- Sarà pronto tra una settimana
- Ma come una settimana?!
- Sì, sono tanti i rullini da sviluppare. Devi avere pazienza.
Quanto odiavo quella frase.
Era frustrante, a fine agosto, aspettare il giorno in cui il fotografo ti avrebbe consegnato le foto.
Quelle giornate lunghe di inizio settembre sembravano non passare mai: giorni vuoti di cose da fare ma pieni di nostalgia delle cose fatte, i compiti ancora da iniziare, l'idea di essere in un momento di passaggio, il tempo che trascorreva immobile.
Leggevo la cartoline che mi avevano inviato, pensavo alle occasioni (più quelle perse che quelle colte) e aspettavo.
Ma poi arrivava inesorabilmente il giorno.
Fremevo, nella breve strada assolata che dovevo percorrere per arrivare nel negozio.
Mi accoglieva il rumore di grandi macchinari e un odore un po' acido che - credo - il mio olfatto riconoscerebbe ancora.
Ho la busta tra le mani: la apro e sono felice.
Foto mosse, foto brutte, foto che non ricordavo di aver scattato, foto che è meglio non far vedere a mamma e papà, foto in parte bruciate.
E poi non mancavano mai le foto in parte coperte dal dito davanti all'obiettivo.
In ogni rullino ce n'era almeno una ed ho ancora netta la sensazione dello sforzo di ricordare cosa ci fosse dietro quel dito, cosa mi stesse nascondendo.
Erano spesso inutili, quelle foto, ma non le strappavo.
Erano un omaggio all'imprecisione.
Cos'è rimasto, oggi, di quella imprecisione?
Ossessionati dalle foto aesthetic, non ci sentiamo soddisfatti fino a quando la foto non è perfetta per essere mostrata. Sorrisi forzati, pose studiate, inquadrature sempre uguali: e poi? Che valore ha la foto? Perde il suo valore evocativo e diventa solo una testimonianza di ciò che volevamo apparire in quel momento. Guarda come ero felice in quella foto: peccato che - magari - quel sorriso era solo una maschera con cui ingannare gli altri, ma mai noi stessi.
Cancelliamo le foto mosse, brutte, non conformi perché occupano spazio nei nostri smartphone e ci creiamo in questo modo una memoria artificiale fatta solo di bellezza e di perfezione.
Non lasciamo traccia di ciò che non è né bello né perfetto, rimuoviamo i dispiaceri e diventiamo sempre meno pronti ad affrontare la noia, il brutto, il dolore.
In un momento di evoluzione sociale in cui apparentemente normalizziamo tutto, non sembriamo disposti ad accettare anche ciò che non è opportuno mostrare. Normalizziamo tutto, ma non le scene tagliate - i ciak sbagliati - della nostra vita.
Nel racconto L'avventura di un fotografo, Italo Calvino scrive:
Il passo tra la realtà che viene fotografata in quanto ci appare bella e la realtà che ci appare bella in quanto è stata fotografata, è brevissimo. Se fotografate Pierluca mentre fa il castello sabbia, non c'è ragione di non fotografarlo mentre piange perché il castello è crollato, e poi mentre la bambinaia lo consola facendogli trovare in mezzo alla sabbia un guscio di conchiglia. Basta che cominciate a dire di qualcosa «Ah che bello, bisognerebbe proprio fotografarlo!» e già siete sul terreno di chi pensa che tutto ciò che non è fotografato è perduto, che è come se non fosse esistito, e che quindi per vivere veramente bisogna fotografare quanto più si può, e per fotografare quanto più si può bisogna: o vivere in modo quanto più fotografabile possibile, oppure considerare fotografabile ogni momento della propria vita. La prima via porta alla stupidità, la seconda alla pazzia
Ma soprattutto, che fine hanno fatto coloro che sviluppavano le foto?
Carl Brave feat. Francesca Michielin e Fabri Fibra, Fotografia
Il tutto in chiave social. Perché per molti (troppi) ormai, se non lo posti... non è successo.
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