16 giugno 2024

Esami

Sono lì tutti schierati, in file parallele ed equidistanti: sono i banchi pronti per accogliere le studentesse e gli studenti che da mercoledì dovranno sostenere le prove scritte degli Esami di Stato.
È passato qualche anno - ma giusto qualcuno, tipo 27 - da quando fui chiamato a scrivere un testo sul rapporto tra intellettuale e potere partendo da una frase di Norberto Bobbio e a tradurre un brano di Seneca, ma vedere quei banchi mi provoca un nodo alla gola che è difficile da sciogliere, anche se ormai sono dall'altra parte della barricata.

Penso alle mie ragazze e ai miei ragazzi, presenti, passati e futuri, che affrontano questo che è un vero e proprio rito di passaggio: è stata tolta loro ogni possibilità di scontrarsi con la realtà e gli esami sono il primo momento per farlo.
Gli esami di quinta elementare non esistono più, gli esami di scuola media sono ormai una copisteria di tesine su globalizzazione, guerra, il Giappone, l'emergenza ambientale; invocando la privacy, non esiste più il momento in cui, con un po' di timore e con un gruppo ristretto di amici, a fine anno scolastico si andavano a vedere i quadri in cui erano riportati i successi e i fallimenti di tutti, mentre adesso ciascuno, tramite il registro elettronico, vede i propri risultati e non sa niente degli altri. 
Come avviene in tanti altri contesti, il collettivo perde di valore rispetto all'individuale.
Giusto? Sbagliato? Non lo so: sta di fatto che era sicuramente un momento di crescita e di assunzione di responsabilità che ora viene rimandato.

Gli esami, dunque: il momento in cui si viene valutati per la prima volta da qualcuno di esterno, in cui si è sopraffatti dalla paura del foglio bianco, dalla paura del silenzio, dalla paura di deludere soprattutto sé stessi, dalla paura di ciò che verrà dopo.
Nei corridoi, durante gli orali, si vedono genitori in apprensione, nonne e nonni emozionati, mazzi di fiori (tanto che ogni tanto si ha la sensazione di essere ad un matrimonio - o ad un funerale, dipende) e da fuori si sente il rumore di bottiglie stappate, cori, urla di liberazione.
Il momento è davvero importante perché questo è l'ultimo passaggio prima di essere chiamati a decisioni che possono condizionare la vita: scegliere se frequentare l'università, se, avendone la possibilità, andar via di casa, combattere l'eterna lotta tra quello che si vorrebbe fare e quello che si dovrebbe fare, mettere sul piatto della bilancia comfort zone e nuove esperienze.
Penso, poi, a quanto i maturandi siano bombardati da presunte fughe di notizie sugli autori che sicuramente saranno oggetto della prima prova, dai video di guru-influencer che consigliano di mangiare leggero e di andare a dormire presto (ma dai? Non ci avevo pensato!), da presunti hacker e maestri di vita che insegnano trucchi e sotterfugi per superare in modo più o meno legale le prove scritte e soprattutto da inviti a stare tranquilli che, da che mondo è mondo, non hanno mai tranquillizzato nessuno.

Da prof, mi sento privilegiato e allo stesso tempo responsabilizzato ad avere un ruolo in tutto questo: che siano le classi che ho maltrattato per tre o cinque anni o che siano studentesse e studenti che vedo in quel momento per la prima volta, so di rivestire un ruolo in un momento che per loro è fondamentale.
So che dovrò aspettarmi il classico D'Annunzio estetista (una leggenda dice che se non si sente pronunciare almeno una volta questa frase, l'esame non può essere considerato valido) o le più scivolose erezioni vulcaniche; so che mi toccherà sentir parlare per un numero imprecisato di volte della maledetta sfiga dei Malavoglia e del gaio fanciullino pascoliano, ma va bene così.
Certo, qualcuno potrebbe dire che è solo lavoro, che è una tortura correggere pacchi di compiti con la fretta di dover finire presto e la paura di valutare non correttamente, soprattutto degli sconosciuti, che siamo al limite della violazione della convenzione di Ginevra quando si è costretti a star fermi ad ascoltare esami per ore, in aule rinfrescate spesso con mezzi di fortuna, che l'attribuzione del voto a fine esame assume talvolta i risvolti della tombolata in una casa di riposo, in cui si urlano numeri un po' a casaccio.
Diciamolo per una volta: le cose non si escludono.

Proprio oggi mi è ricapitato sotto gli occhi un vecchio messaggio WhatsApp mandato ai miei disgraziatissimi discepoli di allora (che hanno sempre un posto nel mio cuore):
"E così ci siamo, siamo arrivati alla notte prima degli esami. Quando starete scrivendo, ricordatevi delle mie manate prima di scrivere una sciocchezza; dopo aver scritto, controllate che il vostro discorso abbia un senso che sia comprensibile anche per gli altri 8 miliardi di persone che abitano questa Terra.
Soprattutto state tranquilli, ma non abbiate paura di avere paura... anzi, gustatevi questo sentimento dolcissimo e spaventoso che resterà parte del vostro bagaglio di emozioni.
Domani non dovrete cercare di fare il tema perfetto, ma dovrete impegnarvi per dare tutto ciò che potete: lo dovete a voi stessi e a chi vi vuole bene e fa il tifo per voi.
Io vi penserò e aspetterò vostre notizie 
Vi abbraccio tutti (con le mie braccia ce la posso fare). In bocca al lupo".

E ancora adesso scriverei esattamente le stesse cose.

Antonello Venditti, Notte prima degli esami (perché i classici vanno sempre rispettati)



1 commento:

  1. Anch'io ne ho sentite e lette di belle in sede d'esame: la naik di Samotracia, il devid di Michelangelo, la madonna del Tondo Doni Muscolare come un travestito

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