26 maggio 2024

(In)utile

Avete presente una strada cittadina, una di quelle con l'asfalto dissestato, voragini più o meno profonde, pedoni che attraversano nelle maniere più fantasiose, ciclisti che si sentono padroni del mondo e ti sfrecciano accanto, solitamente contromano, guardandoti anche con una certa aria di superiorità perché tu inquini e loro no?
Ecco, grossomodo le lezioni in classe sono così: piene di insidie, richiedono attenzione continua per evitare manovre sbagliate, parole fuori posto, ma soprattutto per evitare reazioni come quella di Micheal Douglas in "Un giorno di ordinaria follia". 
Tu, docente, sei alla guida dell'auto e non ti è neanche concesso mettere la musica a tutto volume e iniziare a cantare per isolarti dal mondo esterno perché, ecco, diciamo che sarebbe quanto meno inopportuno.
Una delle trappole più insidiose è la domanda che ragazze e ragazzi spesso pongono:
"Profe, ma a cosa serve il latino?"
"Profe, ma a cosa serve la poesia?"
"Profe, ma a cosa serve studiare i dinosauri?" (questa non l'hanno detta solo i miei alunni, ma stendiamo un velo pietoso onde evitare licenziamenti).

"A cosa serve?" è una domanda posta male perché tra i concetti di utile ed inutile c'è un confine labile e fortemente soggettivo.
A cosa serve una pietra? A niente, ma se sei in un bosco ed hai fame può servirti per spaccare una noce.
È utile coltivare fiori? No, magari la natura li produrrebbe ugualmente, ma vuoi mettere la soddisfazione di vederli crescere, godere della loro perfezione simmetrica, dei loro colori?
È utile passare ore in cucina per preparare una pietanza buonissima? No, se togliamo la soddisfazione sensoriale che ciò può generare, al nostro corpo per andare avanti serve solo che ci sia cibo.
A cosa serve comprare un'auto potentissima, che può arrivare a 300 km/h e che quando entri nell'abitacolo ti spolvera le scarpe e ti declama i fatti del giorno in terzine di endecasillabi sdruccioli? A niente, d'altra parte le macchine più piccole prendono il nome di utilitarie, alludendo al fatto che, grazie a loro, puoi ottenere il tuo scopo basilare, cioè spostarti da un punto A ad un punto B, e quindi sono utili a questo scopo. È chiaro, però, che se vuoi fare colpo su un certo tipo di persona, una Panda scassata e dal colore improbabile potrebbe non fare effetto (attenzione, maschietti, ad acquistare macchine troppo grandi: ricordate questo studio che afferma che la grandezza della macchina è inversamente proporzionale alla vostra somiglianza con Rocco Siffredi?). 
 
Utile, etimologicamente parlando, deriva dal latino utibilem che a sua volta deriva dal verbo utor che significa usare: utile è quindi ciò che si può usare, è qualcosa da cui si può trarre un vantaggio.
È ovvio che se si ragiona sempre e solo in termini di vantaggio economico, tante diventano le cose inutili: non serve viaggiare, non serve leggere, non serve studiare Dante, il latino, la disputa tra Graziadio Isaia Ascoli e Manzoni relativamente alla lingua italiana (l'ho citata solo perché volevo farvi sapere - qualora non lo sapeste -  che c'è stato uno nella storia che ha avuto la fortuna di chiamarsi Graziadio).
Quando lavoravo nella produttiva Milano, dove fatturare è l'imperativo, dove essere performante è un obbligo, dove se non lavori dalle 9 alle 17 non sei nessuno, mi sentivo quasi in difetto a svolgere un lavoro che non dà risultati immediati: è frustrante essere circondati da tanta gente che lavora e tanta gente che produce (per citare Giorgio Gaber) e rendersi conto di essere come un contadino che getta semi, innaffia, ara, strappa erbacce e forse non vedrà mai i frutti del proprio lavoro. È rimasta la frustrazione quando per cinque anni mi tocca spiegare che "dà" si scrive con l'accento quando è terza persona singolare del verbo dare e che Leopardi non è un gobbo sfigato, ma almeno la percezione di essere inutile è passata, ed è passata proprio grazie ad una revisione del concetto di utilità.

È interessante la riflessione che, in questo senso, fece Eugenio Montale quando nel 1975 ricevette il Premio Nobel per la letteratura. Nel suo discorso leggiamo:

Ho scritto poesie e per queste sono stato premiato, ma sono stato anche bibliotecario, traduttore, critico letterario e musicale e persine disoccupato per riconosciuta insufficienza di fedeltà a un regime che non poteva amare. Pochi giorni fa è venuta a trovarmi una giornalista straniera e mi ha chiesto: come ha distribuito tante attività così diverse? Tante ore alla poesia, tante alle traduzioni, tante all’attività impiegatizia e tante alla vita? Ho cercato di spiegarle che non si può pianificare una vita come si fa con un progetto industriale. Nel mondo c’è un largo spazio per l’inutile, e anzi uno dei pericoli del nostro tempo è quella mercificazione dell’inutile alla quale sono sensibili particolarmente i giovanissimi.
In ogni modo io sono qui perché ho scritto poesie, un prodotto assolutamente inutile, ma quasi mai nocivo e questo è uno dei suoi titoli di nobiltà. Ma non è il solo, essendo la poesia una produzione o una malattia assolutamente endemica e incurabile.

Molto della vita, dunque, è inutile, dice Montale: tra queste cose c'è anche la poesia che pure gli ha permesso di raggiungere il più alto riconoscimento del proprio valore a livello internazionale (dell'inutilità della poesia avevo parlato qualche settimana fa in questo post).
Ma cosa sarebbe la vita se non potessimo dedicarci anche a ciò che non è immediatamente legato alla nostra sopravvivenza o al nostro riconoscimento sociale? Potremmo realmente vivere senza coltivare l'inutile, senza accumulare risorse che potrebbero servirci chissà quando o forse anche mai ma è bello tenere con sé?
Io penso proprio di no.

Fernando Pessoa, nel suo Il libro dell'inquietudine, scrive così:

“Perché è bella l’arte? Perché è inutile. Perché è brutta la vita? Perché è tutta fini e propositi e intenzioni. Tutte le sue strade portano da un punto a un altro punto. Magari ci fosse una strada in un luogo dove nessuno va!”

Allontanarci da fini, propositi ed intenzioni potrebbe essere la strada: non cadere, quando possibile, nella tentazione di calcolare al millimetro ogni nostra azione facendo calcoli su quale potrebbe essere il nostro guadagno. Concediamoci del tempo da riempire con l'inutile: rallentiamo il passo quando qualcuno suona ad un angolo della strada, apriamo un libro a caso e leggiamo una poesia, fermiamoci ad ascoltare qualcuno che ci regala un racconto: forse avremo la percezione che tutto ciò ci fa perdere tempo, ma non possiamo pensare davvero che sia inutile. 

Dovremmo avere l'approccio dei primitivi: non credo che, appena visto il fuoco, ne abbiano capito subito il valore perché avevano vissuto prima anche senza usarlo; eppure poi ne hanno apprezzato l'utilità per cuocere il cibo, per scaldarsi, per illuminare, per creare un contesto sociale.
Dovremmo avere l'approccio dei bambini: non precluderci le esperienze, accogliere la novità con stupore e senza calcoli economici, raccogliere le pigne e i rametti trovati al parco e portarli a casa perché poi da quelli si può ottenere un gioco. O forse no, ma non avendone la certezza, nel dubbio li prendono.

Ivano Fossati, C'è tempo





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