11 gennaio 2026

Siate ribelli, siate grati

Ormai ogni giorno dell'anno c'è una ricorrenza.
Facendo un po' di sana retrotopia (termine che unisce le parole retro per indicare il passato e utopia per indicare una società ideale, quindi un modo figo per dire "ah quanto era bello prima"), facendo un po' di sana retrotopia, dicevo, potremmo dire che prima si festeggiavano solo la mamma, il papà, le donne e le Forze Armate. Poi si sono aggiunti i nonni, gli alberi, fino ad arrivare alla neve (16 gennaio), la carbonara (6 aprile), le ostriche (5 maggio), le emoji (17 luglio), lo squash (18 ottobre) e chi più ne ha più ne metta.

Oggi  - ho scoperto - si celebra la giornata mondiale del grazie: ovviamente la mia mente è andata subito ad una delle serie più geniali che la mente umana possa aver partorito, ovvero Boris (e se non l'avete vista, mollate tutto e rimediate immediatamente) in cui si celebrava una fantomatica festa del grazie (qui potete vedere la scena di cui parlo).
Ma mi sono ricordato anche di aver scritto un post a riguardo.
L'ho riletto e - miracolo - sono ancora d'accordo con quello che ho scritto più di due anni fa.
Un record per me ho qualche problema di incompatibilità con l'essere coerente.
Ve lo ripropongo perché credo fermamente che in una società fatta di uomini che non devono chiedere mai e di persone che credono che la maleducazione sia dimostrazione di personalità, una persona che ti ringrazia sorridendo e guardandoti negli occhi abbia ancora un potere immenso e stia facendo un vero gesto rivoluzionario.


L'unica cosa che è cambiata rispetto al post è che, questa volta, il Natale è già passato, lasciandomi più o meno illeso.
E provo un'infinita gratitudine anche per questo.

Gabriella Ferri, Grazie alla vita

04 gennaio 2026

Γλυκύπικρον

Prima la A14, poi la A25 e infine la A1.
Sono anni, ormai, che percorro in tre autostrade quegli oltre 650 km che separano la mia città di origine dalla città in cui vivo: quella strada me la sento tutta addosso, come se l'avessi costruita io, come se l'avessi dovuta asfaltare centimetro per centimetro.
È una sensazione stranissima quella del ritorno a casa: trovo sempre tutto uguale, come lo avevo lasciato quando sono partito. 
Come se il tempo non avesse potere sulle cose.

Sfoglio i libri dell'università - il manuale di storia greca su cui ho buttato sangue e quello di geografia, il mio primo esame - e ritrovo le mie sottolineature sbilenche, la mia grafia e le mie frustrazioni dell'epoca, quando non sapevo ancora cosa avrei fatto della mia vita (come se ora lo sapessi).
Sento quell'odore inconfondibile nell'aria, sulle lenzuola: non mi sono mai chiesto il perché e non so neppure se sia davvero così ma credo che l'odore, per la casa, sia ciò che le impronte digitali sono per l'uomo. Unico e riconoscibile tra milioni ma solo per chi in quella casa ha vissuto, pianto, riso, urlato e sussurrato, nascosto segreti e confidato verità.
Stupisco vedendo che non cambiano neppure le relazioni tra le persone che ci abitano: la mamma e il papà che ridono su tutto e si punzecchiano per ogni cosa, i loro borbottii incomprensibili, i loro compiti ben definiti, il loro reciproco lasciarsi spazi di manovra e di solitudine. Quello che è cambiato è che ormai tutto deve avvenire a voce più alta perché  - anche se non lo ammetteranno mai - iniziano entrambi a sentirci poco ed ogni tanto mi sembra di assistere a scene del teatro dell'assurdo. Non ne fanno una tragedia, bensì una commedia e credo sia uno degli insegnamenti che mi porterò dietro.
E tutto questo è dolce.

Non cambia niente, eppure cambia tutto.
Perché se il tempo non ha potere sulle cose, ce lo ha sulle persone.
Perché, nonostante siano diciannove anni che non abito più lì, ogni volta che, valigia in mano, sento che l'ascensore inizia a scendere e percepisco il rumore della porta di casa che si chiude, un nodo stringe la gola.
Perché la certezza che qualcosa cambierà - e cambierà inevitabilmente perché è il normale corso della vita - è difficile da affrontare.
Non riesco a impedire alla mente di concepire l'immagine di me che macino trafelato gli oltre 650 km dopo aver ricevuto una telefonata.
Pesa il pensiero che quella casa  - già troppo grande per due - un giorno sarà ancora più grande fino a diventare un ricordo ingombrante di cui bisognerà decidere cosa fare.
(Me li sto immaginando, mater e pater, che leggono queste righe, si lasciano andare a gesti apotropaici e poi dissertano per ore sul concetto di morte in filosofia e in letteratura. In realtà, dei gesti apotropaici non sono sicuro, mentre potrei scommettere un rene sulla discussione infinita)
E tutto questo è amaro.

È un sentimento che non trova parole quello che provo, eppure credo sia comune a tutti coloro che vivono lontano dal luogo in cui hanno le proprie radici, indipendentemente da quanto le si rinneghi e si sia cercato di esserne autonomi
C'è il calore della consuetudine e il freddo della consapevolezza, il dolce del sentimento e l'amaro della ragione.
In realtà una parola c'è, ed è γλυκύπικρον (glüküpikron).

È in uno dei testi di Saffo che si trova per la prima volta questo termine:

Di nuovo mi assilla Eros che scioglie le membra,
dolceamara invincibile creatura;
ma tu, o Atthis, ti sei stancata
di pensare a me e voli verso Andromeda

(Saffo, fr. 130 V., traduzione di Franco Ferrari)

La poetessa riferisce il termine dolceamaro a Eros, invincibile creatura: il contesto è chiaramente diverso, ma ciò che provo mentre scrivo queste righe ha un'ambivalenza che la parola riassume in maniera potente ed efficace, senza bisogno di aggiungere altro.

Lo so, avrei potuto anche citare Dolceamaro di Barbara d'Urso oppure il pregnante verso di Sal da Vinci (È un gusto dolce amaro tra rossetto e caffè) ma nominare Saffo fa un po' più figo.

The Verve, Bitter sweet symphony

28 dicembre 2025

Spegni quella luce

Ci pensavo ieri sera, mentre camminavo per le vie semideserte del centro della città in cui abito: passato il Natale, bisognerebbe togliere tutte le lucine che abbelliscono le case e le strade.
In questi giorni che non sono né rossi né neri, in queste ore sospese tra una festa e l'altra e che si percorrono come fa un acrobata sul filo sospeso a venti metri da terra tra cibo, parenti, rimpianti, chiacchiere e silenzi di cortesia, quelle luci un po' stonano.
Tralasciando i credenti - ma quelli veri, intendo, non quelli occasionali o quelli di convenienza o quelli che a Natale non si può non andare a messa - i credenti, dicevo, che nel Natale vedono il compimento di una promessa che ciclicamente (e contro ogni logica umana) si ripete ogni anno, quelle luci ci ricordano che l'attesa è finita.
E ora?

Le famiglie sparpagliate si sono riunite. E le domande scomode o le battute fuori luogo sono già arrivate.
La poesia imparata a scuola è stata recitata. Ricordo ancora l'imbarazzo che da bambino provavo nel mettermi in piedi sulla sedia a declamare versi che stillavano miele e buoni sentimenti da ogni sillaba.
I regali sono stati scartati. E già pensiamo a quanto potremo guadagnare rivendendo quell'orrendo paio di pantofole su Vinted.
Ai bambini ancora una volta è stato fatto credere che Babbo Natale ha ascoltato le loro richieste perché sono stati buoni.
Insomma, l'attesa è finita e tutto è compiuto.
È cambiato qualcosa? Probabilmente no.
Siamo più felici di prima? Probabilmente per qualche istante lo siamo stati.

Siamo pronti per metterci in attesa di qualcos'altro da attendere: l'inizio dell'anno nuovo.
E inevitabilmente mi tocca citare il buon Giacomo quando, nel Dialogo di un venditore d'almanacchi e di un passeggere, scrive:

Quella vita ch'è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll'anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice.

In questi giorni tra un'attesa compiuta e una da compiere, tra una speranza che forse si è trasformata in illusione e una in cui vogliamo ancora credere, non riesco a non ripensare a questo loop in cui sono, in cui forse siamo tutti.

Le cose raramente vanno come speriamo.
Le grandi attese spesso sono seguite da delusioni ancora più grandi. 
Le persone spesso si rivelano diverse da quelle che credevamo.
Eppure continuiamo a credere nel futuro, nell'ignoto, in ciò che sarà.
E ci crediamo proprio perché non lo vediamo.
E lo facciamo ostinatamente perché siamo consapevoli che il vero è brutto e che solo la facoltà immaginativa ci permette di vivere e di non lasciarci andare allo sconforto.
Vedrai vedrai, cantava Luigi Tenco, vedrai che cambierà. Forse non sarà domani ma un bel giorno cambierà.
 
Passato il Natale, bisognerebbe togliere tutte le lucine che abbelliscono le città. Oppure lasciarle tutti i giorni dell'anno per far sì che l'attesa e l'illusione non vengano mai meno.

Jeff Buckley, New year's prayer

21 dicembre 2025

Il fascino del limite

Ne parlavo l'altro giorno con C.
C. è indubbiamente una delle teste migliori che io abbia incontrato in questi venti anni di insegnamento: legge tanto, ha mille interessi - i più disparati - che approfondisce, accumula esperienze, costruisce futuri, ha una notevole accuratezza nello scegliere e nel porgere le parole.
C. è anche fortemente critica nei confronti di un sistema scolastico che la costringe a studiare cose che non le interessano: perché - mi dice - studiare tanta storia, tanta letteratura del passato quando c'è tutto il mondo contemporaneo che lei vorrebbe conoscere e saper interpretare?
A C. non interessa quindi della scuola e dei risultati scolastici: i voti sono numeri e la scuola è un freno alla sua voglia di conoscere. Può prendere quattro e nove nello stesso giorno, nella stessa materia e reagisce con la stessa divina indifferenza.
Superfluo parlare con lei della scuola che insegna a ragionare, perché sa già farlo - e molto bene -  da sola.
Superfluo anche spiegarle che le conoscenze scolastiche servono a costruire quel reticolato in cui inserire tutto ciò che si impara fuori da quelle mura e che è proprio al suo interno che tutto ciò che ci circonda assume un senso.
Confrontandomi con lei, mi viene in mente il concetto di limite.

Limes - il termine latino da cui deriva la parola limite - è etimologicamente connesso a limus che significa obliquo e indica una via traversa, un sentiero che fa da confine, da frontiera.
Il concetto di limite è respingente e attraente nello stesso tempo: può essere spiacevole l'idea di avere una strada da seguire, soprattutto quando ci sembra di avere praterie sconfinate solo per noi e pensiamo che andare in una direzione implichi una rinuncia a tutte le altre strade possibili.
Allo stesso tempo può essere rassicurante l'idea di percorrere strade già battute perché in questo modo ci sembra di diminuire significativamente le probabilità di perderci.

Ma c'è un altro aspetto che, secondo me, va considerato.
Se è vero, com'è vero, che il limite è ciò che distingue il noto dall'ignoto, il sé dall'altro da sé, il sì dal no, il giusto dallo sbagliato è altrettanto vero che quella strada che fa da frontiera è il punto in cui tutto converge: è la strada del possibile, è la soglia affacciandoci dalla quale vediamo tutto ciò che non pensavamo esistesse, tutto ciò a cui aspiriamo - forse proprio perché è al di là.
Percorrendo questa strada, anche restando al di qua del limite, possiamo accogliere tutto ciò che è altro e farlo diventare nostro, allargare un po' i nostri confini che talvolta ci appaiono così angusti, allentare quei nodi da cui ci sentiamo condizionati.
Restare nella strada segnata - pur provando costantemente ad allargarla, pur gettando un occhio al di là - è anche un esercizio di vita: possiamo, infatti, con coraggio infrangere i limiti imposti, proveremo una sensazione di libertà improvvisa ma in questi territori inizialmente sconosciuti troveremo o ci imporremo nuovamente dei confini da non valicare. Potremmo infrangere anche quelli, certo, ma la sensazione è che ne troveremmo altri e altri ancora. Perché l'uomo in quanto essere limitato - fosse anche solo da un punto di vista temporale - non può fuggire eternamente dal limite.

Limite è la siepe dell'Infinito di Leopardi, quella senza la quale non avrebbe mai immaginato i sovrumani silenzi e la profondissima quiete. Ma limite è anche il muro d'orto di Montale, quell'elemento invalicabile al di là del quale c'è la vita vera, il palpitare lontano di scaglie di mare.
La porta dell'Inferno di Dante (Per me si va nella città dolente) le colonne d'Ercole varcate da Ulisse, il molo che attende Eveline nell'omonimo racconto di Joyce sono tutti limiti.

Poi è suonata la campanella che ha segnato la fine dell'intervallo e della nostra conversazione: ancora una volta un confine.
Non so se sono riuscito a dare a C. una chiave di lettura utile, non so se queste parole la aiuteranno a guardare il limite con occhi diversi.
In fondo, sono convinto che il compito degli uomini non sia riuscire quanto piuttosto provare. E non posso dire di non averlo fatto, con tutti i miei limiti.

Roberto Vecchioni, Stranamore


14 dicembre 2025

2026: fuga dall'algoritmo

In principio era il T9.
Quando i cellulari avevano ancora i tasti in rilievo, gli schermi non erano touch e scrivere messaggi provocava severe tendiniti, farsi aiutare nella digitazione dalla scrittura intuitiva - quel sistema che si chiamava appunto T9 - appariva come una benedizione divina.
Certo, si rischiava di finire in situazioni imbarazzanti con messaggi totalmente travisati (e mai corretti perché ogni sms costava, tranne a Natale e in estate), c'erano rapporti che finivano per parole scritte male, ma direi che si correva volentieri il rischio: un pollice sano val bene una sfuriata.
Ora, grazie ai notevoli passi in avanti della tecnologia, quando apro la pagina di Google e inizio a cercare qualcosa, ho spesso la piacevole e calda sensazione di essere accolto da un amico che mi capisce al volo: digito tre lettere e mi propone esattamente la ricerca che avevo in mente.
Magia? Mentalismo? No, semplicemente algoritmo.

Google sa cosa vogliamo e ce lo propone, spingendoci spesso a cercare cose che non ci interessano perché ce le propone in maniera così convincente che noi non riusciamo a dire di no.
Inizio a scrivere qua e il primo risultato è quanti anni ha Valeria Marini? E non ditemi che non siete curiosi di saperlo, perché lo vedo da qui che state mentendo.
Digito chi ha e trovo notizie assolutamente indispensabili su chi ha vinto il grande fratello con tutta una retrospettiva sugli ultimi 25 anni.
Per non parlare dei risultati che ho davanti agli occhi se, volendo fare una innocente ricerca sul Portogallo, digito por.

Al di là di questi fraintendimenti, si ha davvero spesso la sensazione di una comprensione immediata dei nostri desideri da parte dei motori di ricerca, ma se da una parte questa sensazione è piacevole, del tipo oh guarda, finalmente qualcuno mi capisce senza che io parli, dall'altra la trovo piuttosto inquietante.
Se è vero, come è vero, che tutto questo ci fa risparmiare tempo e ci fa sentire quasi coccolati, non riesco a non pensare a come si sia arrivati a questi risultati: siamo degli abitudinari che agiscono sotto l'occhio vigile di un Grande fratello - quello di Orwell, non quello di Canale 5 - che prende nota di tutto quello che facciamo, leggiamo, guardiamo e pensiamo.
Anticipandoci nelle ricerche, Google ci stimola a non pensare e ad essere acritici, così come a non pensare e ad essere acritici ci spinge l'uso dell'intelligenza artificiale: potenzialmente è uno strumento tanto utile, ma mi viene da chiedermi quale sia il suo reale impatto nella nostra vita.
Certo, ci aiuta a risparmiare tempo - un bene di cui ci sentiamo sempre carenti - ma la domanda da porsi è come usiamo il tempo che ci ha fatto risparmiare l'uso della AI? E poi, siamo consapevoli di barattare parte delle nostre capacità cerebrali in cambio di una manciata di minuti che magari poi sprechiamo in altro modo? Se uso l'ascensore invece di fare le scale arrivo prima, certo, ma, a lungo andare, perdo l'uso delle gambe.
Verrebbe da citare Seneca e il suo De brevitate vitae dove il filosofo scrive Non exiguum temporis habemus, sed multum perdimus cioè non è vero che abbiamo poco tempo,  ma la verità è che ne perdiamo molto.

Alla luce di tutto questo, ho deciso che ingannerò l'algoritmo, iniziando ad assumere comportamenti che non si aspetta da me:
  • commenterò entusiasticamente i video della ministra Bernini che, rievocando anche lo spirito dei defunti, apostrofa come poveri comunisti e inutili gli studenti che la contestano per la dissennata gestione dei test nella facoltà di medicina;
  • guarderò gli highlights dell'affascinante partita Aegir-Throttur Vogar, due squadre che militano nella seconda divisione del campionato di calcio islandese;
  • leggerò avidamente gli articoli di La verità e Il giornale;
  • verificherò l'esistenza di un fan club di Mario Giordano per potermi iscrivere al più presto;
  • cercherò informazioni sul tour di Povia e mi accaparrerò i biglietti per assistere in prima fila ai suoi concerti
Non dico di tornare a fare le ricerche sull'enciclopedia - per quanto questo eserciti su di me un fascino retrò non indifferente - ma provare a spiazzare l'algoritmo, ad ignorarlo, a deluderne le aspettative: non potrebbe essere un buon proposito per il 2026?

Caparezza, Fugadà

30 novembre 2025

Mattone

Ci sono canzoni che ti colpiscono un martedì qualunque, intorno alle 23.45
Canzoni che non hai scritto tu perché non sapresti farlo.
Canzoni che, magari, non parlano di te, ma parlano a te.
Una di queste è "Mattone" di Angelica Bove.

Dicono che per amare serve stare bene da soli
di non accontentarsi pur di rimanere insieme da fuori

Quante volte ci facciamo condizionare da ciò che dicono gli altri, da ciò che si vede di noi da fuori? Quante volte rimandiamo il nostro stare bene per paura della solitudine?

Noi ci somigliamo come i cani coi padroni
Ma non ci capiamo come figli e genitori

È la consuetudine che fa sì che i cani somiglino ai padroni ma è anche ciò che rende simili le persone che si amano. Questa consuetudine, però, non riesce ad evitare che l'incomunicabilità che è propria di qualunque rapporto umano, anche quello più naturale, quello tra genitori e figli. 

Mi prendo un altro po'
Troppe informazioni che mi confondono

Coltivare il silenzio in un'epoca di sovraffollamento di stimoli è un atto di ribellione ma è anche ciò che ci può salvare, anche se fa paura.

Quanta pioggia ancora cadrà
Per un po' di pace in queste giornate
So che prima o poi passerà
L'ha detto il dottore che mi devo abituare
A stare male in modo normale
Come tutte le altre persone
A stare male in modo normale
Come tutti gli altri
E ritornare a vivere

Mi devo abituare a stare male in modo normale. La frase mi ha colpito, diretta come un pugno in pieno viso. Qual è il modo normale per stare male? Davvero esiste una normalità del dolore? Forse un dolore composto, che non crea disturbo agli altri, che possiamo sfogare solo quando siamo soli? E che dolore è quello che non trova una via per esprimersi? Ritornare a vivere si può, con una nuova consapevolezza che deriva proprio da quel dolore. 

Dicono che per odiare serve litigare
Servono parole dette bene
Io che mi ritrovo sempre a dire cattiverie
Fino a tre non riesco mai a contare
Perdo la pazienza come perdo le occasioni
Sono treni così lontani

Quanto è difficile litigare: è faticoso quasi quanto amare. Contare fino a tre, non farsi trascinare dalla rabbia, non perdere la pazienza richiedono uno sforzo che andrebbe riservato a poche persone, le stesse verso cui si prova amore. Altrimenti è uno spreco di energie.

Aspetto ancora un po'
Troppe direzioni possibili

Perdersi e ritrovarsi: un percorso continuo, labirintico che ci porta talvolta su strade già battute, altre volte su strade di cui non sospettavamo neppure l'esistenza. Perdersi per ritrovarsi. Magari nuovi, magari diversi da come credevamo di essere.

Dicono che porto un peso
Che per me è un mattone
Ma un mattone serve a costruire

La sofferenza è un peso, ma non è fine a se stesso: la sofferenza va accolta perché, non sempre ma spesso, è ciò che ci permette di costruire e di costruirci, anche quando intorno e dentro di noi ci sono solo macerie.

Angelica Bove, Mattone

23 novembre 2025

Non ci vuole un gene

Era un luminoso pomeriggio...
- d'aprile e i due giovani Giórgio e Pièro si incontrarono nella radura di Sherwood -  diranno subito i miei piccoli lettori.
No, ragazzi, avete sbagliato.
(Tutta la mia stima a chi coglie entrambe le citazioni, segno evidente del mio bipolarismo culturale)
Era un luminoso pomeriggio di novembre quando, scrollando pigramente i social, compare davanti ai miei occhi un video.
L'ho guardato. Mi sono detto che non era possibile, che si doveva per forza trattare di un deep fake.
L'ho riguardato, ho cercato altre fonti, altre inquadrature, altre testate giornalistiche che rilanciassero la stessa notizia con lo stesso video.
Tutto mi confermava che quelle parole che avevo udito non erano state oggetto di una manipolazione e non erano neppure state pensate da una mente diabolica che aveva come fine mettere in cattiva luce il governo con un grande complotto: era tutto vero. 
Davvero c'è stato un ministro della Repubblica che, parlando del "cosiddetto maschilismo" che è frutto della teoria "darwiniana della legge del più forte", "poiché la natura ha dotato i maschietti di una forza muscolare maggiore di quella delle femminucce dai primordi dei tempi", aveva pronunciato le parole che riporto testualmente qui di seguito:

"Che cosa ha comportato tutto questo? Ha comportato una sedimentazione nella mentalità dell'uomo - intendo proprio del maschio - che è difficile da rimuovere perché è una sedimentazione che si è formata in millenni di sopraffazione, di superiorità. Quindi anche se oggi l'uomo accetta - e deve accettare - questa assoluta parità formale e sostanziale nei confronti della donna, nel suo subconscio il suo codice genetico trova sempre una certa resistenza. Ecco perché secondo me è necessario intervenire con le leggi penali, con la repressione, con la prevenzione".

Mi sono sentito come quando mi trovo davanti a quei compiti da correggere così sbagliati che mi fanno ritrovare la fede solo per poter efficacemente imprecare contro le divinità: indeciso se strappare tutto, ricorrere alla violenza o pazientemente smontare pezzo per pezzo quello che i miei occhi (in questo caso le mie orecchie) hanno dovuto subire, nella speranza di non dover più assistere a uno scempio simile.

Perché c'è una cosa che mi fa ribollire il sangue più di tutto.

E non è che mi aspetterei che un rappresentante del governo facesse più attenzione alle parole che usa,  evitando di parlare alla pancia delle persone solo per solleticarne gli istinti più bassi e primordiali.
E neanche che questo sembra un tentativo grossolano e fatto in malafede per sviare l'attenzione da temi cruciali per il Paese. Qualcosa del tipo spariamola grossa così tutti si soffermeranno su queste dichiarazioni e noi, nel frattempo, facciamo quello che ci pare.

Non è che che in questo modo si propone un determinismo da cui mi sento personalmente offeso: sei maschio QUINDI DEVI avere dentro di te un istinto di sopraffazione che il governo è pronto a punire. Come se non avessi il libero arbitrio, come se non avessi una sensibilità mia propria, come se non avessi un cervello che mi indirizza verso il bene e il male, come se la minaccia delle pene fosse l'unico deterrente possibile.
E neppure sentir parlare in maniera abborracciata di concetti importanti come subconscio e genetica, piegando ai propri beceri fini la cultura che, innanzitutto nella scuola, si cerca quotidianamente di diffondere tra le studentesse e gli studenti, in mezzo a mille difficoltà, responsabilità, tranelli burocratici e costanti tentativi di delegittimazione. 

No. La cosa che mi manda completamente fuori di testa è che in questo modo, con queste parole pronunciate da un ministro e ribattute da agenzie di stampa, social, giornali e tv, il maschio che usa la violenza nei confronti della donna, che la sopraffà, si sente in qualche modo doppiamente giustificato: lo ha detto la televisione che non ci posso fare niente se sono violento. E in più non è colpa mia, è colpa della genetica. E magari lo dice senza avere neppure la minima cognizione di ciò di cui sta parlando

Dato il livello altissimo del dibattito, non mi meraviglierei se qualcuno affermasse che Mendel, il padre della genetica, utilizzando per i suoi esperimenti i piselli  - e non le patate -, avesse voluto sottolineare la superiorità del maschio sulla femmina anche in ambito scientifico.

Non ci vuole un gene per giustificare comportamenti sbagliati.
Ma non ci vuole neppure un genio per capirlo.

Aretha Franklin, Respect 

Siate ribelli, siate grati

Ormai ogni giorno dell'anno c'è una ricorrenza. Facendo un po' di sana retrotopia (termine che unisce le parole retro  per indi...