29 settembre 2024

Odi et amo

Odi et amo. Quare id faciam fortasse requiris.
Nescio, sed fieri sentio et excrucior.

Spiegare due versi? E cosa ci vorrà mai? 
Non stai mica operando a cuore aperto.
Non stai mica passando la tua giornata in cantiere a spostare mattoni o a lavorare la terra sotto un sole cocente o sotto una pioggia incessante.
Non stai mica prendendo decisioni da cui dipende la vita di tante persone.
Eppure ogni volta che devo spiegare questo breve testo di Catullo (così come mi capita quando devo spiegare Dante o Leopardi o Montale) mi sento addosso responsabilità e fatica perché vorrei riuscire a far capire a chi in quel momento mi è davanti - e magari sta pensando alla sua vita al di fuori, alla maglietta che indosso, alla persona che spera di incontrare nei corridoi - quanto è importante quella poesia, quanto è profondo quel concetto, quanto ci possono aiutare quelle parole quando magari di parole non ne abbiamo per definire come ci sentiamo.

Già le prime due parole ci aprono un mondo. 
Odio e amo? In realtà no: anche se l'antitesi è apparentemente efficace, non è proprio questo ciò che voleva dire Catullo: amare in latino allude all'attrazione fisica per un'altra persona più che al sentimento (che si esprime con bene velle, cioè voler bene). Odio questa donna ma allo stesso tempo ne sono attratto fisicamente, non posso liberarmi dal pensiero di lei. 
Si potrebbe anche notare che manca completamente qualsiasi riferimento all'oggetto di questi sentimenti: tutto si concentra sul soggetto, le condizioni circostanti contano poco. Il poeta, dunque, parla di sé ma parla a donne e uomini di ogni tempo, lacerati da questa guerra interiore.

C'è qualcun altro in questa poesia: un interlocutore - non sappiamo chi sia - che cerca di ricondurre tutto alla razionalità: forse tu mi chiedi perché io faccia questo. C'è una ragione - chiede a Catullo - per questo stato di lacerazione emotiva in cui ti trovi per cui il corpo dice una cosa e il cuore ti porta altrove?

La risposta di Catullo è quella che darebbe chiunque: Nescio, ovvero Non lo so: l'unica cosa che lui sa è che questa cosa sta accadendo: è qualcosa su cui non si ha alcun potere. Leggiamo proprio l'impotenza di chi si trova in questa situazione: non è qualcosa che io faccio, qualcosa su cui io ho potere decisionale. È una cosa che avviene, che io subisco e significativamente fieri è la forma passiva del verbo fare in latino e significa sia accadere sia essere fatto. Ciò che accade è qualcosa che ci piomba addosso, qualcosa che non abbiamo voluto, è una situazione in cui ci siamo trovati e non sappiamo neppure noi come sia stato possibile.

Mi accorgo che sta accadendo - dice il poeta - ed excrucior.
La sensazione che emerge prepotente da questa parola non è tanto (e solo) quella di una sofferenza emotiva: anzi, la sofferenza è proprio fisica. Excrucior vuol dire sono crocifisso: innanzitutto dobbiamo liberare la nostra mente da ogni implicazione religiosa per il semplice motivo che Catullo vive prima dell'età cristiana; in secondo luogo va ricordato che, nel mondo romano, la crocifissione era una punizione piuttosto consueta e riservata agli schiavi.
Che cosa c'è, allora, in quel verbo? 
C'è l'idea della schiavitù d'amore (la mia pena è quella inflitta agli schiavi proprio perché avverto su di me il giogo della passione); c'è l'idea di una sofferenza fisica e allo stesso tempo di impotenza (le mani e i piedi inchiodati alla croce, oltre a far male, inibiscono qualunque possibilità di azione); c'è l'umiliazione di soffrire davanti a tutti (le crocifissioni avvenivano in pubblico; allo stesso modo Catullo non può nascondere lo stato di prostrazione psicologica al suo interlocutore che gli chiede come mai faccia questo).
C'è un modo per tradurre tutti questi significati in una parola sola? Probabilmente no.

In realtà in questo post avrei voluto parlare di due poesie di due miei autori-faro, ovvero Dino Buzzati e Franco Arminio, rispettivamente sull'odio e sull'amore, ma poi si è risvegliato il classicista che è in me e quindi niente: sarà per un'altra volta.


22 settembre 2024

Inferno

"L’inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n’è uno, è quello che è già qui, l’inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l’inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa in mezzo all’inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio"
Rileggo "Le città invisibili" di Italo Calvino per una cosa bellissima che farò da qui a qualche giorno e mi imbatto nel finale in questa frase.
E mi chiedo cosa sia l'inferno.

L'inferno non è quello di Dante, anche se è bellissimo perdersi nei gironi, nelle bolge, nelle storie degli ignavi, di Francesca e Paolo, di Pier delle Vigne, di Brunetto Latini, di Ulisse e Ugolino.
L'inferno sono gli altri, diceva Paul Sartre.
L'inferno sono le aspettative che ci creiamo sugli altri e che vengono disattese.
L'inferno è inseguire l'irraggiungibile perfezione.
Le fiamme dell'inferno ci lambiscono quando riempiamo fino all'orlo la nostra vita, non lasciando spazi vuoti per coltivare il silenzio, l'assenza, noi stessi e ciò che c'è di immateriale.
La ricerca dell'approvazione altrui a scapito di ciò che siamo veramente.
La perenne proiezione verso il futuro.
Il continuo rivolgersi al passato.
La sofferenza per ciò che avremmo voluto che fosse e non è stato.
La certezza che ciò che vorremo non sarà.
Tutto questo è inferno.

Ma Calvino ci indica una strada: non assuefarci al nostro inferno, ma conoscerlo: se vuoi sapere quanto buio hai intorno - scrive - devi aguzzare lo sguardo sulle fioche luci lontane. E cosa sono queste fioche luci lontane?
Ciò che non è inferno.
Le persone che ci sono sempre anche quando non sono presenti fisicamente.
Quelle che accolgono il nostro modo di essere e non giudicano.
Le persone con cui possiamo condividere i nostri malesseri.
Vivere saldamente nel presente, l'unico tempo su cui abbiamo potere.
Godere dei sorrisi, degli abbracci, del silenzio.

Siamo in mezzo alle fiamme con un estintore in mano.




15 settembre 2024

Ventuno prime volte

Ci risiamo.

Era il 2004: varcavo per la prima volta un’aula scolastica e incontravo una classe che avrei avuto davanti per tutto l’anno.

È il 2024: il rito si ripete sempre uguale per la ventunesima volta e la sensazione è esattamente la stessa. Lingua felpata - in perfetto stile Fantozzi - sudorazione fuori controllo e ansia gioiosa (o gioia ansiosa): cosa racconterò a queste 50 pupille che mi fisseranno? Preparo tutti i miei bei discorsi su libertà di parola, rispetto, gentilezza, partecipazione che tanto so perfettamente che non pronuncerò mai.

Penso ai miei studenti che affronteranno un ennesimo primo giorno, a quelli più piccoli che entreranno per la prima volta nella scuola dei grandi, ai loro sentimenti, ai loro desideri, a cosa vorrebbero, a cosa vorrebbero evitare; penso a chi fa già il conto alla rovescia per il 10 giugno e a chi, invece, trova nella scuola un rifugio, un conforto, un’occasione di riscatto. Penso anche alle colleghe e ai colleghi che sono alla prima esperienza: da una parte provo invidia per la bellezza di un nuovo inizio, penso che se fossi in loro potrei evitare errori che ho fatto in passato per l'inesperienza (bilanciata dell'entusiasmo), ma dall'altra non so se vorrei essere al loro posto. Forse sì.
Penso anche a chi non sa ancora se, dove e quando lavorerà quest'anno: gli ostacoli da superare per diventare insegnanti sono sempre più alti (e talvolta insensati) e la elefantiaca burocrazia italiana ci mette del suo. Delle due, l'una: o si arriva a scuola motivatissimi, o ci si arriva con l'affabilità di Jack Nicholson in Shining.

I miei studenti, dicevo. Li posso vedere tutti in viso, ma spesso e volentieri le loro fragilità rimangono ugualmente nascoste, segrete, sconosciute anche a loro stessi, salvo poi esplodere in modi e tempi inaspettati. E mi chiedo se sarò pronto ad accoglierli, ad aiutarli, a spronarli; se sarò in grado di mostrare loro, a tutti loro, la bellezza del sapere, del confronto, anche dello scontro purché rispettoso e, accanto a questo, la ricchezza della letteratura che parla di noi anche quando ci sono millenni che ci separano da ciò che leggiamo. Se riuscirò a convincerli che, in fondo, ma proprio in fondo, la scuola non è cattiva, è che la disegnano così. 

E poi ci sono i programmi, la burocrazia, gli adempimenti, le cose che non si possono rimandare, quello che non si vuole fare ma si deve, quello che si vorrebbe fare ma non si può.

Tutto questo sembra avere il sopravvento, ma lo nascondo dietro il “Buongiorno” migliore che io riesca a pronunciare.

Un nuovo anno, una nuova occasione per imparare e cercare di fare (del) bene.

(Per i miei lettori più attenti: sì, lo so che non si fa. È sbagliato riprendere post vecchi, cambiare qualcosa e spacciarli per nuovi. Per chi non se n'è accorto: fate finta di non aver letto quello che ho appena scritto)

Niccolò Fabi, Costruire

08 settembre 2024

Lettera

Caro ex ministro, caro Gennaro,
immagino le ambasce in cui ti sei trovato nel momento in cui hai pubblicato la tua ultima storia su Instagram, quella in cui ti allontani dal tuo ufficio ministeriale camminando su un tappeto rosso mentre tante persone ti salutano battendo le mani.
Il dilemma è stato: "Faccio sentire gli applausi scroscianti oppure scelgo come colonna sonora la voce flautata di Baglioni che canta Così vai via... non scherzare, no...?"

La tua relazione affettiva con Maria Rosaria Boccia è diventata nelle ultime settimane il vero centro di gravità permanente di tutto il giornalismo italiano; per poter dare spazio all'intervista in cui, in lacrime, chiedevi scusa per il tuo comportamento, Rai1 ha deciso di rimandare di qualche minuto l'appuntamento quotidiano con i pacchi, rischiando una rivolta popolare.
Tutte le perle che ci hai regalato durante il tuo ministero sono passate in secondo piano.
Hai detto che Dante è stato il fondatore del pensiero di destra. Ma in fondo a tutti può capitare di farsi trascinare dall'ideologia e trarre conclusioni non condivisibili.
Hai votato per i libri del Premio Strega nel 2023 senza averli letti, o meglio avendoli letti ma riservandoti del tempo del leggerli meglio. Ma in fondo a chi di noi non è capitato di parlare di un libro che in realtà non ha mai letto?
Hai affermato che Cristoforo Colombo circumnavigò la terra influenzato dalle teorie di Galileo. Ma in fondo un po' di confusione sulla cronologia la abbiamo fatta tutti.
Hai collocato Times Square a Londra. Ma lo sappiamo: la geografia, ormai, non la studia più nessuno.

Niente di grave, perché in fondo tutti possono sbagliare?
No.
Sono dell'idea che i politici debbano essere migliori di me, non uguali a me. 
Se qualcuno mi deve rappresentare, deve prendere decisioni per me, pretendo che sappia più cose di quante ne sappia io, che sia in grado di intessere rapporti meglio di quanto faccia io, che sia più diplomatico di me, che abbia più capacità di problem solving di quanta ne abbia io (il che non è molto difficile). A questo deve corrispondere uno stipendio adeguato, affinché i politici possano dedicarsi esclusivamente al proprio lavoro e non abbiano voglia di cercare altri modi, magari illegali, per arricchirsi.

Tutto questo, però, ti è stato perdonato dall'opinione pubblica.
Ma non la relazione con Maria Rosaria Boccia.
E non solo o non tanto perché com'è stato detto, ti sei reso ricattabile condividendo dettagli legati ad eventi istituzionali con persone che non avrebbero dovuto conoscerli, ma perché l'Italia è - sostanzialmente - un Paese di vizi privati e pubbliche virtù, un Paese di uomini e donne intolleranti nei confronti delle storie extraconiugali di persone in vista ma che poi si nutrono di gossip, di storielle di corna e di falò di confronto.
E si perdona ancora meno se i protagonisti di questa storia sono un uomo che ha una vaga somiglianza con Papà Pig e una donna che usa Instagram come una quindicenne e che ha una palese voglia di telecamera; ovviamente, i giornalisti si accaniscono maggiormente sulla donna, definita bambolona o - con un umorismo ed un gusto del calembour da seconda elementare - pompeiana. Addirittura, qualcuno ha rievocato nostalgicamente lo spirito di Silvio, che faceva ciò che voleva ma certo non poteva essere tacciato di usare i soldi pubblici per divertirsi, visto che non gli mancavano risorse private.

So che del senno di poi sono piene le fosse, ma, come hai accusato il tuo social media manager di aver confuso i secoli con i millenni quando si trattava di festeggiare i 2500 anni di Napoli, non avresti potuto dire che c'è stata una confusione tra Maria Rosaria Boccia e Francesco Boccia, che volevi nominare il senatore PD come commissario ai grandi eventi ma poi un tuo segretario ha commesso un errore ed ha chiamato il Boccia sbagliato?

Resto in attesa del tuo libro, annunciato a fine luglio, Le gaffe degli altri. Immagino che ora non ti mancherà il tempo per rileggerlo.

Sinceramente tuo.

Claudio Baglioni, Amore bello


01 settembre 2024

Prontuario di ovvietà per il primo settembre

Ci sono giorni che significano qualcosa anche se sono solo giorni come gli altri sul calendario.
Giorni in cui bisogna per forza dire qualcosa, esserci.
Ricorrenze che si devono celebrare con ovvietà.
Alzi la mano chi, a Capodanno, non ha mai pronunciato la frase "Anno nuovo, vita nuova".
Alzi la mano chi, a Pasqua, non ha mai pronunciato la frase "Natale con i tuoi, Pasqua con chi vuoi".
Alzi la mano chi, a Pasquetta, non ha mai pronunciato la frase "Che tempo di m***a!"

Visto che provo un profondo senso di gratitudine nei confronti di chi sottrae un po' di tempo alle proprie attività interessanti per leggere le mie masturbazioni cerebrali (cit.), voglio regalare a tutti una breve lista di frasi fatte e considerazioni da usare oggi, per potersi sentire uguali agli altri e per poter dire la propria in qualunque conversazione. 
Il loro funzionamento è garantito, un po' come quello del d'altra parte è così quando si vuole dire la propria senza averne alcuna voglia o alcun titolo.
Tutti abbiamo usato queste frasi: non dobbiamo vergognarcene (a meno che non continuiamo ad usarle anche nei giorni successivi):
 
  • Il vero capodanno è il primo settembre
  • Nei supermercati ci sono già i panettoni
  • Wake me up when september ends
  • Back to school nelle sue varianti:
    • genitore che, usando un linguaggio bellico, già immagina il proprio piccolo guerriero (il figlio) che affronta la battaglia più importante della propria vita (il primo anno di materna);
    • genitore che, con sgangherato entusiasmo, festeggia il fatto che fra poco potrà parcheggiare finalmente il nano da qualche parte;
    • chiunque che, con malcelata invidia, gongola per il fatto che sono finiti i tremesidiferie dei docenti.
  • Settembre, andiamo. È tempo di migrare (per gli amanti della poesia un po' nostalgici)
  • A me è maggio che mi rovina / e anche settembre, queste due sentinelle / dell'estate: promessa e nostalgia (per gli amanti della poesia un po' snob)
  • Quante gocce di rugiada attorno a me
  • Quest’anno ho deciso: farò [inserisci proposito a caso che sarà disatteso non più tardi del 5 settembre].
  • Da oggi mangio sano/mi metto a dieta/ mi iscrivo in palestra
  • Quando le prossime vacanze?
  • Ora ci vorrebbe una vacanza per riprendersi dalla vacanza
  • E anche questo agosto ce lo siamo tolto dai c****oni (per i più imbruttiti)
Non ringraziatemi.

Earth, wind and fire, September

25 agosto 2024

Ricordi di fine estate

Il rumore dei freni che stridono invade le orecchie.
L'odore del ferro penetra le narici e arriva in gola.
È arrivato il momento dell'abbraccio, del "ci vediamo l'anno prossimo", del groppo alla gola.
Il treno riparte e, pian piano, riprende velocità.
Rivolgo un'ultima occhiata alla mano che saluta dal finestrino e scendo dalle scale tutte sconnesse, guardando bene a terra per evitare di pestare qualcosa o, peggio, di cadere. Non voglio certo passare l'ultima settimana di vacanza fermo a casa.

Per tanti anni, è stato questo il rituale degli ultimi giorni di vacanza, ripetuto più volte per ogni amico che andava via.
Ho passato circa venti estati della mia vita a San Menaio, paesino di mare sul Gargano, e l'inizio e la fine di agosto si ripetevano sempre uguali. 
I primi giorni sapevano di felicità di rivedersi e sembravano brevissimi: il tempo non bastava mai per fare tutto ciò che si voleva. Ci scrutavamo per vedere come eravamo cambiati, in quegli undici mesi di non frequentazione, il corpo, gli atteggiamenti, la voce; si ascoltavano storie spesso inverosimili, raccontate da chi sapeva che non ci sarebbe stato modo di verificarne la veridicità
I comitati organizzativi per la notte di San Lorenzo e per il Ferragosto iniziavano subito a lavorare, infaticabili: voi cercate la legna per il falò, tu compri le birre, tu porti la chitarra.
Quello con la chitarra ero sempre io: con un altro paio di persone, sentimentalmente irrisolte come me, facevo da colonna sonora alle approfondite visite otorinolaringoiatriche delle coppie che mi erano intorno, ma, in fondo, ero felice così.
Il bagno di mezzanotte del 15 agosto segnava inevitabilmente l'inizio della fine, il momento dello scollinamento, la consapevolezza che quel mese di ferie stava andando verso la fine.
I primi amici, soprattutto delle città del nord, per me allora un sogno proibito, iniziavano a ripartire.
Diminuiva lentamente ma inesorabilmente la fila ai tanti telefoni pubblici che costellavano la pineta.
Le giornate si accorciavano, ma sembravano più lunghe perché già vuote.
Il sole forte, violento, quasi crudele lasciava spazio a nuvole sempre più cariche di pioggia.
Alla sabbia asciutta, rovente si sostituiva la sabbia resa pesante dall'umidità, quella che ti resta attaccata addosso ed è difficile da togliere.
Il suono della chitarra iniziava a rimbombare, come in una stanza vuota.
Vedo i cartelloni dei gelati pieni di X: i gelati che sono finiti difficilmente torneranno perché ormai la stagione è finita. Bisognerà accontentarsi del Piedone alla fragola che hai snobbato per tutta l'estate oppure essere disposti a percorrere tutto il lungomare finché non trovi il bar che ha ancora a disposizione quello che mi piace.
Arrivano le prime piogge, talvolta violente, ma esco lo stesso, incurante dell'ombrello rotto, portato dai miei genitori perché non si sa mai e dell'abbigliamento quanto meno discutibile (felpa in acetato con cerniera, costume, calzini di spugna e ciabatte (le scarpe erano solo per i più chic).
Non posso perdermi questi ultimi scampoli di libertà illimitata di cui godo quando sono al mare, quando le regole familiari sembrano non esistere: tra poco tutto tornerà alla normalità, mi richiuderò in casa rinunciando quasi completamente alla vita sociale ed è strano pensare che sarò la stessa persona che, in questo mese, è stato in casa solo per mangiare e dormire. 

Mentre vado alla stazione, gli occhi scorrono sui muri un po' scrostati, pieni di manifesti che iniziano a scolorire e su quelle scritte non proprio da abbecedario (Nick puzza - Nick merda) che sono state le mie prime letture quando avevo quattro anni. Di anni ne ho qualcuno in più ma le scritte sono ancora a lì.

Vedo il treno che arriva in lontananza e so già come andrà: ci scriveremo qualche lettera nei primi giorni, proveremo a sentirci sfidando le ire dei nostri genitori per il costo altissimo delle chiamate interurbane.
Assorbiti dalle nostre vite, poi, ci dimenticheremo di scriverci, di sentirci, magari anche di pensarci; un altro agosto arriverà e saremo pronti a rivivere tutto, sempre uguale e sempre impercettibilmente diverso.

San Menaio, stazione di San Menaio.

Brunori Sas, Guardia '82


18 agosto 2024

Sliding doors

Arriverà il giorno in cui una persona saggia e potente deciderà che l’overthinking deve essere considerato uno sport olimpico e io, quel giorno, sarò lì a battere cassa per avere tutte le medaglie che mi spettano e diventare il Michael Phelps di questa disciplina.

L’ultima mia impresa? Una riflessione sulla creazione.

Lasciamo stare il tema del chi ci ha creato (Dio, il Caso, Peppino di Capri): è una questione troppo complessa che porta con sé implicazioni religiose e scientifiche di difficile gestione. 
Il dove è una variabile interessante: immagino una scena da film in cui c’è un mappamondo che gira e qualcuno bendato che punta il dito a casaccio per stabilire dove vedremo la luce per la prima volta. Che sia a Manhattan, in Botswana o a Codroipo (paese che porta con sé una maledizione per gli anagrammi) non importa a nessuno: quello è stato scelto e quello ci tocca. Il luogo di nascita ci influenza: essere più vicini ai centri di potere, ai luoghi da cui parte tutto può renderci la vita più semplice. Certo, qualora siamo nati altrove, nessuno ci vieta di spostarci, ma dovremo sempre considerare che a questo si accompagnerà un senso di sradicamento, di nomadismo, velato di un senso di colpa difficilmente eliminabile.
Pensiamo al come, piuttosto: usando una terminologia da informatici, noi abbiamo un hardware e un software: il primo è il nostro corpo, il secondo la nostra mente.

Quando si assembla un qualunque oggetto, ci possono essere difetti di fabbrica e così anche nell’uomo. Comincio io: ho occhi da vecchio, spalle strette e fianchi larghi, disposizione tricotica piuttosto bislacca. Niente di invalidante, per carità, ma comunque piccole cose con cui fare i conti e che devi imparare ad accettare.
Più interessante il software: tutti abbiamo un file del tipo sopravvivenza.exe dopodiché il resto della programmazione dipende dall’ambiente in cui viviamo e, solo in un secondo momento, da noi.
Nascere in un dato ambiente culturale o sociale, nascere ricchi o poveri, nascere sotto le bombe o nella bambagia fa la differenza; essere circondati di persone e di affetto, avere a disposizione tanti libri o non averne nessuno, avere una strada già segnata da seguire, dover lavorare per sopravvivere o poter contare sui soldi di mamma e papà fa la differenza. Su tutto questo non abbiamo alcun potere: con un termine altamente scientifico, l’insieme delle condizioni che determinano il nostro punto di partenza si può definire culo.
A questo punto entriamo in gioco noi.
Con una sorta di effetto farfalla ogni azione che abbiamo compiuto, ogni scelta che abbiamo fatto, ogni parola che abbiamo scelto di pronunciare o di tacere ha condizionato il nostro futuro: se, ad esempio, nel 1986 avessi condiviso la merenda con il mio compagno di banco, ora potrei essere multimiliardario; se avessi detto a quella persona ciò che pensavo veramente, ora la mia vita sarebbe altrove o magari non esisterei più.
Ovviamente, quando agiamo, è impossibile immaginare tutte le conseguenze a lungo termine delle nostre azioni: scegliamo ciò che ci sembra migliore in quel momento ignorando dove ci porterà l’azione compiuta.
Va anche detto che la nostra possibilità di scelta non è infinita e siamo messi, talvolta, di fronte a muri invalicabili che condizionano inevitabilmente la nostra vita: quando si dice che impegnandosi si può ottenere qualunque cosa si voglia, in realtà si mente perché non si tiene conto delle condizioni di partenza o, comunque, di quelle che esulano dalle nostre possibilità. Machiavellianamente, si può avere tutta la virtù che si vuole, ma se manca la fortuna le nostre capacità, pur eccezionali, sono destinate a rimanere inespresse.
Penso a Sliding doors,  un film che ha segnato la mia generazione e mi soffermo a riflettere su quante volte, dopo aver metaforicamente preso o perso un treno, ho pensato a cosa sarebbe successo se avessi fatto la scelta opposta. Si entra in un labirinto in cui non c'è Arianna che tenga. L'unico filo che salva è la convinzione di fare la cosa giusta (dove giusto non è inteso in senso morale, quanto piuttosto nel senso di giusto per noi in quel momento) e il pensiero che guardare la vita degli altri e paragonarla alla propria ha poco senso perché ognuno vive in condizioni proprie, fa scelte che altri sono precluse, si perde in un ginepraio che, spesso, è solo il proprio. 

Caparezza, La scelta


Fastidio

Io non so più cos'è normale o un'allucinazione se sono matta io. Non è che voglia litigare ma ho come l'impressione di non poter...