25 maggio 2025

V(u)oto

"A me è maggio che mi rovina".
La poesia - splendida - di Patrizia Cavalli, per me, potrebbe concludersi qui.
Incorniciati tra due feste tanto belle quanto ormai tristemente utopiche - quella dei lavoratori e quella della repubblica - i giorni di maggio scorrono inesorabili, pesanti come macigni e si portano dietro la stanchezza dei mesi di scuola e la frustrazione per quello che si sarebbe voluto fare e non si è fatto, per i risultati che si sarebbero voluti raggiungere e invece no.
Si rincorrono valutazioni, interrogazioni, recuperi, speranze, sensazioni di fallimento, sospiri di sollievo: si ha la sensazione perenne di annaspare, di non sapere a cosa dare priorità e si perde di vista tutto il resto.
E tutto questo riguarda docenti, studenti e famiglie. Tutti su una stessa zattera, ancora lontana dalla costa.
Ed è proprio quando sembra di non potersi fermare che è giusto farlo.
E io l'ho fatto l'altro giorno con i miei pupilli.

È naturale: quando si parla di scuola con i ragazzi e lo si fa a cuore aperto, bisogna essere pronti a ricevere bordate non indifferenti che però fanno riflettere.
La valutazione, quella valutazione da cui noi docenti siamo ossessionati per ragioni burocratiche, diventa anche la loro unica preoccupazione. E tutti i bei discorsi sul fatto che loro non sono solo quel numero, che per noi sono tanto altro crollano miseramente di fronte all'obiezione - lucidissima e inoppugnabile - che tanto poi alla fine è solo il voto che definisce il loro successo o il loro insuccesso.

Di fronte a questo, anche le raccomandazioni rispetto all'uso dell'intelligenza artificiale risultano inutili: se ciò che conta è il risultato e l'uso della tecnologia può aiutare a raggiungerlo, qual è il motivo che dovrebbe spingere ad impegnarsi e a spendersi in prima persona per ottenerlo?
La soddisfazione personale? Il proprio bagaglio culturale? Sarebbe bello fosse così, ma in realtà né l'una né l'altro sembrano avere a che fare con la scuola.
E questo vale anche ad altri livelli.
L'altro giorno - raccontavo agli studenti - ho visto una sponsorizzazione sui social che mostrava una piattaforma in grado di preparare lezioni, presentazioni e verifiche: mi sono sinceramente chiesto quale diventerebbe a quel punto il ruolo del docente: dovrebbe limitarsi ad esporre in modo convincente? E a cosa servirebbe laurearsi e percorrere le strade tortuose che conducono all'insegnamento?
E poi, perché un laureando dovrebbe scrivere di proprio pugno una tesi, passando mesi in laboratorio, in biblioteca, sui libri, mettendo alla prova la propria capacità di pensiero, di scrittura ma anche di resistenza fisica e psicologica? A questa domanda trovo solo risposte che affondano le proprie radici in questioni di tipo morale. Ma la morale non è ciò che ti garantisce un posto di lavoro.

Vedo una mano alzata.
È quella di C.
Mi dice che la scuola sottrae tempo alle sue vere e numerose passioni e che scrive su un quaderno le cose che le interessano e le approfondisce per conto suo. "Ho voglia di conoscere" dice C.: è una frase bellissima, ma capisco che questa voglia non può essere soddisfatta dalla scuola. Fa male, ma lo capisco.
L. mi dice che studia per conto suo, che legge libri, cerca, riflette, annota e di quello che studia a scuola non le resta niente. 
La mia prima reazione è di stupore, ma poi penso che io, forse, alla sua età non era molto diverso, che i pomeriggi di studio erano finalizzati al voto da prendere e che delle cose studiate allora  - e abbandonate durante il percorso universitario - non ricordo davvero più nulla perché le rimuovevo appena passata la verifica.

Certo, per consolarsi e per dare un senso a ciò che un senso sembra non averlo si potrebbe citare Skinner - non il direttore della scuola elementare di Springfield ma Burrhus Frederic, lo psicologo - e ricordare che la cultura è ciò che resta nella memoria quando si è dimenticato tutto; si può anche dire che la scuola non ha il compito di insegnare ciò che è utile a trovare un lavoro, ma non può non lasciare un profondo senso di vuoto la presa di coscienza della percezione dell'impatto del proprio lavoro da parte di chi si ha di fronte e che fa ciò che deve spesso al solo scopo di raggiungere un voto.

A me è maggio che mi rovina
e anche settembre, queste due sentinelle
dell'estate: promessa e nostalgia

A questo punto non resta che attendere settembre (o quei rari momenti - che pure càpitano - in cui ti sembra che, no, il tuo lavoro in fondo non sia così inutile).

Franco Battiato, Il vuoto

18 maggio 2025

100 metri

T. è una mia collega.
T. mi bullizza: statisticamente, ogni dieci parole che mi rivolge ce n'è almeno una che contiene un'offesa.
T., però, ha anche tanti e rari pregi e rientra, perciò, nel sempre più ristretto novero delle persone che considero amiche, di quelle amicizie nate in un periodo della vita in cui sai di non avere quel bisogno di amici quasi compulsivo tipico dell'età adolescenziale; proprio per questo motivo, queste amicizie sono più preziose.
Tra i vari soprannomi che mi affibbia - le 'ngiurie, avrebbe detto Verga - la più recente è Bianconiglio. Effettivamente, come il personaggio di Alice nel paese delle meraviglie, plano sempre a velocità sostenuta sul pavimento a scacchi bianchi e grigi della mia scuola: l'unica cosa che potrebbe farmi rallentare è la volontà di assecondare i miei disturbi ossessivi e andare solo sui quadrati più chiari, come fanno i bambini che saltellano quando attraversano la strada per toccare solo le strisce bianche perché altrimenti finiscono nella lava. Poi, però, mi ricordo che non sono un bambino, che saltellando potrei rompermi qualcosa e che ho ancora un barlume di dignità da difendere per cui corro, cercando di non inciampare e di ricordarmi chi sto cercando, cosa devo chiedere, chi sono, dove sono quando sono assente di me, da dove vengo, dove vado.

In effetti T. ha ragione. 
Ho sempre fretta, ho la sensazione costante che il tempo non basti mai, che le cose da fare siano troppe e tutte indispensabili. Se, però, mi fermo a pensare - una delle poche cose che ha il potere di farmi rallentare - vedo - attorno a me - tante persone che - come me - sono perennemente sui blocchi di partenza per una gara dei 100 metri.
Avverto, avvertiamo tutti, la tensione di questa gara per cui ci prepariamo costantemente, che mette in discussione mesi di preparazione in un tempo brevissimo: siamo ai blocchi di partenza, i muscoli in tensione, lo starter spara e noi partiamo.
Ci capita di vincere, ci capita di perdere, rimaniamo spesso senza fiato; l'aspetto peggiore di tutti, però, è la sensazione di dover subito ricominciare a correre perché ci attende un'altra gara a cui - per carità - sentiamo di non poterci sottrarre e per cui dobbiamo dare il meglio per non deludere nessuna delle persone che crediamo siano lì con il cronometro in mano a misurare le nostre performance.
Anche nella scuola è così: ci ragionavo proprio ieri con un'altra persona la cui presenza è preziosa nella mia vita (lo so, sono fortunato). Si è ossessionati dal procedere a tappe forzate, dal voler arrivare ad un certo punto del libro, ad un dato argomento perché poi altrimenti i prossimi anni non c'è il tempo di fare altro. Per questo motivo, rotoliamo letteralmente su argomenti, questioni, temi, parole che invece richiederebbero pausa, riflessione, tempi lunghi per far sì che tutto questo abbia un senso  che sia più profondo del numero da inserire sul registro elettronico.
E invece corriamo.

Credo sia una caratteristica di questa nostra epoca: l'obiettivo è farci ammirare e per questo ammiriamo poco quello che c'è intorno a noi: siamo un Frecciarossa che vuole stupire chi lo guarda grazie alla sua livrea colorata, impeccabile e grazie alla sua velocità: la stessa velocità che non ci permette, però, di cogliere i particolari, le sfumature di colore del paesaggio, i volti delle persone che incrociamo. Magari ce ne facciamo un cruccio, ma corriamo ugualmente perché sentiamo di dover rispondere ad una società che sembra quasi demonizzare il tempo vuoto e improduttivo, dimenticando che persino Dio il settimo giorno si è riposato.

C'è solo un momento in cui sembra di poter rifiatare: quando siamo in vacanza. Vita lenta è uno degli hashtag da social che spunta puntualmente in estate (e che personalmente mi provoca irritazioni su ogni parte del corpo) e si usa quando si vuole sottolineare il lusso che ci si prende di non correre, se tutto va bene, per due settimane all'anno.
Ma siamo davvero sicuri che sia un lusso che non possiamo permetterci sempre e che sia corretto ridurre la lentezza a una prerogativa di anziani e bambini? 
E se iniziassimo a pensare alla nostra vita come una maratona?
Quarantaduemilacentonovantacinque metri: è  impossibile pensare di correre a perdifiato per tutto il percorso. Ci saranno alcuni momenti in cui dovremo dare tutti noi stessi e concentrarci sul nostro corpo senza degnare di uno sguardo ciò che c'è intorno e altri in cui potremo quasi fermarci per ammirare il paesaggio. Tornare indietro non è consentito, ma prendere fiato sì.
E magari, conclusa una maratona, se ne può anche correre un'altra, avendo, però, il bagaglio di esperienza acquisito durante la prima.
Adelante, presto, con juicio, avrebbe detto Manzoni. E capita anche a Manzoni, ogni tanto, di avere ragione.

Francesco de Gregori, Adelante adelante

11 maggio 2025

Mamma ma...

Oggi è decisamente uno di quei giorni.
Uno di quelli in cui non capisco i social, che traboccheranno di dichiarazioni d'amore verso le mamme che magari i social non li hanno neppure.
Ma fare gli auguri alla mamma è un trend topic - un argomento di tendenza (lo spiego per la mia, di mamma, che non ha mai avuto i social ma che dedica ogni settimana qualche minuto a leggere con attenzione queste righe), così come lo è stato la morte del Papa o il Conclave. E ai trend topic, si sa, non si rinuncia.
Foto, ricordi, frasi di circostanza.
Tutto legittimo, per carità, ma c'è qualcosa che non mi torna.

Siamo cresciuti in una società che ha sempre fatto credere alle donne che non diventare mamme le avrebbe lasciate incomplete.
Una società che ha fatto credere che l'istinto materno sia qualcosa che tutte hanno, e chi non lo ha lo deve simulare per evitare di incorrere nel biasimo altrui.
La mamma ha contorni eroici: è quella che consola e ascolta, che fa tante cose, tutte bene e spesso contemporaneamente. Che è comprensiva, dolce ed è attenta ad assecondare le esigenze altrui.
Per i credenti, è l'immagine terrena della Madonna, la mediatrice, colei che riesce a piegare la volontà divina.

Siamo cresciuti con questo mito e, da uomo, posso solo immaginare che fardello pesantissimo sia tutto questo per le donne che si sono sentite - e, probabilmente in misura minore, si sentono ancora - influenzate dal peso delle aspettative che grava su di loro.
Cosa succede se non divento mamma? Se sento che i bambini mi danno fastidio? Se non ho l'istinto materno?
E se, una volta diventata mamma, non sono sempre sorridente? Perdo la pazienza? Non riesco a fare tutto ciò che si aspettano che io faccia?

Con il tempo, ho imparato a vedere la mia mamma per quello che è, ovvero una persona con i suoi grandi pregi e i suoi limiti, quelli che hanno tutti; una persona che raramente esprime i propri sentimenti in maniera convenzionale perché, forse, non è mai stata abituata a farlo o forse perché è una persona estremamente riservata: ma è la persona che - quando sono in macchina - si raccomanda perennemente di fare attenzione e ad ogni cambio di stagione mi chiede se sto prendendo gli integratori.
Mia mamma è la persona con cui parlo di letteratura, di massimi sistemi, di vita e morte, di comportamenti umani, ma non è mai stata la cuoca perfetta, impeccabile, la padrona di casa in stile Bree van de Kamp di Desperate housewives per intendersi.
Raramente mi sono sentito compreso gratuitamente da lei (ti capisco perché sono tua madre e questo è il mio ruolo) ma c'è sempre stato un approccio razionale ai problemi: la formazione filosofica ha battuto nettamente il cuore di mamma.

Tutte queste aspettative disattese - come dovrebbe essere la mamma vs come è la mia mamma - mi hanno lasciato un po' di amaro in bocca in passato ma mi hanno lasciato una preziosa eredità per il presente.
Il regalo migliore che possiamo fare - almeno da grandi - è smettere di alimentare l'immaginario della mamma perfetta, che crea solo ansia da prestazione e provare a capire che la procreazione  - che non è indispensabile per rendere una donna tale - è quanto di più naturale possa esistere e non dà alcun superpotere.
Liberare le mamme dal dover essere: tutto qua.

Un altro regalo si può fare: dedicare una poesia.
La mia è questa: La madre di Giuseppe Ungaretti.

E il cuore quando d’un ultimo battito
avrà fatto cadere il muro d’ombra
per condurmi, Madre, sino al Signore,
come una volta mi darai la mano.

In ginocchio, decisa,
Sarai una statua davanti all’eterno,
come già ti vedeva
quando eri ancora in vita.

Alzerai tremante le vecchie braccia,
come quando spirasti
dicendo: Mio Dio, eccomi.

E solo quando m’avrà perdonato,
ti verrà desiderio di guardarmi.

Ricorderai d’avermi atteso tanto,
e avrai negli occhi un rapido sospiro.

Fabrizio de André, Tre madri

04 maggio 2025

Vivere e lavorare

"L'Italia è una Repubblica democratica fondata sul lavoro".
Mi rendo conto di aver ripetuto - e di aver sentito ripetere - tante volte questa frase ma di aver fatto fatica a coglierne a fondo il senso e la portata.
Un po' come accade per quelle formule che si ripetono stancamente e a lungo, quasi come litanie, e ciò fa sì che delle parole restino solo i suoni e si perdano i significati.
Il lavoro è labor, ovvero è fatica, ma è anche dignità.
In francese il lavoro è travaille, che suona proprio come il travaglio in italiano, ma non può essere pagato in visibilità.
Non deve essere un privilegio né una merce di scambio né tantomeno un'occasione di sfruttamento.
Ma non deve essere neanche una gabbia.

Non posso non pensare a ciò che siamo diventati.

Siamo quelli delle spunte blu, quelli che se non rispondi subito, se non sei sempre reperibile, se non sei performante, significa che sei fuori dai giochi o sei poco interessato.
Siamo quelli che perdono il fiato e la serenità pur di salire su tutti i treni che passano una volta sola (che poi, in realtà, potrebbe anche non essere male rimanere nel luogo in cui si sta). 
Ci hanno fatto credere di essere indispensabili, come se ogni lavoro fosse quello di un chirurgo che opera d'urgenza e a cuore aperto.
Ci hanno fatto credere che la reputazione sociale dipende da quanto denaro si riesce a procurare e non importa come e a danno di chi lo si fa.
Ci hanno detto e ripetuto che con la cultura non si mangia e che ogni estate le strutture ricettive mancano di personale perché i giovani non hanno voglia di lavorare e di fare sacrifici.

Passiamo buona parte della nostra vita lavorando o pensando al lavoro.
Il rischio di farlo diventare l'unica ragione di vita è dietro l'angolo ma va evitato. È come le sirene di Ulisse, soprattutto quando il lavoro ci dà soddisfazione, quando è quello in cui riusciamo, quando diventa il microcosmo in cui noi - come dei demiurghi- riusciamo a mettere ordine mentre intorno a noi è tutto un caos. Diventa la nostra zona di comfort che dobbiamo abbandonare per crescere; avere il coraggio di guardare fuori anche quando il fuori è più incerto, più difficile, meno controllabile.

Mi vengono in mente i versi di Cesare Pavese nella sua poesia Lavorare stanca

Traversare una strada per scappare di casa
lo fa solo un ragazzo, ma quest’uomo che gira
tutto il giorno le strade, non è più un ragazzo
e non scappa di casa.

Ci sono d’estate
pomeriggi che fino le piazze son vuote, distese
sotto il sole che sta per calare, e quest’uomo, che giunge
per un viale d’inutili piante, si ferma.
Val la pena esser solo, per essere sempre più solo?
Solamente girarle, le piazze e le strade
sono vuote. Bisogna fermare una donna
e parlarle e deciderla a vivere insieme.
Altrimenti, uno parla da solo. È per questo che a volte
c’è lo sbronzo notturno che attacca discorsi
e racconta i progetti di tutta la vita.

Non è certo attendendo nella piazza deserta
che s’incontra qualcuno, ma chi gira le strade
si sofferma ogni tanto. Se fossero in due,
anche andando per strada, la casa sarebbe
dove c’è quella donna e varrebbe la pena.
Nella notte la piazza ritorna deserta
e quest’uomo, che passa, non vede le case
tra le inutili luci, non leva più gli occhi:
sente solo il selciato, che han fatto altri uomini
dalle mani indurite, come sono le sue.
Non è giusto restare sulla piazza deserta.
Ci sarà certamente quella donna per strada
che, pregata, vorrebbe dar mano alla casa.

Il vero lavoro dell'uomo, per quello che questi versi mi suggeriscono, è vivere ed è forse proprio questo che, nella visione di Pavese, stanca. 
E forse il lavoro quotidiano, quello ufficiale, quello stipendiato, prevedibile e quindi controllabile, è solo una scusa nobile e una via di fuga che ci permette di vivere ai margini della vita sfiorandola e senza immergersi nel suo flusso: non posso vivere, devo lavorare.

Il teatro degli orrori, Lavorare stanca




27 aprile 2025

È stato un caso

"È stato un caso".
Quante volte abbiamo pronunciato questa frase?
Lo facciamo per deresponsabilizzarci: non è colpa mia, è stato il caso.
Per dare una spiegazione a eventi, incontri, situazioni - piacevoli o spiacevoli che siano - a cui sentiamo di dover dare una spiegazione che non riusciamo a trovare.
Lo facciamo per spiegare ciò che va al di là del nostro libero arbitrio.
Che poi, a pensarci bene, mi sto convincendo che noi, di libero arbitrio, ne abbiamo davvero pochino: non più di quanto ne avesse la Gertrude manzoniana il cui padre, dandole l'illusione di avere una possibilità di scelta, le lasciava scegliere il giorno in cui diventare monaca per sempre, senza interrogarsi sulle sue reali volontà.
Come lei, ci illudiamo di scegliere la direzione da dare alla nostra vita, ma il nostro potere di intervento è su cose minuscole.
L'etimologia - in questo - sembrerebbe darmi ragione.
"Caso", esattamente come "fato", sono due participi perfetti e ciò che è perfetto è concluso ed immodificabile.
Fato è ciò che è stato detto, stabilito; caso è ciò che è caduto dall'alto in basso.
E quando una cosa cade, certo, possiamo raccoglierla ma ormai è caduta.

Penso, però, alle persone che incrociamo per caso nel nostro cammino, ai libri che leggiamo e che non erano nella nostra lista, alle esperienze che viviamo e che ci toccano nel profondo.
Ogni volta che impieghiamo il tempo nel fare qualcosa.
Ogni volta che i nostri occhi restano impigliati negli occhi di qualcun altro.
Ogni volta che ascoltiamo, parliamo, andiamo.
Ogni volta stiamo imboccando una strada e, spesso inconsapevolmente, stiamo escludendo tutte le altre.
Sarebbero state più fruttuose? Più facili? Più dolorose?
Non lo sapremo mai. Per quanto possiamo chiedercelo, per quanto possiamo realisticamente immaginarci gli infiniti altri futuri possibili non potremo mai avere certezza di come sarebbero andate le cose se.

Ero perso in questi pensieri, quando sono andato a cercare conforto tra i libri e sono andato da uno dei miei punti di riferimento, Wislawa Szymborska, che sul caso scrive queste parole:

Poteva accadere.
Doveva accadere.
È accaduto prima. Dopo.
Più vicino. Più lontano.
È accaduto non a te.

Ti sei salvato perché eri il primo.
Ti sei salvato perché eri l’ultimo.
Perché da solo. Perché la gente.
Perché a sinistra. Perché a destra.
Perché la pioggia. Perché un’ombra.
Perché splendeva il sole.

Per fortuna là c’era un bosco.
Per fortuna non c’erano alberi.
Per fortuna una rotaia, un gancio, una trave, un freno,
un telaio, una curva, un millimetro, un secondo.
Per fortuna sull’acqua galleggiava un rasoio.

In seguito a, poiché, eppure, malgrado.
Che sarebbe accaduto se una mano, una gamba,
a un passo, a un pelo
da una coincidenza.
Dunque ci sei? Dritto dall’animo ancora socchiuso?
La rete aveva solo un buco, e tu proprio da lì? Non c’è fine al mio stupore, al mio tacerlo.
Ascolta
come mi batte forte il tuo cuore.

Abbiamo sempre bisogno di darci una spiegazione razionale.
L'unico atteggiamento razionale è capire che questa spiegazione non sempre c'è.
Rileggo gli ultimi due versi della poesia, chiudo gli occhi e me li godo. In silenzio.

Franco126, Futuri possibili

13 aprile 2025

Strumenti di distruzione di massa: il ricevimento genitori.

L'ansia da prenotazione: "Sei riuscito a trovare posto? Guarda che se non fai presto non trovi più disponibilità"
L'impossibilità di trovare parcheggio.
Sapere dove andare leggendo dei tabelloni all'ingresso.
Vagare per corridoi affollati fino a trovare la porta giusta.
Attendere per un tempo pressoché infinito che arrivi il proprio momento.
No, non sto parlando di una partenza in aereo per le prossime vacanze ma di un momento che da docente temo quasi quanto un "poi passa nel mio ufficio?" della mia dirigente.
Il ricevimento dei genitori, che 'ntender no lo può chi no lo prova.

Guardo sconsolato le mie colleghe e i miei colleghi mentre saliamo insieme per le scale che ci portano alle aule a noi riservate: abbiamo lo stesso entusiasmo degli studenti che devono affrontare un compito di matematica alla prima ora del lunedì. E hanno passato la domenica a piangere perché non capiscono niente di numeri e di lettere messe a caso (ogni riferimento a fatti o persone - me, nello specifico - è puramente intenzionale)
Ci concediamo l'ultimo momento di disperazione prima di sfoggiare i nostri sorrisi migliori e tirare fuori il nostro campionario, fatto di:
- è intelligente. ma non si applica;
stringiamo i denti perché mancano ancora un po' di valutazioni;
- d'altra parte è così (quando vuoi chiudere la conversazione perché senti che fuori dalla porta sta iniziando una contestazione per il colloquio che si allunga troppo e intravedi genitori che stanno per indossare un passamontagna nero da black bloc con l'intenzione di spaccare le vetrine in cui ci sono esperimenti di scienze che credo nessuno abbia mai toccato.

Un po' di esperienza sul campo mi ha insegnato a riconoscere le tipologie di genitori più frequenti, che si possono categorizzare in questo modo:

- a casa la sapeva: un classico, come Via col vento o il trenino la notte di Capodanno. Il genitore è pronto a giurare sul fatto che lui stesso con le sue orecchie ha sentito la lezione al figlio e - a suo parere - era preparatissimo. Inutile spiegare che magari se fai tutt'altro lavoro non hai le competenze per valutare se il tuo pargolo è pronto o no per l'interrogazione e non sei diverso dall'umarell che guarda il cantiere affermando con una certa sicumera che lui il lavoro lo avrebbe fatto meglio. C'è una variante interessante che è mio figlio passa tutto il giorno in camera a studiare. Soprattutto quando si tratta di adolescenti in pieno tripudio ormonale, mi è necessario tutto il tatto del caso per spiegare che no, signora, se la porta è chiusa forse il bambino non sta studiando ma sta cercando nuovi modi per far esultare il proprio corpo. 

- premio Montessori: tratto da una storia vera/1.
io: "eh, signora, suo figlio ogni tanto avrebbe bisogno di una scossa". 
lei: "Lo picchi pure"
io: "Ma non posso"
lei: "Non si preoccupi, non la denuncio" 

- fammi i complimenti: lo riconosci subito. Si siede di fronte a te con un sorriso di plastica, solitamente sul bordo della sedia per permettere alla ruota del pavone di aprirsi completamente e mostrarsi in tutto il suo splendore. La cosa più imbarazzante è che ti guarda in silenzio, attendendo che tu inizi a parlare bene della figlia o del figlio e potresti andare avanti all'infinito: lui ha lo sguardo placido e la mancanza di fretta di chi sta facendo il pieno di benzina e aspetta di sentire il piccolo clic che ti avvisa che il serbatoio è pieno. Quando ormai sei allo stremo e hai già detto che il pargolo parla bene, scrive bene, studia, è corretto con i compagni, ha doti di santone, di guaritore e probabilmente riuscirà a riportare la Gioconda in Italia, il genitore, appagato da ciò che ha sentito, è pronto a librarsi verso gli altri docenti e a gonfiare ancora un po' il proprio ego.

- chiamami Maria: tratto da una storia vera/2
Era il 2005. Ero un giovane prof di belle speranze ed insegnavo in una scuola che si trovava in un paese sul mare (sospiro).
io: "Buonasera signora! Allora, cosa dire di sua figlia? È molto brava..."
lei (con fare sottilmente ammiccante): "Macché signora! Chiamami Maria"
Credo di aver sperimentato sul mio viso tutte le cinquanta sfumature di rosso.
No, alla fine non l'ho chiamata Maria.
Ovviamente, questo non succede più: al massimo ora dicono "Chiamo i carabinieri".

- avrei bisogno di uno psicologo (ma tu sei gratis)
io: "Allora, signora. Parliamo di suo figlio"
genitore: "Ah, non sa che situazione c'è in casa". E parte una disamina accuratissima - a cui per essere completa manca solo l'esposizione dell'albero genealogico -  sui parenti fino al quinto grado per poi passare a una descrizione delle dinamiche familiari, dei rapporti tra genitori e figli, tra genitore e genitore e anche tra genitore (solitamente l'altro) e amante.
Dopo aver dipinto una situazione rispetto alla quale la famiglia protagonista di Shameless è perfettamente funzionale, arriva la domanda: "Ma secondo lei il bambino va male in latino perché risente di tutto questo?"
No, signora: il bambino va male in latino perché non studia.

- garante della privacy: sono, solitamente, madri che ti parlano del ciclo della figlia o dello sviluppo ancora non avvenuto del figlio, che ti raccontano ogni episodio della loro vita, che tu avresti voluto continuare ad ignorare per vivere sereno. Quando il giorno dopo li vedi in classe, non hai il coraggio di guardarli in faccia per paura di scoppiare a ridere perché conosci alcuni segreti che pensavano sarebbero morti con loro nella tomba.

Alla fine delle ore di ricevimento, camminiamo come zombie per i corridoi, privati delle nostre energie; ci guardiamo senza vederci, aspettando solo di aprire la macchina, richiudere la portiera e cercare di elaborare questa esperienza antropologica estrema, chiedendoci se ciò che abbiamo vissuto sia stata realtà o fantasia.


  

06 aprile 2025

Elogio dell'imprecisione

Finalmente riesco a capire quale impatto possa aver avuto l'invenzione del fuoco sull'uomo preistorico.
Me li immagino, le donne e gli uomini dei tempi, che con il loro linguaggio primordiale si comunicano le esperienze vissute, si confrontano sui pericoli e iniziano a interrogarsi sulla grande novità che sentono sconvolgerà le proprie vite.
Come potremo gestire il fuoco? Ci aiuterà o ci danneggerà? E se qualcuno ne usasse la forza distruttrice contro di noi, come faremo a difenderci?
Ho sostituito alla parola "fuoco" la parola "intelligenza artificiale" ed ho avuto l'illuminazione.
La svolta è, indubbiamente, epocale e noi - nonostante i corsi di formazione, le rassicurazioni, l'ostentata indifferenza da parte di alcuni e la paura incontrollabile da parte di altri - non siamo pronti perché, sostanzialmente, come gli antichi credevano che il fuoco fosse una prerogativa degli dei e che un eroe - Prometeo - fosse andato a rubarlo loro per donarlo agli uomini, allo stesso modo crediamo che dietro l'IA ci sia qualcosa di divino a cui è impossibile opporsi.
Ma un rimedio c'è, ed è l'imprecisione.

Preciso, etimologicamente, vuol dire privato di tutto ciò che è superfluo.
Preciso è, quindi, qualcosa dai confini netti, dai margini invalicabili che distinguono nettamente ciò che è da ciò che non è.
Il chimico cerca spesso la precisione perché cambiare le proporzioni tra gli elementi che maneggia può significare far fallire un esperimento.
Tutti noi, io per primo, cerchiamo spesso la precisione perché probabilmente ricomponiamo - o cerchiamo di ricomporre -  i nostri profondi conflitti interiori curando maniacalmente i particolari esteriori: compensiamo con l'ordine esterno il disordine interno.

Ma l'imprecisione è ciò che ci rende umani: ciò che è troppo preciso nasconde un artificio, un intervento ragionato. Definire tutto ciò che facciamo e ciò che siamo in modo netto è qualcosa che costa fatica, che spesso non ripaga e che richiederebbe - volendo essere onesti - una continua revisione e ridefinizione.
Io sono questo
No, tu oggi sei questo perché qui ti hanno portato le esperienze che hai vissuto, gli incontri che hai fatto, le occasioni che hai sprecato, le strade che hai scelto di percorrere quando ti sei trovato di fronte ad un bivio.
Domani cosa sarai? 
Non si può dire con certezza perché il futuro pone sfide talvolta inimmaginabili in cui sei costretto a rivederti, a ripensarti, a ridefinirti anche in maniera totalmente inaspettata.

La precisione nella definizione di sé è, quindi, una scelta sbagliata da un punto di vista evolutivo: se ci specializziamo, ovvero se ci diamo dei confini precisi, siamo destinati a soccombere perché non in grado di adattarci ai cambiamenti. Come diceva Italo Svevo nel suo saggio L'uomo e la teoria darwiniana solo chi non è ben definito ed è aperto al cambiamento, l'abbozzo di uomo, è destinato a sopravvivere.

E in ambito scolastico?

Quando una studentessa o uno studente mi presenta un lavoro senza sbavature mi insospettisco; quando li vedo ossessionati dalla pulizia del foglio che non deve avere cancellature o pieghe mi pongo una domanda: è davvero questo ciò che insegna - o deve insegnare - la scuola?
Mi vengono in mente queste parole di Italo Calvino:

«Il diavolo oggi è l'approssimativo. Per diavolo intendo la negatività senza riscatto, da cui non può venir nessun bene. Nei discorsi approssimativi, nelle genericità, nell'imprecisione di pensiero e di linguaggio, specie se accompagnati da sicumera e petulanza, possiamo riconoscere il diavolo come nemico della chiarezza, sia interiore sia nei rapporti con gli altri, il diavolo come personificazione della mistificazione e dell'automistificazione. [...] Riuscire a definire i propri dubbi è molto più concreto che qualsiasi affermazione perentoria le cui fondamenta si basano sul vuoto, sulla ripetizione di parole il cui significato si è logorato per il troppo uso.»

Essere imprecisi, però, non vuol dire per forza essere approssimativi.

Chiaramente, non si può e non si deve dare spazio all'idea - già diffusa a tutti i livelli della società - che, ad esempio, le parole non hanno un peso e che, quindi, usarne una o un'altra è indifferente; non va normalizzata la faciloneria con cui vengono spesso liquidate le questioni importanti; non va difesa l'idea per cui è sufficiente dare l'idea agli altri di essere in possesso di conoscenze per essere considerato uno che sa.

La precisione e la chiarezza di pensiero sono fondamentali; l'approssimazione è, invece, cialtroneria, è mostrarsi in grado di saper fare qualcosa che non si sa fare. È copiare gli esercizi dal compagno di banco per mostrare di aver fatto i compiti a casa, è cercare di gettare fumo negli occhi altrui, confondere le acque per ritrovarsi, però, con un pugno di mosche.
L'imprecisione di cui parlo è qualcosa si può profondo: è l'ammissione dei propri limiti, è la volontà di non cercare la perfezione a tutti i costi, è la rinuncia all'ossessione per la forma.
È qualcosa, come dicevo, di profondamente umano e questo non può essere replicato da nessuna intelligenza artificiale che, invece, com'è giusto che sia, punta alla precisione estrema, che umana non è.

E allora preserviamola questa imprecisione, accettiamo il fatto che i bordi non sono sempre netti e che ciò che divide il sé e l'altro da sé, il giusto e lo sbagliato, il positivo e il negativo è un confine che può e deve essere spesso valicato. È lo stesso Calvino ad insegnarci - nel suo romanzo Il visconte dimezzato - che un uomo è completo solo quando conserva in sé il lato buono e il lato cattivo e che la loro netta separazione, causata da un colpo di cannone che colpisce il visconte Medardo, non porta l'uomo da nessuna parte.

Nella sua raccolta Nature e venature, Valerio Magrelli inserisce questi versi

Amo i gesti imprecisi,
uno che inciampa, l’altro
che fa urtare il bicchiere,
quello che non ricorda,
chi è distratto, la sentinella
che non sa arrestare il battito
breve delle palpebre,
mi stanno a cuore
perché vedo in loro il tremore,
il tintinnio familiare
del meccanismo rotto.
L’oggetto intatto tace, non ha voce
ma solo movimento. Qui invece
ha ceduto il congegno,
il gioco delle parti,
un pezzo si separa,
si annuncia.
Dentro qualcosa balla.

E lasciamo che quel qualcosa balli.

Calcutta, Tutti

Fastidio

Io non so più cos'è normale o un'allucinazione se sono matta io. Non è che voglia litigare ma ho come l'impressione di non poter...