23 marzo 2025

Quanto vale l'ira

Non posso farci niente.
La visione che le studentesse e gli studenti hanno di me cambia sensibilmente in base alla materia che sto spiegando in quel momento: quando parliamo di letteratura, mi vedono carino e coccoloso come Winnie the Pooh; quando si fa latino o grammatica italiana credo che, nella loro testa, il mio ingresso in aula sia accompagnato dalla colonna sonora del film "Lo squalo".
Temutissima verifica di analisi del periodo, l'altro giorno: sto consegnando i fogli e mi sembra di essere in chiesa visto che c'è chi si fa il segno della croce, chi prega e chi, mentre passo tra i banchi, cerca di darmi un'offerta.
Arrivo al suo banco: mi accorgo che sul suo foglio protocollo (cioè, sul foglio strappato dal centro del quaderno che fingiamo sia protocollo) ha segnato in matita una serie di informazioni che avrebbe dovuto conoscere.
Mi guarda. La guardo. 
A quel punto mi sono trovato davanti ad un bivio: do il via ad una scena madre sulla correttezza, la fiducia e blablabla oppure le tolgo il foglio senza dire una parola.
L'istinto mi avrebbe suggerito di seguire la prima via, la ragione la seconda.
Ho seguito la seconda, non lasciando spazio all'ira.

Mi sono tornate in mente le parole del mio saggio di riferimento, ovvero Seneca a cui era capitato di avere a che fare con gente che tendeva a farsi prendere un tantino da questo sentimento (per non dire pazzi furiosi). Due nomi su tutti: Caligola e Nerone.

Scrive Seneca:

Alcuni saggi definiscono l'ira "un momento di pazzia": come quella, infatti, è incapace di controllarsi, incurante delle convenienze, insensibile ai rapporti sociali, cocciuta ed ostinata nelle sue iniziative, preclusa alla ragione ed alla riflessione, pronta a scattare per motivi inconsistenti, inetta a distinguere il giusto e il vero, quanto mai somigliante a quelle macerie che si frantumano sopra ciò che hanno travolto.

Nessun vizio, continua il filosofo, è più detestabile o schifoso di questo che - a differenza degli altri - non può essere nascosto ma si manifesta nel viso e negli atti di chi lo prova.

Nessuna calamità è costata più cara al genere umano. Vedrai uccisioni ed avvelenamenti, reciproche infamie di colpevoli, distruzioni di città e stragi di intere popolazioni, vite di capi di Stato messe in vendita all'asta pubblica, fiaccole gettate nelle case, incendi non limitati alla cerchia delle mura, ma immense distese di territorio, rilucenti di fiaccole nemiche.

Sbaglia chi confonde l'ira con lo slancio e la decisione così come sbaglia chi pensa che l'ira possa essere controllata: questo sentimento, infatti, non accetta regole e non può - proprio per sua natura - essere sottoposto alla ragione, perché - dice Seneca - la sua caratteristica è la ribellione.
Oltretutto, una volta che si è impossessata del nostro corpo, è quasi impossibile sottrarvisi: l'ira ci pervade, ci comanda e ci spinge a commettere atti inumani.
Cosa fare allora?

Combatti tu contro te stesso; se vuoi vincere l'ira, essa non può vincere te. Cominci a vincere quando rimane nascosta, quando non le dai sfogo. Seppelliamone i segni e, per quanto possibile, teniamola occulta, segreta. Ciò comporterà per noi grave molestia, perché essa desidera balzare fuori, accenderci gli occhi e mutarci il volto, ma se le permettiamo di uscire da noi, diventa più forte di noi. Nascondiamola nel più profondo recesso del petto e portiamola con noi, non lasciamoci portare. Anzi volgiamo al contrario tutti i suoi indizi: il volto sia disteso, la voce si faccia più blanda, il passo più lento; l'interno, a poco a poco, si plasma sull'esterno.

Tutto ciò sembra inapplicabile in un mondo in cui - in maniera quasi animalesca - vige la legge del più forte, vince chi fa la voce più grossa, in cui la mitezza e la gentilezza sono oggetto di stupore e considerati spesso segni di debolezza.
Eppure basterebbe leggere - ancora una volta e sempre - Dante e le sue parole rivolte agli iracondi per capire quanto questo vizio ci renda inumani.
Queste anime sono immerse nello Stige, una palude infernale e così ci vengon descritte

vidi genti fangose in quel pantano,
ignude tutte con sembiante offeso.

Queste si percotean non pur con mano,
ma con la testa e col petto e coi piedi,
troncandosi co' denti a brano a brano.

Si picchiano, questi peccatori: colpiscono sé stessi e gli altri con tutti i mezzi che hanno a disposizione.
Fra questi emerge una figura, quella di Filippo Argenti, che provoca Dante (che con lui - forse - aveva un conto in sospeso nella vita reale) e che addirittura vorrebbe salire sulla barca che sta trasportando il poeta e la sua guida Virgilio attraverso la palude verso la città di Dite.
La guida lo caccia malamente e rassicura Dante che vorrebbe vederlo punito dalle altre anime.

Dopo ciò poco vid'io quello strazio
far di costui a le fangose genti,
che Dio ancor ne lodo e ne ringrazio.

Tutti gridavano: "A Filippo Argenti!";
e 'l fiorentino spirito bizzarro
in sé medesmo si voleva co' denti.

Dante, quindi, risponde all'ira con altrettanta ira e questo passaggio mi stupisce ogni volta perché ci mostra un lato più umano di Dante, che in qualche modo è vittima degli stessi peccati che lui sta additando e condannando. 
Proprio come Seneca, il poeta sa di non essere esattamente il modello perfetto da seguire: la perfezione è come l'orizzonte, qualcosa a cui tendere costantemente senza avere la certezza di poterlo raggiungere.

Pensare di riuscire a controllare l'ira è - realisticamente - inutile.
Essere consapevoli di poterlo fare è un'altra cosa.
Riuscire a farlo, anche solo una volta, dà una grande soddisfazione.

Ho cancellato ciò che la studentessa aveva scritto sul foglio e gliel'ho reso.
Al suono della campanella, è venuta alla cattedra.
Mi ha guardato. L'ho guardata.
"Mi scusi" mi ha sussurrato a mezza voce.
Ho sorriso.

Caparezza, Argenti vive
 

16 marzo 2025

Andare via lontano

Ci sono due cose in cui credo profondamente: alla capacità della letteratura di parlare a chi la legge cercando di non fermarsi alla superficie e alla bellezza di cogliere richiami tra testi di autori distanti tra loro per trovare quanto di umano c'è in essi.
Alessandro e Luigi: il primo nato a Milano nel 1785, il secondo a Cassine, in Piemonte nel 1937.
Manzoni e Tenco: uno scrittore e un poeta che raccontano cosa voglia dire andar via dalla propria casa.

Ottavo capitolo dei Promessi Sposi.
Renzo e Lucia hanno tentato in tutti i modi di sposarsi ugualmente: hanno provato a ricorrere alla legge, a far ragionare - tramite Fra Cristoforo - chi si opponeva al matrimonio, hanno tentato anche di percorrere una via meno giusta moralmente, quella del matrimonio lampo.
Ogni tentativo è andato male per cui non resta altra scelta che separarsi, prendere strade diverse per aspettare che tutto passi, confidando nel fatto che prima o poi si potrà tornare insieme.
La scena si svolge sulla riva del lago di Como, di notte. Lucia, salita sulla barca che la separerà da ogni suo affetto, poggia la testa sul braccio, piange e pensa:

Addio, monti sorgenti dall'acque, ed elevati al cielo; cime inuguali, note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente, non meno che lo sia l'aspetto de' suoi più familiari; torrenti, de' quali distingue lo scroscio, come il suono delle voci domestiche; ville sparse e biancheggianti sul pendìo, come branchi di pecore pascenti; addio! Quanto è tristo il passo di chi, cresciuto tra voi, se ne allontana! Alla fantasia di quello stesso che se ne parte volontariamente, tratto dalla speranza di fare altrove fortuna, si disabbelliscono, in quel momento, i sogni della ricchezza; egli si maraviglia d'essersi potuto risolvere, e tornerebbe allora indietro, se non pensasse che, un giorno, tornerà dovizioso.
Quanto più si avanza nel piano, il suo occhio si ritira, disgustato e stanco, da quell'ampiezza uniforme; l'aria gli par gravosa e morta; s'inoltra mesto e disattento nelle città tumultuose; le case aggiunte a case, le strade che sboccano nelle strade, pare che gli levino il respiro; e davanti agli edifizi ammirati dallo straniero, pensa, con desiderio inquieto, al campicello del suo paese, alla casuccia a cui ha già messo gli occhi addosso, da gran tempo, e che comprerà, tornando ricco a' suoi monti. 

I monti, i torrenti, le case tra cui ha vissuto per anni, che hanno fatto da sfondo agli anni della sua infanzia, si allontanano lentamente ma inesorabilmente per essere sostituiti dall'ampiezza uniforme della pianura in cui nasce la città. Manca il respiro a chi vede che agli elementi consueti si sostituiscono strade che sboccano nelle strade, a case aggiunte a case: il caos metropolitano fa nascere forte il desiderio  - in chi si è allontanato volontariamente - di ritornare in paese, ricco, e acquistare quella casa, quel campo che desiderava da tempo.
La prospettiva del ritorno rende tutto più sopportabile.

Ma chi non aveva mai spinto al di là di quelli neppure un desiderio fuggitivo, chi aveva composti in essi tutti i disegni dell'avvenire, e n'è sbalzato lontano, da una forza perversa!
Chi, staccato a un tempo dalle più care abitudini, e disturbato nelle più care speranze, lascia que' monti, per avviarsi in traccia di sconosciuti che non ha mai desiderato di conoscere, e non può con l'immaginazione arrivare a un momento stabilito per il ritorno! Addio, casa natìa, dove, sedendo, con un pensiero occulto, s'imparò a distinguere dal rumore de' passi comuni il rumore d'un passo aspettato con un misterioso timore.
Addio, casa ancora straniera, casa sogguardata tante volte alla sfuggita, passando, e non senza rossore; nella quale la mente si figurava un soggiorno tranquillo e perpetuo di sposa. Addio, chiesa, dove l'animo tornò tante volte sereno, cantando le lodi del Signore; dov'era promesso, preparato un rito; dove il sospiro segreto del cuore doveva essere solennemente benedetto, e l'amore venir comandato, e chiamarsi santo; addio! Chi dava a voi tanta giocondità è per tutto; e non turba mai la gioia de' suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande.

Tutto questo non vale per chi è stato strappato alla propria terra, alla propria casa natia: chi non desiderava altro che la tranquillità è turbato dall'andare incontro a sconosciuti che non ha mai desiderato di conoscere, non sapendo neppure se e quando tornerà. La propria casa, la casa in cui avrebbe vissuto  dopo il matrimonio, la chiesa in cui si sarebbe dovuto celebrare il rito diventano luoghi della memoria e della nostalgia, a cui tornare solo con la speranza di chi crede che Dio abbia un piano per ognuno degli uomini e che il bravo cristiano non possa far altro che accettare ciò che è stato stabilito per lui.

Siamo ora nel 1967.
 
La solita strada
bianca come il sale. 
Il grano da crescere
i campi da arare. 
Guardare ogni giorno
se piove o c'è il sole
per saper se domani
si vive o si muore
E un bel giorno dire basta e andare via
Ciao amore, ciao amore
Ciao amore, ciao
Ciao amore, ciao amore
Ciao amore, ciao 

Gli anni sono diversi, ma la situazione è simile: è un allontanamento, questa volta volontario, dalla solita strada di campagna, dalla vita contadina che è regolata dalla natura. 
Posso solo immaginare quanto profondo fosse il divario tra campagna e città in quegli anni, quanto potesse essere ammaliante l'idea di trasferirsi nei centri urbani pieni di vita, fulcro del futuro, distanti anni luce dalle consuetudini rurali.
"Sai cosa si fa quando non se ne può più? Si cambia" scrive Alberto Moravia in uno dei miei romanzi preferiti, Gli indifferenti e questo sembra proprio il sentimento che anima chi decide di andar via.

Andare via lontano
A cercare un altro mondo
Dire addio al cortile
Andarsene sognando
E poi mille strade
Grigie come il fumo
In un mondo di luci
Sentirsi nessuno
Saltare cent'anni
In un giorno solo
Dai carri dei campi
Agli aerei nel cielo
E non capirci niente e aver voglia di tornare da te

Ma la fantasia si scontra con la realtà: al cortile si sostituiscono le mille strade grigie come il fumo e soprattutto nasce prepotente l'idea di aver perso la propria identità, di sentirsi nessuno. E quindi le luci della città, gli aerei nel cielo perdono anche di attrattiva.

Non saper fare niente in un mondo che sa tutto
E non avere un soldo nemmeno per tornare

La condanna ultima: dopo aver perso la propria identità ci si rende conto di essere incapaci di vivere in questo mondo nuovo e di non poter neppure tornare indietro. Un senso di impotenza che, se nelle parole di Manzoni era mitigato dalla fiducia in Dio, qui non trova una soluzione possibile.

Certo, ormai l'esperienza dell'allontanamento dalla propria città di nascita per andare altrove - per studio, per lavoro, per motivi personali - è comune e generalmente meno traumatica; penso però ai migranti, a chi non avrebbe mai desiderato andarsene, a chi aveva immaginato la vita in un luogo e poi i piani sono stati stravolti.
Ancora una volta la letteratura e l'arte in generale ci permettono di sviluppare l'empatia, a metterci nei panni dell'altro e a diventare un po' più umani.

Luigi Tenco, Ciao amore ciao

09 marzo 2025

Forse

"Sai, stiamo pensando di fare una rimpatriata con i vecchi compagni di classe. Vieni anche tu?"
"Forse"
Lo sappiamo tutti: quel forse significa "no, ma visto che me lo stai proponendo con tanto entusiasmo non ho il coraggio di dirti che non ho voglia di rivedere gente che odiavo già venticinque anni fa e quindi lascio accesa una tenue speranza".
"Forse" è un avverbio che usiamo spesso ed ha una eleganza, una potenza e - come dicono quelli bravi - una polisemia (cioè la possibilità di assumere più significati) notevoli.
È un'arma e allo stesso tempo è un silenziatore.
È una carezza e allo stesso tempo uno schiaffo.
Eppure talvolta lo usiamo inconsci del suo valore.

Il forse è la parola più bella del vocabolario italiano. Perché apre delle possibilità, non certezze. Perché non cerca la fine, ma va verso l’infinito.

Google e gli utenti della rete hanno deciso di attribuire questa frase a Giacomo Leopardi che, insieme a Bukowski e a Jim Morrison avrebbe pronunciato tutte le frasi possibili ed immaginabili secondo uno schema di questo tipo: a Giacomino toccherebbero le frasi poetiche o tristi, a Bukowski quelle sporcaccione e a Jim Morrison resterebbero le considerazioni filosofiche sulla morte.
Basta fare una piccola ricerca per capire che Leopardi non ha mai scritto la frase in questione e che questa attribuzione non è meno credibile della poesia che Flavia Vento ha raccontato esserle stata dettata in sogno dal poeta stesso (se non sapete a cosa io mi stia riferendo, potete colmare questo enorme vuoto cliccando qui). Un orecchio più fine saprebbe anche che l'aggettivo bella è troppo generico per essere leopardiano ma ciò che conta è il messaggio: il forse apre possibilità e se, come dice il poeta recanatese, il vero è brutto (e sulla paternità di questa citazione non vi è alcun dubbio), l'orizzonte indefinito aperto da questo avverbio è sicuramente più suggestivo.

Si può partire dall'etimologia di questa parola, che fornisce notevoli spunti di riflessione: forse deriva dal latino forsit che, a sua volta, deriva dall'espressione fors sit, ovvero sia il destino. La parola suona dunque come un affidarsi al caso che sceglie per noi e su cui noi non abbiamo alcun potere.

Penso poi alle varie declinazioni possibili di questa parola: può essere un riparo per chi lo dice e al contempo una condanna per chi lo ascolta. Forse provo questo sentimento per te: io che lo dico copro le mie carte; tu che lo ascolti ti maceri all'idea che quello che io dichiaro può essere vero e può non esserlo.

Penso ancora una volta a Leopardi, al forse che - pur non nominato - percorre quel capolavoro assoluto che è L'infinito (che vale sempre la pena rileggere)

Sempre caro mi fu quest’ermo colle,
e questa siepe, che da tanta parte
dell’ultimo orizzonte il guardo esclude.
Ma sedendo e mirando, interminati
spazi di là da quella, e sovrumani
silenzi, e profondissima quiete
io nel pensier mi fingo; ove per poco
il cor non si spaura. E come il vento
odo stormir tra queste piante, io quello
infinito silenzio a questa voce
vo comparando: e mi sovvien l’eterno,
e le morte stagioni, e la presente
e viva, e il suon di lei. Così tra questa
immensità s’annega il pensier mio:
e il naufragar m’è dolce in questo mare.

Forse dietro la siepe c'è tutto ciò che è negato all'uomo e la tensione verso questo altrove, infinito e indefinito nel tempo e nello spazio, è ciò che permette di toccare la felicità, costituzionalmente negata all'essere umano. Ed è questa la speranza che anima uomo e che è proprio aperta da questo forse inespresso.

Sempre Leopardi, nel Canto notturno di un pastore errante dell'Asia, fa dire al pastore

Forse s’avess’io l’ale
da volar su le nubi,
e noverar le stelle ad una ad una,
o come il tuono errar di giogo in giogo,
più felice sarei, dolce mia greggia,
più felice sarei, candida luna.
O forse erra dal vero,
mirando all’altrui sorte, il mio pensiero:
forse in qual forma, in quale
stato che sia, dentro covile o cuna,
è funesto a chi nasce il dì natale.

La possibilità di volare, la realizzazione del desiderio più profondo dell'uomo che affonda le radici già nel mito (basti pensare ad Icaro), forse, potrebbe rendere la vita dell'uomo più sopportabile. O forse no, non muterebbe di un millimetro la vita dell'uomo, destinata all'infelicità. Il forse, in questo caso, apre una strada che questa volta, però, non è percorribile dall'uomo: l'uomo non è destinato a volare - la speranza è destinata ad essere frustrata - e quindi gli è preclusa la possibilità di felicità legata a questo sogno.

Penso poi a Montale, e all'attesa della rivelazione del senso della vita dell'uomo

Forse un mattino andando in un’aria di vetro,
arida, rivolgendomi, vedrò compirsi il miracolo:
il nulla alle mie spalle, il vuoto dietro
di me, con un terrore di ubriaco.

Poi come s’uno schermo, s’accamperanno di gitto
alberi case colli per l’inganno consueto.
Ma sarà troppo tardi; ed io me ne andrò zitto
tra gli uomini che non si voltano, col mio segreto.

Forse, ma non è detto che ciò accada, un giorno qualunque, inaspettatamente, all'uomo sarà possibile conoscere la realtà delle cose e si svelerà davanti ai suoi occhi quello che Calvino definisce il miracolo del nulla. Possiamo solo attendere questa sconvolgente rivelazione, ma non è detto che ciò accada. In questo caso vedo proprio il significato etimologico del termine: ciò accadrà se sarà il destino.

Penso, ancora, ad un altro forse che porta con sé sofferenza: è quello di Farinata degli Uberti, superbo capo ghibellino che Dante incontra tra gli eretici. Il politico, completamente calato nei ricordi della sua vita terrena tanto da ignorare la sofferenza che dovrebbe derivargli dalla tomba infuocata a cui è destinato per l'eternità, si rammarica dell'impossibilità per i suoi discendenti di tornare nell'amata Firenze. Appena vede Dante che, ancora vivo, cammina all'interno della città di Dite e lo sente parlare, gli si rivolge così:

«O Tosco che per la città del foco
vivo ten vai così parlando onesto,
piacciati di restare in questo loco.

La tua loquela ti fa manifesto
di quella nobil patria natio
a la qual forse fui troppo molesto». 

Essere stato forse troppo dannoso per la propria patria è ciò che rende la pena di Farinata insopportabile: il non poter più tornare indietro e il dubbio di aver danneggiato quella città per cui ha speso la sua vita sono la sua condanna più difficile da sopportare.

Le parole nascondono mondi: sta solo a noi avere la voglia di esplorarli.

02 marzo 2025

Un percorso accidentato

È il 26 aprile.
Francesco, un trentaduenne aretino di nascita ma cresciuto in Provenza, decide di dedicare la propria giornata al trekking e va a visitare un monte noto per la sua altezza, che si trova a circa 20 km da casa sua.
Dovendo scegliere un compagno, chiede al fratello Gherardo di compiere con lui questa impresa e i due si avventurano verso la cima di questa altura, tanto imponente quanto erta.
Sembrerebbe l'inizio di un brutto documentario di quelli che trasmettono d'estate in tv, se non fosse che siamo nel 1336, il Francesco di cui si parla è Francesco Petrarca e il monte da scalare è il Mont Ventoux.

La storia - raccontata da Petrarca in una delle sue Familiares - è questa: il protagonista inizia a scalare il monte, ne vuole raggiungere la vetta perché sa che da lassù la vista è meravigliosa; dopo una partenza convinta, però, iniziano le difficoltà. Gherardo riesce a salire rapidamente e senza sforzo mentre Francesco, cercando una strada più piana anche se più lunga, rimane spesso indietro, talvolta addirittura sembra andare verso il basso, fino a quando con grande fatica riesce a raggiungere il fratello che, invece, procede senza esitazione.
Nonostante sia consapevole che la ricerca della strada pianeggiante è ciò che gli impedisce di raggiungere agevolmente la vetta, Francesco continua a commettere lo stesso errore e, mentre procede faticosamente, ragiona su ciò che lo blocca e non gli permette di salire quanto vorrebbe. Alla fine, acquisita la consapevolezza del fatto che, per trovare la via che lo porta in cima, l'uomo non ha che da concentrarsi su sé stesso e sulla propria anima, riuscirà a raggiungere il suo obiettivo ma il passaggio più toccante è quello in cui l'autore compie un'autoanalisi di una precisione chirurgica:

Troppi sono ancora gli interessi che mi producono incertezza ed impaccio. Ciò che ero solito amare non amo più; mento: lo amo, ma meno; ecco, ho mentito di nuovo: lo amo, ma con più vergogna, con più tristezza; finalmente ho detto la verità. È proprio così: amo, ma ciò che amerei non amare, ciò che vorrei odiare; amo tuttavia,  ma contro voglia, nella costrizione, nel pianto, nella sofferenza. In me faccio triste esperienza di quel verso di un famosissimo poeta: "Ti odierò, se posso; se no, t'amerò contro voglia"

Quante volte ci capita di sapere quale sia la cosa giusta da fare, di conoscere perfettamente la strada da percorrere ma di andare ugualmente in tutt'altra direzione, quasi trascinati da una corrente a cui non riusciamo ad opporci? Si prova impotenza, ma allo stesso tempo languore, un languore in cui ci si perde e ci si crogiola. Consapevoli di essere incapaci di esercitare la propria volontà, si ha la sensazione di non essere in grado di emanciparsi dall'incubo delle passioni. 
È un percorso accidentato quello che porta in cima, fatto di faticose salite e rapide discese, tutt'altro che lineare; è un percorso che chiede di liberarsi dai pesi superflui, dai bagagli inutili e dannosi, di rinunciare agli ideali e ai princípi a cui magari ormai aderiamo per consuetudine ma senza alcuna convinzione.

Il dubbio che sorge, poi, è un altro: se è vero, come è vero, che per Petrarca la cima del monte rappresentava l'elevazione dell'anima fino a Dio, cosa rappresenta il Mont Ventoux per ognuno di noi?
Non credo ci sia una risposta univoca ma è una domanda che dobbiamo necessariamente porci perché se non sappiamo qual è il nostro obiettivo, il punto a cui tendiamo, la nostra aspirazione ultima, difficilmente riusciremo, non dico a trovare, ma anche solo ad intraprendere un cammino che ci conduca lì.
Dove poi rischieremo anche di trovarci soli.

E poi dicono che la letteratura è noiosa. 

Franco Battiato, E ti vengo a cercare

23 febbraio 2025

Ciò che non si vede

Solitamente, alla domanda che spesso viene posta a me (come a tanti altri docenti) sul motivo che mi ha spinto ad insegnare rispondo in un solo modo: insegno perché non avrei saputo fare altro nella vita.

Forse è vero, forse no: mi è mancata (o non ho cercato) l’occasione di fare colloqui di lavoro, di mettermi in gioco in altri campi - anche se c’è qualcosa che sta bollendo in pentola e di cui non vedo l’ora di parlare.
Quando, però, vivo settimane come questa che è appena passata, capisco una volta di più - dopo vent’anni - che altro non avrei voluto fare.

Stando fuori dall’aula con ragazze e ragazzi mi rendo conto di quanto il luogo in cui ci si trova e i ruoli che ciascuno di noi - studenti e docenti - recita possano influenzare ogni aspetto della vita scolastica.
Superare fisicamente e ideologicamente la cattedra non è facile anche per chi come me la considera un tavolo come un altro e raramente ci si trincera dietro per difendere privilegi e poteri acquisiti una volta per tutte e indiscutibili.

Eppure andare fuori dai muri della scuola permette di vedere gli altri per ciò che realmente sono e non per ciò che ci si impone di mostrare e dimostrare a chi ci circonda. Gli abiti richiesti dalla scuola vengono dismessi per mostrarsi per ciò che si è: non si riesce a fingere troppo a lungo.

Amo l’arte, è difficile farmi uscire da musei e librerie, mi piace cantare (e - surprise surprise- sono anche intonato), ho un telefono con la batteria penosa, sono un fotografo penoso, non ho senso dell’orientamento e non vado d’accordo con Google maps: queste e tante altre cose hanno scoperto di me i miei studenti.
Cose che non si vedono, ma che rendono umani e non macchine che si limitano a diffondere conoscenze e a sparare valutazioni.

Da parte mia ho scoperto persone dalle mille sfaccettature, che hanno voglia di condividere il passato e ipotizzare il futuro, che non hanno timore di mostrare tenerezza e paura, appassionati di musica e di arte, che si commuovono ammirando libri, che decidono di spendere i propri soldi per entrare in una biblioteca; ho scoperto che guardando i soggetti di alcuni quadri si ricordavano cose dette in classe e l’emozione che si prova in quei momenti non si può spiegare.
Tutto quello di cui a scuola non c’è tempo di parlare. Tutto ciò che è veramente essenziale ma a scuola non si vede.

(Già immagino colleghi che sbuffano alzando gli occhi al cielo e ricordando quante responsabilità hanno gli accompagnatori nelle gite a fronte di alcun corrispettivo economico. Ho una visione romantica della cosa. Ne sono consapevole? Sì. Ho intenzione di cambiarla? No.)

Marco Mengoni, Esseri umani

16 febbraio 2025

Siamo tutti un po' Lucio

È il Sanremo del 1996.
Ho 16 anni, poche idee e molto confuse.
Ad un certo punto appare lei: rossetto e camicia rossi, pantaloni in pelle nera ed una voce mai sentita prima.
Chiamo subito mia mamma che mi sonnecchia accanto per condividere con lei questa scoperta.
È Carmen Consoli.
La sensazione di ascoltare per la prima volta una musica che parla  proprio a me ce l'ho ancora addosso ed è quella che ho rivissuto quest'anno, che di anni ne ho qualcuno in più, ascoltando Lucio Corsi.

Di lui è stato detto già tanto: personaggio atipico, di cui si sa poco o nulla, ha avuto il merito di smuovere qualcosa in tutti quelli che ritengono che la musica - come la poesia - possa e debba essere un'occasione per far trovare le parole utili a descrivere sentimenti che magari non sappiamo neppure di provare e non solo il mezzo per fare soldi e muovere le terga.
È quello a cui va riconosciuto il merito di aver scritto un pezzo che delimita in maniera netta due territori, quello del volevo essere e quello del sono: la zona intermedia tra questi due campi è terreno fertile per l'infelicità, è il luogo in cui crescono rigogliosi rimpianti e rimorsi che avvelenano le esistenze.

Volevo essere un duro
che non gli importa del futuro
Un robot
Un lottatore di sumo
Uno spaccino in fuga da un cane lupo
Alla stazione di Bolo
Una gallina dalle uova d’oro
Però non sono nessuno
Non sono nato con la faccia da duro
Ho anche paura del buio
Se faccio a botte le prendo
Così mi truccano gli occhi di nero
Ma non ho mai perso tempo
È lui che mi ha lasciato indietro

Quante volte ci ho pensato (e l'ho scritto in queste pagine): il desiderio di essere il cattivo dei film, il bello e dannato, l'uomo forte, decisionista, maschio alpha senza esitazioni, la partita di calcio alla domenica e la capacità di montare mobili ikea senza istruzioni. Tante volte la consapevolezza di non essere così mi ha quasi travolto, nella balorda convinzione di essere l'unico a non seguire un modello che è stato spacciato per anni come l'unico possibile.
Poi, fortunatamente, arriva la consapevolezza di non essere soli, e l'infelicità un po' si attenua.

Vivere la vita
È un gioco da ragazzi
Me lo diceva mamma ed io
Cadevo giù dagli alberi
Quanto è duro il mondo
Per quelli normali
Che hanno poco amore intorno
O troppo sole negli occhiali

La vita, che facile non è per nessuno, quella vita che alterna momenti di gioia incontenibile e di profondissimo dolore, può diventare un gioco da ragazzi quando ci si inizia ad accettare, quando quel sono fatto così non è la scusa per non cercare di migliorarsi ma la definizione di un preciso punto di osservazione del mondo e di un punto di partenza per il raggiungimento dei propri obiettivi.

Volevo essere un duro
Che non gli importa del futuro no
Un robot
Medaglia d’oro di sputo
Lo scippatore che t’aspetta nel buio
Il Re di Porta Portese
La gazza ladra che ti ruba la fede
Vivere la vita
È un gioco da ragazzi
Me lo diceva mamma ed io
Cadevo giù dagli alberi
Quanto è duro il mondo
Per quelli normali
Che hanno poco amore intorno
O troppo sole negli occhiali

Sì, può succedere di avere la sensazione di non eccellere in niente e di osservare con ammirazione ed invidia le vite degli altri che appaiono come lune senza buche; queste, però, sono Sirene, sono puro inganno, un’immagine esteriore che non fa altro che spingerci a scappare dalle nostre paure, viste come qualcosa da nascondere e non come qualcosa da affrontare a viso aperto.

Volevo essere un duro
Però non sono nessuno
Cintura bianca di Judo
Invece che una stella uno starnuto
I girasoli con gli occhiali mi hanno detto
“Stai attento alla luce”
E che le lune senza buche
Sono fregature
Perché in fondo è inutile fuggire
Dalle tue paure
Vivere la vita è un gioco da ragazzi
Io
Io volevo essere un duro
Però non sono nessuno
Non sono altro che Lucio
Non sono altro che Lucio

E sicuramente - che vogliamo ammetterlo o no - siamo tutti un po' Lucio.

09 febbraio 2025

La voglia di (r)esistere

Non lo avevo mai fatto prima. Non so perché.
L'altro giorno, sprezzante del pericolo, ho deciso di non andare nel bagno dei prof della mia scuola, ma di utilizzare i servizi igienici riservati agli studenti.
Mi sentivo un po' Indiana Jones (ma con la prostata ingrossata) e mi attendevo di trovare chissà cosa in quel bagno: soprattutto immaginavo di trovare muri decorati con simpatici falli, offese, dichiarazioni di amore o di guerra. Già mi vedevo raccontare ai miei colleghi quello che avevo visto lì, un po' come Alberto Angela che illustra le scoperte sensazionali su una nuova civiltà.
E invece nada, nisba, niente.
A parte qualche ACAB scritto con poca convinzione e un paio di sparuti "Forza Viola" c'era poco altro.
Eppure i bagni me li ricordavo diversi: cos'è successo nel frattempo?

Ricordo quando andavo all'università: gli orrendi muri piastrellati di blu chiaro dei bagni dell'Università degli studi di Bari fornivano un campionario di varia umanità. 
Dagli accostamenti tra l'Onnipotente e vari animali (tra cui vincevano nettamente i suini) alle rivendicazioni contro  docenti che - a parere degli scriventi - avevano abitudini sessuali socialmente poco accettabili, passando attraverso numeri di telefono da chiamare per trovare la felicità in varie forme, quei muri raccontavano storie ed esprimevano la volontà di esistere e in qualche modo di resistere al tempo. 
Quelle scritte indicavano la volontà di dire qualcosa a tutti e lasciare una traccia di sé che sarebbe durata almeno fino a quando qualcuno non avesse provveduto alla pulizia dei muri, quindi pressoché in eterno.
L'accostamento è un po' epico, ma mi vengono in mente i suggestivi graffiti pompeiani, quelle scritte sui muri che contenevano temi politici, offese personali, parodie letterarie, divieti e - immancabili - riferimenti sessuali talvolta ai limiti della decenza (per chi è curioso, qui c'è un piccolo ma significativo repertorio).

Penso anche ad un fenomeno molto più recente: il MeP, movimento per l'emancipazione della poesia, nato ormai 15 anni fa a Firenze (se volete informazioni potete trovarle qui). Propriamente non si tratta di scritte sui muri ma di testi incollati ovunque per strada e composti da poeti anonimi che si pongono come unico scopo quello di diffondere la poesia, scrollandole di dosso quegli strati ormai sedimentati di polvere su cui - va ammesso - l'insegnamento scolastico ha la sua grossa fetta di responsabilità.
Se, camminando per la città, rallentassimo un attimo alzassimo gli occhi dal cellulare, potremmo imbatterci in versi come questi:

Ho capito di amarti
in un giorno normale,
io ero banale
molto scostante,
non mi vedevo tra la gente.
Ho visto te.
E ti ho lasciato le mie parole
per poterti addormentare la sera
senza tenere la luce accesa,
sprofondare nel buio
e non avere paura.
Hai visto me.
E mi hai lasciato i tuoi occhi,
adesso anche io
mi vedo tra la gente.
Ho capito di amarti
una notte di pioggia,
chiara come tante
in cui li tuo sorriso
ne fu eco per sempre.
Ed oggi che amarti
è capire tutto e niente
ti ho lasciato questi miei silenzi,
nero su bianco
per ricordarti che
anche amare
bisogna saperlo fare.

Che l'uomo abbia bisogno di comunicare è un dato di fatto incontrovertibile, ma è evidente che il luogo in cui ciò avviene è cambiato. Ai muri reali si sono sostituiti i feed ovvero le pagine di Facebook prima e di X, Instagram e Tik Tok poi: è su quelle pagine che si dà sfogo all' hate speech, è tramite questi mezzi che si mostra ciò che di sé si ritiene essere la parte migliore, è così che si entra in contatto con gli altri, privandosi, però, del tatto, il senso primordiale dell'uomo, quello che fa avvertire - in senso letterale e metaforico - la consistenza delle cose. Anche la poesia trova spazio sui social: penso, ad esempio, a Rupi Kaur che riesce a conciliare poesia e velocità di fruizione in un modo spesso notevole, a pagine che pubblicano scritti di autori classici (Cesare Pavese sta vivendo una seconda giovinezza) o anche a trend di tik tok. L'altro giorno, spiegando Tanto gentile e tanto onesta pare ho scoperto che questa poesia è stata ripresa sui social ma ho rifiutato qualunque offerta da parte di chi voleva rendermi edotto sull'argomento. Ho troppo rispetto per il nasone autore di quei versi.

C'è poi un'altra cosa che avviene principalmente su Instagram e che segna uno spartiacque tra generazioni: la GenZ sembra non voler lasciare traccia di sé - limitandosi a pubblicare stories che in 24 ore spariscono - e voler avere il controllo di chi guarda ciò che pubblica. Che è poi l'esatto contrario di ciò che avviene con le scritte sui muri, accessibili a tutti, anonime sia nella produzione che nella fruizione e potenzialmente eterne.

È un cambio antropologico importante su cui riflettere, senza derubricarlo a cosa stupida che fanno i giovani.

Psicologi, Sui muri





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