Prima la A14, poi la A25 e infine la A1.
Sono anni, ormai, che percorro in tre autostrade quegli oltre 650 km che separano la mia città di origine dalla città in cui vivo: quella strada me la sento tutta addosso, come se l'avessi costruita io, come se l'avessi dovuta asfaltare centimetro per centimetro.
È una sensazione stranissima quella del ritorno a casa: trovo sempre tutto uguale, come lo avevo lasciato quando sono partito.
Come se il tempo non avesse potere sulle cose.
Sfoglio i libri dell'università - il manuale di storia greca su cui ho buttato sangue e quello di geografia, il mio primo esame - e ritrovo le mie sottolineature sbilenche, la mia grafia e le mie frustrazioni dell'epoca, quando non sapevo ancora cosa avrei fatto della mia vita (come se ora lo sapessi).
Sento quell'odore inconfondibile nell'aria, sulle lenzuola: non mi sono mai chiesto il perché e non so neppure se sia davvero così ma credo che l'odore, per la casa, sia ciò che le impronte digitali sono per l'uomo. Unico e riconoscibile tra milioni ma solo per chi in quella casa ha vissuto, pianto, riso, urlato e sussurrato, nascosto segreti e confidato verità.
Stupisco vedendo che non cambiano neppure le relazioni tra le persone che ci abitano: la mamma e il papà che ridono su tutto e si punzecchiano per ogni cosa, i loro borbottii incomprensibili, i loro compiti ben definiti, il loro reciproco lasciarsi spazi di manovra e di solitudine. Quello che è cambiato è che ormai tutto deve avvenire a voce più alta perché - anche se non lo ammetteranno mai - iniziano entrambi a sentirci poco ed ogni tanto mi sembra di assistere a scene del teatro dell'assurdo. Non ne fanno una tragedia, bensì una commedia e credo sia uno degli insegnamenti che mi porterò dietro.
E tutto questo è dolce.
Non cambia niente, eppure cambia tutto.
Perché se il tempo non ha potere sulle cose, ce lo ha sulle persone.
Perché, nonostante siano diciannove anni che non abito più lì, ogni volta che, valigia in mano, sento che l'ascensore inizia a scendere e percepisco il rumore della porta di casa che si chiude, un nodo stringe la gola.
Perché la certezza che qualcosa cambierà - e cambierà inevitabilmente perché è il normale corso della vita - è difficile da affrontare.
Non riesco a impedire alla mente di concepire l'immagine di me che macino trafelato gli oltre 650 km dopo aver ricevuto una telefonata.
Pesa il pensiero che quella casa - già troppo grande per due - un giorno sarà ancora più grande fino a diventare un ricordo ingombrante di cui bisognerà decidere cosa fare.
(Me li sto immaginando, mater e pater, che leggono queste righe, si lasciano andare a gesti apotropaici e poi dissertano per ore sul concetto di morte in filosofia e in letteratura. In realtà, dei gesti apotropaici non sono sicuro, mentre potrei scommettere un rene sulla discussione infinita)
E tutto questo è amaro.
È un sentimento che non trova parole quello che provo, eppure credo sia comune a tutti coloro che vivono lontano dal luogo in cui hanno le proprie radici, indipendentemente da quanto le si rinneghi e si sia cercato di esserne autonomi
C'è il calore della consuetudine e il freddo della consapevolezza, il dolce del sentimento e l'amaro della ragione.
In realtà una parola c'è, ed è γλυκύπικρον (glüküpikron).
È in uno dei testi di Saffo che si trova per la prima volta questo termine:
dolceamara invincibile creatura;
ma tu, o Atthis, ti sei stancata
di pensare a me e voli verso Andromeda
(Saffo, fr. 130 V., traduzione di Franco Ferrari)
La poetessa riferisce il termine dolceamaro a Eros, invincibile creatura: il contesto è chiaramente diverso, ma ciò che provo mentre scrivo queste righe ha un'ambivalenza che la parola riassume in maniera potente ed efficace, senza bisogno di aggiungere altro.
Lo so, avrei potuto anche citare Dolceamaro di Barbara d'Urso oppure il pregnante verso di Sal da Vinci (È un gusto dolce amaro tra rossetto e caffè) ma nominare Saffo fa un po' più figo.
The Verve, Bitter sweet symphony