24 settembre 2023

Uscire dalla competizione

La ricreazione è il momento che amo di più.

Lo amo da docente, perché, nella scuola che ho frequentato, negli anni in cui l'ho frequentata, la ricreazione non c'era per cui eri costretto a mangiare in perfetto stile Fantozzi nella clinica dimagrante e a trattenerla il più possibile fino a vincere il prestigiosissimo premio vescica d'oro.

Dicevo, amo la ricreazione perché vedo le studentesse e gli studenti della mia scuola che vagano per i corridoi, riprendendo quel vecchio rituale che dalle mie parti si chiama fare lo struscio, altrove si chiama fare le vasche: detto in parole povere, continuano a girare in senso antiorario nei corridoi della scuola guardandosi attorno e facendosi guardare.

Ovviamente tutto questo riguarda solo i più spigliati: gli altri sono in aula solitamente a giocare, qualcuno a chiacchierare con una cerchia ristretta di compagni e vi posso giurare di aver visto l'altro giorno una ragazza che leggeva un libro durante l'intervallo. Un libro, capite? Avrei voluto andare lì ad abbracciarla.

Guardo questo rituale e noto qualcosa che mi colpisce: ognuno cerca di emergere, di uscire dalla massa, di giocare le sue carte migliori in una sorta di speed date perpetuo dove solo chi si fa notare ha possibilità di sopravvivere.

L'impressione è quasi quella di una lotta darwiniana alla sopravvivenza e penso inevitabilmente al mondo naturale (grazie, Piero Angela! Sei stato l'unico a dare uno sprazzo di scienza alla mia vita da triste letterato!): penso ai fiori dai colori sgargianti finalizzati a farsi notare dalle api o agli uccelli dai piumaggi variopinti che li rendono preferibili in una selezione a fini riproduttivi. Una perenne competizione, quindi, che vedrà uno prevalere sugli altri. 

Competizione è un termine strano perché, etimologicamente, non ha in sé alcuna idea di graduatoria ma solamente di andare nella stessa direzione (pètere) insieme (cum), per raggiungere uno stesso fine, tipo Gianmarco Tamberi e Mutaz Barshim che, alle Olimpiadi di Tokyo del 2021, decisero di concludere la gara a pari merito aggiudicandosi entrambi l'oro. Questa è l'immagine perfetta di una competizione in senso etimologico all'interno di una competizione nel senso che la parola ha assunto nel linguaggio quotidiano. D'altra parte, come diceva l'ingegnere americano William Edwards Deming, la competizione porta alla sconfitta. Persone che tirano la corda in due direzioni opposte si stancano e non arrivano da nessuna parte. 

Guardando le studentesse e gli studenti, sorrido, penso che sia necessaria tutta l'energia propria della adolescenza per vivere così e tiro un sospiro di sollievo all'idea di aver superato più o meno indenne quella fase della mia vita; la cosa si fa più inquietante quando vedo questi atteggiamenti nei miei coetanei che spesso assumono l'aspetto di patetici pavoni che fanno la ruota con la coda un po' scolorita, in un delirio di (presunta) perpetua giovinezza, nel tentativo di prevalere sugli altri.

Per carità, non c'è nulla di male in assoluto nel volersi affermare, nell'ambizione (altro termine etimologicamente interessante), ma credo che ad un certo punto della propria vita ci si dovrebbe sentir liberi di uscire dalla competizione, rinunciare al piumaggio da acchiappo (all'uomo è data questa possibilità che è preclusa all'animale) e dedicarsi ad altro, al perfezionamento individuale, alla cura dei rapporti umani, al proprio benessere fisico e mentale. O, in alternativa, per citare l'amato Pirandello, diventare forestiere della vita, colui che, avendo capito le regole del gioco e la loro assurdità, si isola e guarda gli altri giocare. Detta così, sembrerebbe quasi che ci si debba trasformare negli umarell che, mani incrociate dietro la schiena, osservano i lavoratori dei cantieri scuotendo la testa perché loro, quel lavoro, lo avrebbero fatto diversamente, ma, in realtà, nella rinuncia alla competizione c'è anche altro: c'è indulgenza verso sé stessi, le proprie mancanze e i propri errori, ma anche voglia di essere (e non di mostrarsi) e di dare la giusta e meritata attenzione all'unica persona con cui, volenti o nolenti, dovremo passare la nostra intera vita: noi stessi.

17 settembre 2023

Una piccola galleria degli orrori: le chat dei genitori

Ci sono messaggi che è brutto ricevere.

"Raccomandata. Atti giudiziari"
“Dobbiamo parlare”.
“Le comunichiamo che ha terminato la disponibilità sulla carta di credito”.

Ma nessun messaggio è spaventoso come “Sei stato aggiunto alla chat” soprattutto se è una chat di genitori. 

Quando dicono alle persone senza figli “Tu non puoi capire perché non hai figli” solitamente mi ribello. In questo caso no. Sono esperienze al confine tra il lisergico e il mistico, inspiegabili a chi non le prova sulla propria pelle.

Quasi silenti fino a qualche settimana fa, questi luoghi virtuali di morte e disperazione stanno nuovamente iniziando a riemergere

Ho provato a raccogliere i casi umani trovati nelle varie chat:
  • il superorganizzato: sa sempre prima di tutti orari, libri da portare, nomi dei docenti, pettegolezzi su tutto il personale scolastico, soldi da raccogliere, iniziative a cui partecipare. Ogni tanto ti viene da chiederti se lui o lei abbia una vita al di fuori della chat o sia una sorta di Intelligenza artificiale creata solo per rispondere ad ogni esigenza dei genitori, sopratutto quelli più ansiosi.
  • L'ansioso: il 16 agosto chiede se la maestra Pinuccia ha già comunicato se il quaderno deve essere a righe o a quadretti e se qualcuno ha già trovato il libro di scienze; il 20 settembre si preoccupa del regalo di Natale agli insegnanti, a Natale si preoccupa per il regalo di Pasqua e a Pasqua per il regalo di fine anno. Così in un loop infinito che avrebbe bisogno solo di una cosa per concludersi: xanax.
  • Il boomer: ha sempre un’immagine (solitamente orrida, supercolorata e con almeno una scritta fatta con word art) per augurare buongiorno, buonanotte, buona domenica, buon onomastico e così via. Praticamente è la versione irritante dell’almanacco del giorno dopo.
  • Il P.R.: “Andiamo a mangiare una pizza?” “Portiamo i bambini a prendere un gelato?” “Chi c’è oggi al parco?”. Crea sondaggi su whatsapp come un Renato Mannheimer qualunque che vanno rigorosamente deserti, o al massimo ricevono una risposta da qualcuno che non aveva ancora inforcato gli occhiali prima di leggere i messaggi su whatsapp ed ha premuto un tasto a caso.
  • Il tuttologo: è esperto di ogni campo dello scibile umano. Conosce la legislazione scolastica, l'orario delle classi di tutta la scuola, i nomi dei cani degli insegnanti e il numero di scarpe. Non è dato conoscere la fonte delle sue conoscenze, ma alla fine diventa come l'oracolo di Apollo: tutti si rivolgono a lui con cieca fiducia, pronti anche a fondare una nuova religione che lo venera come unica divinità.
  • Il creatore di sottogruppi: visto che non basta la chat principale, con un certo grado di sadismo e con un fare losco, quasi massonico, c'è sempre il genitore che crea gruppi paralleli. Come una sorta di deep web, in questi meandri oscuri, con strettissima selezione all'ingresso, il creatore di sottogruppi organizza aperitivi (o più probabilmente - ho i brividi al solo scriverlo - apericene) segreti, ma soprattutto crea un luogo in cui commentare in modo malefico i messaggi degli altri genitori, o i loro outfit  - certe volte effettivamente imbarazzanti - per andare ad accompagnare i pargoli a scuola. Controindicazioni: si rischia di mandare un messaggio su una chat sbagliata, creando un casino mostruoso che potrebbe rendere orgoglioso il buon Putin. 
  • Lo sgrammaticato: ha una media di 5 errori ogni due parole, abbonda con i puntini di sospensione, scrive come se fosse Max Pezzali sotto anfetamine negli anni ‘90 (xk, cmq, mi disp, qst, qll)
  • Il vispo: qualcuno pone la domanda Ma per domani quali pagina di storia bisogna studiare? Gianfilippo non lo ha segnato. HELP. Il vispo, che improvvisamente si riscuote dal suo torpore e si rende conto che esiste una chat dei genitori e che lui ne fa parte, inizia a leggere tutti i messaggi e a rispondere compulsivamente (spesso con un utilissimo non lo so) anche a messaggi di tre mesi prima. Se fa uno sforzo, riesce anche a capire che le persone che lui trova davanti a scuola e che si sbracciano all'uscita dei pargoli, non sono figuranti di una pubblicità di deodoranti, ma sono altri genitori come lui. Ma questo è già un livello successivo di comprensione.
  •  Il buono e il cattivo: come Yin e Yang, poliziotto buono e poliziotto cattivo, proteine e carboidrati, per mantenere l'equilibrio c'è bisogno dei due opposti anche nelle chat. C'è chi sparge veleno indifferentemente su chiunque (insegnanti, sistema scolastico, ministro, Papa, Dio) e, a fare da contraltare, chi, con la sua costante buona parola per tutto e tutti, farebbe apparire Heidi una temibilissima bulla di quartiere. Senza l'uno non può esserci l'altro, pena lo sconvolgimento dell'ordine, caos, morte e distruzione.

A questo punto le cose sono due: o non si fanno figli (con buona pace del ministro Roccella) o si silenziano i gruppi; se siete, però, in una di questa chat, la prima ipotesi è ormai impraticabile.
E soprattutto, se nelle vostre chat non trovate alcun caso umano, è molto probabile che il caso umano siate voi.

Rocky Horror Picture Show, Time warp

10 settembre 2023

Ma esistono amori facili? (Spoiler: No)

"M'accorgo che correndo verso Y ciò che più desidero non è trovare Y al termine della mia corsa: voglio che sia Y a correre verso di me, è questa la risposta di cui ho bisogno, cioè ho bisogno che lei sappia che io sto correndo verso di lei ma nello stesso tempo ho bisogno di sapere che lei sta correndo verso di me"

X e Y hanno appena avuto una discussione per telefono e, quando X ha detto di volerla lasciare, Y ha risposto piccata che avrebbe chiamato Z, un vecchio rivale in amore di X. A quel punto cade la linea e X decide di prendere la macchina per andare da Y e parlarle di persona: il viaggio è l'occasione per riflettere sull'amore, su ciò che ci si aspetta dell'altro e sulla difficoltà di comunicare in maniera semplice e chiara i propri pensieri e i propri sentimenti.
È Italo Calvino a raccontare questa storia nel racconto L'avventura di un automobilista,  contenuto nella raccolta dal titolo Gli amori difficili, pubblicata nel 1970.
Il titolo del volume potrebbe far pensare ad un libro romantico e i titoli dei racconti potrebbero far pensare ad una narrazione quasi epica, visto che tutti rimandano ad avventure i cui protagonisti sono, però, persone comuni (un soldato, due sposi, una bagnante, un miope e così via).
In realtà non si tratta di un libro romantico né di un libro eroico o almeno non in senso stretto: protagonisti delle storie sono personaggi appartenenti alla quotidianità che vivono le loro avventure amorose, caratterizzate dall'impedimento, dall'assenza, dalla irrealizzabilità.

Ci sono Arturo ed Elide, due sposi che a causa dei loro turni di lavoro non si incontrano mai, ma si cercano nell'assenza

Elide andava a letto, spegneva la luce. Dalla propria parte, coricata, strisciava un piede verso il posto di suo marito, per cercare il calore di lui, ma ogni volta si accorgeva che dove dormiva lei era più caldo, segno che anche Arturo aveva dormito lì, e ne provava una grande tenerezza.

Ci sono Amedeo, Amilcare e Antonino che trovano rispettivamente in un libro, in un paio di occhiali e in una macchina fotografica gli oggetti che rendono i loro amori difficili.

Il primo, Amedeo, con la lettura ha un rapporto quasi morboso, al punto da ritenere che nulla eguagli il sapore di vita che è nei libri, preferendo, quindi, la vita letta alla vita vissuta: in spiaggia incontra una donna che lo costringe - suo malgrado - a mettere da parte la lettura anche se il libro rimarrà sempre il suo reale oggetto del desiderio, anche nel momento in cui i due stanno avendo un rapporto.

Amedeo, pur sempre nel trasporto dei suoi abbracci, cercò di avere una mano libera per mettere il segnalibro alla pagina giusta: non c'è nulla di più noioso, volendosi rimettere a leggere in fretta, che dover star lì a sfogliare senza ritrovare il filo.

C'è poi Amilcare che è diventato miope e a causa di questo non riesce più a godersi la vita perché non ne coglie più tutti i particolari: il problema banale ha una soluzione semplice, ovvero indossare un paio di occhiali, ma questo oggetto, che permette ad Amilcare di vedere il mondo, lo rende invisibile al mondo. Tornato nel suo paese natale, nessuno più lo riconosce per via degli occhiali, nemmeno Isa, la donna da lui amata forse di un amore non corrisposto, o comunque difficile, la donna a causa della quale si era staccato dal suo paese natale: i loro occhi si incontrano nel passeggio serale lungo il viale principale ma quando lui, grazie agli occhiali, la vede, lei, a causa degli occhiali, non lo riconosce; quando lui toglie gli occhiali per farsi riconoscere, liquida con un saluto frettoloso Isa non avendola riconosciuta.

Amilcare Carruga si sedette. Di tutto il paesaggio la notte lasciava in piedi solo delle gran fasce d'ombra. Gli occhiali, a metterseli o a toglierseli, lì era proprio lo stesso. Amilcare Carruga capiva che quell'esaltazione degli occhiali nuovi era stata l'ultima della sua vita, e adesso era finita. 

È una macchina fotografica, invece, a frapporsi tra Antonino e Bice: l'uomo, che in un primo momento, bolla l'eccessivo uso di questo strumento come una follia, ne diventa egli stesso vittima, ponendosi come unico obiettivo quello di fotografare ogni aspetto della realtà fino a coglierne, quasi rubarne, l'essenza profonda. Bice, la ragazza che accetta di fargli da modella, intreccia con lui una relazione amorosa che dura fino a quando lei non si rende conto che lui la fotografa continuamente e, spaventata da questa ossessione, lo lascia.

Antonino cadde in una crisi depressiva. Cominciò a tenere un diario: fotografico, s'intende. Con la macchina appesa al collo, chiuso in casa, sprofondato in una poltrona, scattava compulsivamente con lo sguardo nel vuoto. Fotografava l'assenza di Bice.

Ritorno al punto di partenza.
Spesso ci si trova nella situazione di X, in cui vorremmo che la persona amata capisse i nostri pensieri, interpretasse i nostri silenzi, anticipasse i nostri bisogni; tante volte amiamo nonostante l'assenza (o forse proprio grazie ad essa); altrettante volte l'amore è impedito da qualcosa che sembra esterno a noi e, invece, ci appartiene, ci possiede, ci condiziona anche se non ce ne rendiamo conto.

Tutto questo rende gli amori difficili.

La letteratura assolve alla sua funzione quando ci parla, quando tira fuori qualche sentimento, quando, leggendo un testo, diciamo: "Ma guarda, è quello che avrei sempre voluto dire io ma non ho mai trovato le parole".
Leggendo Gli amori difficili ho provato una sensazione di benessere, quasi di calore: la sensazione di non sentirmi solo ad affrontare la difficoltà degli amori e di trovare negli eroi quotidiani che popolano queste pagine, in Arturo, Elisa, Amedeo, Antonino, Federico, dei compagni di sventura, delle persone che convivono con amori immaginati, impediti, lontani, assenti, nella consapevolezza che, come scrive lo stesso Calvino, nel non incontrarsi delle coppie protagoniste dei racconti consiste non solo una ragione di disperazione ma pure un elemento fondamentale - se non addirittura l'essenza stessa - del rapporto amoroso.

Sergio Liberovici, Canzone triste

03 settembre 2023

Le cose che ho imparato questa estate

  • Lei che bacia lui che bacia lei che bacia me si vedono solo frequentando locali per scambisti
  • Aver tempo per leggere ti fa venire voglia di leggere ancora di più. Non avere tempo per leggere crea un'enorme frustrazione
  • Le beatificazioni post mortem sono ridicole quanto inutili
  • Le fragole solo con la panna e lo champagne, altrimenti non sei nessuno.
  • I treni che vanno da Roma a Foggia fermano a Benevento e sono infestati dalla presenza di Lanzichenecchi che disturbano i distinti signori vestiti di blu che leggono Proust
  • In fondo, Cappuccetto Rosso, andando nel bosco, un po' se l'è cercata
  • Alcune lontananze avvicinano; altre lontananze ti permettono di considerare le cose alla giusta distanza e dare il giusto peso a persone, sentimenti, situazioni
  • Questa non è Ibiza
  • Sembra che pubblicare uno scontrino ti renda un rispettatissimo Robin Hood in grado di ripristinare la giustizia sociale
  • Morgan si sta piano piano trasformando in Vittorio Sgarbi
  • Per ottenere un facile successo editoriale è sufficiente esprimere - in un italiano anche un po’ stentato - un po’ di concetti omofobi e razzisti, facendosi poi passare per vittima di censura da parte del pensiero unico e dei poteri forti
  • I cantanti preferiti dall'utente medio dei social sono indubbiamente Sinéad o' Connor e Toto Cutugno
  • Non ci fai una gran figura se lasci la promessa sposa spiattellando davanti a tutti i suoi tradimenti ma augurandole ugualmente una buona vita
  • Se non facciamo attenzione, Pino Insegno fra poco prenderà il nostro posto anche nel letto
  • Uno dei problemi che assilla maggiormente le persone è il tappo della bottiglia di plastica che non si stacca.
  • (Questa è per pochi) Se pianti un seme di carota, abbi pazienza e vedrai la pianta crescere, anche quando tutti gli altri ti diranno che la pianta non crescerà
  • I panzerotti, quelli pugliesi, andrebbero tutelati come patrimonio dell'Umanità
  • Con l'avanzare dell'età apprezzo sempre di più il silenzio
  • Cher (ma non solo lei) usa l'autotune, ma se si stacca sono guai seri
  • Di alcuni morti siamo tutti eredi: sta solo a noi far nostro il patrimonio lasciato e cercare di dividerlo e moltiplicarlo
  • Gianni Morandi ha scritto “Uno su mille” pensando alle piante di basilico lasciate da sole in casa durante l’estate
  • Settembre, accompagnato dalla sua adorabile nostalgia, prima o poi arriva e quest'anno ha portato con sé un gioiello: la nuova canzone di Brunori.
Brunori Sas, La vita com'è

27 agosto 2023

Scomparse (ovvero un consiglio su un libro e su un podcast)

740.
Sono le pagine che compongono il romanzo che mi ha fatto compagnia negli ultimi giorni, ovvero "La verità sul caso Harry Quebert" scritto da Joël Dicker e pubblicato nel 2012.
8.
Sono gli episodi del podcast "La scomparsa" incentrati sul caso di Emanuela Orlandi e curati dai giornalisti Antonio Iovane e Massimo Lugli (si possono ascoltare qui o su Spotify o su Onepodcast o in molti altri luoghi e laghi). L'ho ascoltato correndo la mattina sul lungomare, cercando di non assumere le proporzioni di un dirigibile durante la mia vacanza pugliese.
Cosa hanno in comune le due storie?
Entrambe parlano della scomparsa di una ragazza di 15 anni in circostanze misteriose; entrambe affrontano un caso di diverse decine di anni fa; entrambe presentano al proprio interno piste diverse e divergenti, ma la differenza essenziale (e triste) è che la storia di Dicker è un romanzo ed approda ad una soluzione, la storia di Emanuela Orlandi, dopo quarant'anni, è ancora un mistero.

Il romanzo è un classico giallo, uno di quelli che si leggono senza difficoltà ma che con difficoltà si abbandonano ed ha una trama piuttosto semplice: Marcus Goldman, scrittore in cerca di ispirazione, va a trovare il suo vecchio professore Harry Quebert che, poco dopo, sarà accusato di aver ucciso una quindicenne, Nola Kellergan, il cui cadavere viene casualmente ritrovato nella sua proprietà.
Goldman, però, è convinto dell'innocenza del suo amico Quebert, autore di un best seller dal titolo Le origini del male e farà di tutto per dimostrarlo, anche a costo di scoperchiare un vaso di Pandora che coinvolgerà Aurora, la placida cittadina del New Hampshire in cui è ambientata tutta la vicenda.
Non voglio fare spoiler, ma, per riassumere il contenuto, cito un breve capoverso che si trova nelle pagine finali del libro, che parla anche di amicizia, del mondo dell'editoria, della scrittura e dell'intreccio di relazioni assurde - e talvolta tossiche - che si possono generare all'interno di piccole comunità in cui è importante conservare l'apparenza, nascondendo la verità come polvere sotto il tappeto. 
    È la storia di due genitori che rifiutano di vedere la verità a proposito della loro creatura.
    È la storia di un ricco rampollo che, negli anni della giovinezza, ha distrutto con la violenza i sogni di un ragazzo, e da allora vive perseguitato da quel gesto.
  È la storia di un uomo che sogna di diventare un grande scrittore, e che si lascia lentamente consumare dalla propria ambizione.

La storia di Emanuela Orlandi, invece, è tristemente nota a tutti: il 22 giugno del 1983 la quindicenne che vive a Città del Vaticano scompare in maniera misteriosa facendo perdere ogni traccia di sé. La sua storia sembra intrecciarsi con quella di Mehmet Ali Agca, autore dell'attentato a Papa Giovanni Paolo II del 13 maggio del 1981, con quella della banda della Magliana e con il terrorismo internazionale. Tante le tracce seguite, altrettanti i tentativi di depistaggio e i mitomani che hanno cercato di avere un momento di celebrità sulle spalle di Emanuela e della sua famiglia che, dopo quarant'anni, è ancora in attesa di una risposta.
Iovane e Lugli ricostruiscono gli eventi in maniera minuziosa ma chiarissima e mai noiosa, ricostruendo contesti, avanzando ipotesi e smontando tesi. Il merito da ascrivere ai giornalisti è quello di far venire voglia a chi ascolta di saperne di più , di approfondire e di andare avanti nell'ascolto (che però, inesorabilmente, dopo 8 episodi da circa 30 minuti ciascuno, si conclude.

L'aspetto su cui mi sono spesso soffermato a riflettere, ascoltando e leggendo, è stata la sofferenza di chi si trova coinvolto in situazioni del genere che sono in grado di cambiare in un solo attimo la vita di una famiglia  o di un intero paese e l'ingordigia di chi - mass media in primis - travalica ogni confine etico, supera ogni scrupolo morale per poter trarre il proprio tornaconto da una storia di dolore, senza curarsi del male provato se non per sfruttarlo economicamente spettacolarizzandolo.
Homo homini lupus si è sempre detto e un fondo di verità, sicuramente, c'è.
  
Eric Clapton, Tears in heaven

16 agosto 2023

Tre ciotole (e il disgusto per il cordoglio social)

“È una scrittrice mediocre, ma comunque RIP”.

È uno dei tanti, irritanti messaggi che hanno riempito i social dopo la morte di Michela Murgia.

Un pietismo fastidioso, una partecipazione esibita solo per dire “io c’ero” ma totalmente privi di significato e di sentimento, espressi soprattutto da chi ha colto l’occasione per vomitare ancora un po’ di veleno, sentendosi però assolto dal “la terra ti sia lieve” scritto al termine di un post fatto di accuse generiche e offese gratuite.

Il fastidio fisico che ho provato leggendo tutti questi messaggi mi ha spinto a fare l’unica cosa che, per me, ha avuto senso.

L’ho comprato appena uscito, ma per leggere “Tre ciotole” ho aspettato il momento giusto, cioè il momento del suo cambio di stagione, citando il titolo dell’ultimo dei dodici racconti che costituiscono il libro.

A parte il pugno dello stomaco del primo racconto (“Espressione intraducibile”) che funge da chiave di lettura di tutto il libro perché dà la cifra di quanto ogni racconto sia calato nella realtà e dalla realtà tragga ragione di esistere, ho trovato una scrittura precisa, senza fronzoli ma mai banale con in più l’idea suggestiva dei racconti che si richiamano tra loro per piccoli o grandi particolari, come succede, ad esempio, nella serie “Black mirror”. I punti di vista opposti dei fidanzati che si lasciano sono raccontati in “Il senso della nausea” e in “Ricalcolo percorso”; il dramma privato del dottore che nel già citato “Espressione intraducibile” dà alla sua paziente la diagnosi di neoplasia al rene è ripercorso in “Volto non riconosciuto”.

Murgia sa definire con pochi tratti figure forti che si imprimono nella mente del lettore come la primipara attempata che odia i bambini (e ne spiega i motivi) di “Utero in affido” o le diversissime madri delle due adolescenti interdipendenti ed autolesioniste di “Grazie dei fiori”.

E non sono riuscito a non sentire un inestricabile nodo in gola leggendo l’ultimo racconto in cui si parla di vestiti appesi ad alberi e regalati agli amici, vestiti appartenuti ad una persona che non c’è più.

La risposta migliore al commento “È una scrittrice mediocre, ma comunque RIP” la prendo in prestito dalla chiusura di uno dei racconti: “Le cose che non possono essere nascoste non sono tre, ma quattro: uno starnuto, la bellezza, la povertà e il fatto che uno è una merda”.

Una sola parola: gratitudine.

Franco Battiato, Testamento

11 agosto 2023

Se i gatti scomparissero dal mondo

"Per ottenere qualcosa, bisogna sacrificarne un'altra".
Secondo mamma era ovvio, eppure le persone cercavano sempre di ottenere qualcosa senza sacrificare un bel niente. Quello però si chiama furto, quando qualcuno ci guadagna e qualcun altro ci perde. Si tratta di una felicità costruita sull'infelicità altrui. Sono le leggi che regolano il mondo.

Immaginate per un attimo di aver appena avuto una diagnosi che vi lascia poco tempo da vivere.
Immaginatevi soli e disperati.
Immaginate che, improvvisamente, un tipo bizzarro, con camicia hawaiana ed occhiali da sole si presenti come il diavolo e vi proponga uno scambio: la vostra vita si allungherà di un giorno a patto che voi acconsentiate a far sparire qualcosa dal mondo.
Il protagonista di questa fiaba, scritta da Kawamura Genki una decina di anni fa, posto di fronte alla difficile scelta, riflette sul tempo scivolatogli tra le mani, sulle occasioni perdute, sul rapporto con una madre affettuosa e un padre silenzioso ed emotivamente distante, sulle parole non dette, ma soprattutto su quanto l'uomo, quanto lui stesso, sia egoista ed egoriferito tanto da essere disposto a privare tutti di qualcosa pur di allungare la propria vita di ventiquattro misere ore. 
Il breve romanzo, che mescola l'ironia con il dramma ed è imbevuto di cultura giapponese, costringe chi lo legge a riflettere su tanti aspetti della vita e lo fa con quel misto di purezza e di crudeltà tipico delle fiabe prima che Walt Disney le ammorbidisse con quel buonismo un po' melenso e che ci ha fatto credere che nella vita tutto è o bianco o nero (senza le infinite sfumature di grigio... no, non sono cinquanta, quella è un'altra storia) e che i nostri modelli dovevano essere principi valorosi e principesse bellissime (tertium non datur). Quanto vale la nostra vita? Cosa siamo pronti a sacrificare per continuare a vivere? Perché non diamo importanza a ciò che abbiamo se non quando siamo consapevoli del fatto che lo stiamo perdendo?
E poi, comprendere che noi siamo il frutto delle nostre scelte e nient'altro (e che il diavolo che noi ci figuriamo non è altro che la versione alternativa di noi, frutto delle scelte opposte a quelle che abbiamo effettivamente fatto).
In tutto questo c'è spazio per Lattuga e Cavolo, i gatti del protagonista, che assumono un ruolo centrale nella narrazione.
Non vi dico altro per non rovinarvi la lettura (qualora lo vogliate leggere): chi decide di affrontare queste pagine deve essere pronto a sentir scavare dentro di sé voragini profondissime (nella consapevolezza che c'è comunque un filo di Arianna che vi permetterà, se non di salvarvi la vita, almeno di trovare una strada che vi permetta di interrogarvi (che forse è il primo passo per salvarsi).
Ultima cosa: il protagonista piange, spesso, e le sue lacrime sono catartiche, purificano lui e chi legge la sua storia.
Si capisce che mi è vagamente piaciuto?

Kawamura Genki, Se i gatti scomparissero dal mondo, Einaudi

Niccolò Fabi, Rosso

Fastidio

Io non so più cos'è normale o un'allucinazione se sono matta io. Non è che voglia litigare ma ho come l'impressione di non poter...