Come ogni miracolo, non è detto che accada, non è detto che accada a me, non è detto che mi accada in questa vita: mi volgerò indietro, guardando alle mie spalle, verso quella parte di realtà che è inevitabilmente esclusa dalla mia conoscenza.

il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro

di me, con un terrore da ubriaco

Il miracolo è la rivelazione della verità, la rivelazione di ciò che a me  - come a tutti - è precluso, qualcosa dalla cui conoscenza siamo esclusi, come la mela proibita che Eva colse dall'albero (perché Adamo non ne aveva il coraggio). Ma questa rivelazione è sconvolgente, spaventosa: dietro di noi c'è il nulla, un burrone, il vuoto: il mio sentirmi prescelto come destinatario di un miracolo si trasforma in modo improvviso e imprevisto: mi sento spaesato, senza punti di riferimento, barcollo come un ubriaco, ho paura.

Poi come s'uno schermo, s'accamperanno di gitto

alberi case colli per l'inganno consueto

Il nero, il vuoto, la spaventosa verità non può essere sopportata a lungo: tutto, nel giro di un batter d'occhio, di gitto, torna ad occupare il proprio posto abituale: gli oggetti riprenderanno ad esistere e a sembrare veri anche se avrò capito che saranno solo finzione, irreali come immagini proiettate su uno schermo.

Ma sarà troppo tardi; ed io me n'andrò zitto

tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto

Non mi faccio più ingannare: io ormai lo so che la realtà, una volta sfuggita ai nostri sensi, non esiste. Voglio dirlo a tutti, vorrei urlarlo, ma, come negli incubi peggiori che turbano le notti, non ho voce, non riesco ad urlare, la mia bocca si apre ma non produce suono. 

Rassegnato ad essere l'unico depositario di questo terribile segreto, provando pena e allo stesso tempo invidia per gli uomini che non si voltano, non si interrogano e pensano che la realtà sia quella che si vede, continuo ad andare in quest'arida, fragile aria di vetro, con una consapevolezza  - ed un fardello - in più.

(Eugenio Montale, Forse un mattino andando in un'aria di vetro, 1923: qui si può ascoltare recitata dall’autore)

Franco Battiato, Il vuoto

Fastidio

Io non so più cos'è normale o un'allucinazione se sono matta io. Non è che voglia litigare ma ho come l'impressione di non poter...