22 febbraio 2026

Inviti superflui

È un periodo piuttosto difficile, questo.
Un periodo in cui nostalgici e nerboruti ragazzotti vogliono schedare docenti perché antifascisti (sono sempre pronto a lasciare i miei dati a chi volesse farlo); un periodo di consiglieri comunali, fratelli come Caino lo era per Abele, che propongono schedare scuole perché antifasciste (come se fosse qualcosa di disdicevole).
Un periodo in cui un bambino muore per un cuore bruciato e tutti si sentono in diritto di buttarsi sulla notizia come iene sulla carogna e pronunciano sentenze già definitive, individuando con certezza responsabilità e colpevoli, senza preoccuparsi minimamente del dolore della famiglia.
Docenti leucocriniti e ciuffodotati che fanno elargizione di voti in cambio di like e cuoricini.
Tiranni aranciocriniti e ciuffodotati che si improvvisano operatori di pace a pagamento.
Spesso mi sento senza parole e mi rifugio nei libri, nella letteratura che preserva l'umanità.
E, frugando, ho ritrovato questo racconto, tanto famoso - in una sua piccola parte - quanto ignoto nel suo intero svolgersi, a cui avevo dedicato un post diverso tempo fa.
Ma la bellezza va riproposta.

Mi capita talvolta di pensare al racconto che avrei voluto scrivere: non quello perfetto, senza sbavature, ma quello che mi risuona dentro. E il racconto è questo: Inviti superflui del mio adorato Dino Buzzati.
Spesso, sui social che tutto sminuzzano, si trovano solo le prime righe e l’idea che passa è che si tratti di un racconto d’amore. E invece, non lo è. O meglio lo è, ma è molto diverso da ciò che si potrebbe immaginare.
Ogni tanto bisogna farsi sovrastare dalla bellezza, senza troppe parole, senza troppi ragionamenti.
E spero che succeda a chi legge questo racconto così com’è successo a me.

Vorrei che tu venissi da me una sera d'inverno e, stretti insieme dietro i vetri, guardando la solitudine delle strade buie e gelate, ricordassimo gli inverni delle favole, dove si visse insieme senza saperlo. Per gli stessi sentieri fatati passammo infatti tu ed io, con passi timidi, insieme andammo attraverso le foreste piene di lupi, e i medesimi genii ci spiavano dai ciuffi di muschio sospesi alle torri, tra svolazzare di corvi. Insieme, senza saperlo, di là forse guardammo entrambi verso la vita misteriosa, che ci aspettava. Ivi palpitarono in noi, per la prima volta pazzi e teneri desideri. "Ti ricordi?" ci diremo l'un l'altro, stringendoci dolcemente, nella calda stanza, e tu mi sorriderai fiduciosa mentre fuori daran tetro suono le lamiere scosse dal vento. Ma tu - ora mi ricordo - non conosci le favole antiche dei re senza nome, degli orchi e dei giardini stregati. Mai passasti, rapita, sotto gli alberi magici che parlano con voce umana, né battesti mai alla porta del castello deserto, né camminasti nella notte verso il lume lontano lontano, né ti addormentasti sotto le stelle d'Oriente, cullata da piroga sacra. Dietro i vetri, nella sera d'inverno, probabilmente noi rimarremo muti, io perdendomi nelle favole morte, tu in altre cure a me ignote. Io chiederei "Ti ricordi?", ma tu non ricorderesti. 

Vorrei con te passeggiare, un giorno di primavera, col cielo di color grigio e ancora qualche vecchia foglia dell'anno prima trascinata per le strade dal vento, nei quartieri della periferia; e che fosse domenica. In tali contrade sorgono spesso pensieri malinconici e grandi; e in date ore vaga la poesia, congiungendo i cuori di quelli che si vogliono bene. Nascono inoltre speranze che non si sanno dire, favorite dagli orizzonti sterminati dietro le case, dai treni fuggenti, dalle nuvole del settentrione. Ci terremo semplicemente per mano e andremo con passo leggero, dicendo cose insensate, stupide e care. Fino a che si accenderanno i lampioni e dai casamenti squallidi usciranno le storie sinistre della città, le avventure, i vagheggiati romanzi. E allora noi taceremo sempre tenendoci per mano, poiché le anime si parleranno senza parola. Ma tu - adesso mi ricordo - mai mi dicesti cose insensate, stupide e care. Né puoi quindi amare quelle domeniche che dico, né l'anima tua sa parlare alla mia in silenzio, né riconosci all'ora giusta l'incantesimo delle città, né le speranze che scendono dal settentrione. Tu preferisci le luci, la folla, gli uomini che ti guardano, le vie dove dicono si possa incontrare la fortuna. Tu sei diversa da me e se venissi quel giorno a passeggiare, ti lamenteresti d'essere stanca; solo questo e nient'altro. 

Vorrei anche andare con te d'estate in una valle solitaria, continuamente ridendo per le cose più semplici, ad esplorare i segreti dei boschi, delle strade bianche, di certe case abbandonate. Fermarci sul ponte di legno a guardare l'acqua che passa, ascoltare nei pali del telegrafo quella lunga storia senza fine che viene da un capo del mondo e chissà dove andrà mai. E strappare i fiori dai prati e qui, distesi sull'erba, nel silenzio del sole, contemplare gli abissi del cielo e le bianche nuvolette che passano e le cime delle montagne. Tu diresti "Che bello!" Niente altro diresti perché noi saremmo felici; avendo il nostro corpo perduto il peso degli anni, le anime divenute fresche, come se fossero nate allora.  Ma tu - ora che ci penso - tu ti guarderesti intorno senza capire, ho paura, e ti fermeresti preoccupata ad esaminare una calza, mi chiederesti un'altra sigaretta, impaziente di fare ritorno. E non diresti "Che bello!", ma altre povere cose che a me non importano. Perché purtroppo sei fatta così. E non saremmo neppure per un istante felici. 

Vorrei pure - lasciami dire - vorrei con te sottobraccio attraversare le grandi vie della città in un tramonto di novembre, quando il cielo è di puro cristallo. Quando i fantasmi della vita corrono sopra le cupole e sfiorano la gente nera, in fondo alla fossa delle strade, già colme di inquietudini. Quando memorie di età beate e nuovi presagi passano sopra la terra, lasciando dietro di se una specie di musica. Con la candida superbia dei bambini guarderemo le facce degli altri, migliaia e migliaia, che a fiumi ci trascorrono accanto. Noi manderemo senza saperlo luce di gioia e tutti saran costretti a guardarci, non per invidia e malanimo; bensì sorridendo un poco, con sentimento di bontà, per via della sera che guarisce le debolezze dell'uomo. Ma tu - lo capisco bene - invece di guardare il cielo di cristallo e gli aerei colonnati battuti dall'estremo sole, vorrai fermarti a guardare le vetrine, gli ori, le ricchezze, le sete, quelle cose meschine. E non ti accorgerai quindi dei fantasmi, né dei presentimenti che passano, né ti sentirai, come me, chiamata a sorte orgogliosa. Né udresti quella specie di musica, né capiresti perché la gente ci guardi con occhi buoni. Tu penseresti al tuo povero domani e inutilmente sopra di te le statue d'oro sulle guglie alzeranno le spade agli ultimi raggi. Ed io sarei solo. E' inutile. Forse tutte queste sono sciocchezze, e tu migliore di me, non presumendo tanto dalla vita. Forse hai ragione tu e sarebbe stupido tentare. Ma almeno, questo sì almeno, vorrei rivederti. Sia quel che sia, noi staremo insieme in qualche modo, e troveremo la gioia. Non importa se di giorno o di notte, d'estate o d'autunno, in un paese sconosciuto, in una casa disadorna, in una squallida locanda. Mi basterà averti vicina. Io non starò qui ad ascoltare - ti prometto - gli scricchiolii misteriosi del tetto, né guarderò le nubi, né darò retta alle musiche o al vento. Rinuncerò a queste cose inutili, che pure io amo. Avrò pazienza se non capirai ciò che ti dico, se parlerai di fatti a me strani, se ti lamenterai dei vestiti vecchi e dei soldi. Non ci saranno la cosiddetta poesia, le comuni speranze, le mestizie così amiche all'amore. Ma io ti avrò vicina. E riusciremo, vedrai, a essere abbastanza felici, con molta semplicità, uomo e donna solamente, come suole accadere in ogni parte del mondo. 

Ma tu - adesso ci penso - sei troppo lontana, centinaia e centinaia di chilometri difficili a valicare. Tu sei dentro a una vita che ignoro, e gli altri uomini ti sono accanto, a cui probabilmente sorridi, come a me nei tempi passati. Ed è bastato poco tempo perché ti dimenticassi di me. Probabilmente non riesci più a ricordare il mio nome. Io sono ormai uscito da te, confuso tra le innumerevoli ombre. Eppure non so pensare che a te, e mi piace dirti queste cose. 

Francesco de Gregori, Rimmel



15 febbraio 2026

Un'enorme pupazzata

Ogni tanto capita.
Capita che ci colga improvvisa la consapevolezza di una mancata sintonia tra ciò che siamo e ciò che professiamo, tra ciò che raccontiamo di essere stati e ciò che siamo stati realmente.
Ci pensavo qualche giorno fa mentre stavo facendo una delle mie solite chilometriche raccomandazioni a quegli sventurati che incidentalmente frequentano le aule scolastiche nelle stesse ore in cui le frequento io, anche noti come "i miei alunni".
Raccomandavo loro di non ridursi all'ultimo giorno per studiare, di prendere appunti, di non imparare a memoria e blablablablablabla (immagino sia giunto questo alle loro orecchie dopo i primi 25 secondi di attenzione).
Ma poi mi sono chiesto: com'ero io alla loro età?
E la risposta è stata che spesso ci dimentichiamo che anche noi, messi nelle stesse condizioni, abbiamo reagito - e forse reagiremmo ancora - nello stesso modo.

Ricordo gli esercizi fatti a metà con l'ineffabile R., compagna di banco e di merende (travestite da studiamo matematica insieme così magari ci capiamo qualcosa). Avevamo affinato una precisissima tecnica di scambio di quaderni tale da sfuggire al controllo da parte dei nostri docenti, figure mitologiche a metà strada tra Cerbero e un agente del KGB.
Lo studio matto e disperatissimo di centinaia di pagine di storia per il giorno dopo perchè se studio con troppo anticipo le cose poi non me le ricordo; la povera Mater costretta a tour de force di ore di ripassi in cui facevo una confusione assurda di nomi, date, case, libri, auto, viaggi, fogli di giornale: se ci ripenso mi sembra ancora strano di non aver mai avuto storia da recuperare a settembre. Misteri su cui è preferibile non indagare.
Le versioni di latino malamente copiate dai traduttori del Pater con il piccolo inconveniente che, in alcuni casi, si trattava di testi con traduzioni piuttosto datate; per questo motivo, quando mi toccava leggere le mie versioni in classe, dovevo millantare la conoscenza di parole il cui significato mi era totalmente oscuro, declamandole, però, con una sicumera degna di Vittorio Gassman.

Con un impercettibile spirito anticlericale, la mia nonna materna diceva nel suo dialetto (che per me è ancora la lingua madre) fa' quello che il prete dice, non fare quello che il prete fa come a dire che ad ispirarci devono essere le parole della persona che individuiamo come guida, più che le sue azioni.
Tutti, sempre, recitiamo dei ruoli piuttosto rigidi in quella enorme pupazzata che è la vita (come diceva Luigi Pirandello) e allontanarci da questi ruoli rischia di creare delle crepe in quel sistema codificato e di semplice comprensione che sono i rapporti umani.
Talvolta, però, siamo illuminati dalla consapevolezza che diciamo certe cose solo perché il nostro ruolo ce lo impone o perché diamo vita alla ripetizione di un meccanismo che - diciamolo - ci illudiamo che funzioni ma sappiamo che non funziona: è scientificamente provato che dire ad una studentessa o a uno studente non ridurti all'ultimo giorno per prepararti all'interrogazione non anticiperà di un solo minuto l'apertura dei libri da parte dello stesso.
Quando me ne rendo conto, quando ripenso a me adolescente, sorrido con un po' di tenerezza. E taccio.

Smashing Pumpkins, 1979


08 febbraio 2026

Le vite degli altri

Amo il silenzio della domenica mattina, il buio, il caffè bevuto senza pensare a niente, senza impegni da programmare, persone da incontrare, matasse da sciogliere.
Mi siedo alla mia scrivania per studiare qualcosa e correggere compiti.
Mi volto verso la finestra da cui intravedo la sagoma dell'albero di mimose ormai in fiore.
Qualcosa mi distrae. Mi alzo e guardo fuori.

Da una finestra del palazzo di fronte si vede una luce.
Un po' sono geloso: vorrei che questo momento fosse solo mio.
Un po' mi sento meno solo: c'è qualcuno che con cui condividere questo segreto.
Mi piace immaginare le vite degli altri, guardare le sagome che si muovono dietro le finestre come delle ombre cinesi.
Mi piace intuire le loro azioni.

Qualcuno è in cucina: prepara un pranzo. Avrà una famiglia? Sarà solo? Magari è il suo primo o il suo ultimo pasto in quella casa.
Due persone sono sedute su un letto: vedo le loro sagome vicine. Cosa si staranno dicendo? Saranno sinceri l'uno con l'altro? Staranno organizzando stancamente la giornata, tra impegni, scadenze, incombenze o - per citare Lucio Dalla - si scambiano la pelle, parlandosi di amore?
Altrove c'è chi si muove da una stanza all'altra: sembra agitato. Forse sta sistemando le ultime cose per una partenza improvvisa (e voluta? Chissà) oppure sta ultimando i preparativi per una sorpresa che renderà felice qualcuno.

Mi piace guardare e non sentire: non siamo a maggio, non c'è la voce di Silvia che risuona nelle strade e che Giacomo ascolta dopo aver abbandonato le sudate carte. Le finestre sono chiuse e posso solo immaginare i bisbigli, i rumori soffocati, gli scricchiolii, i colpi di tosse che interrompono per pochi istanti il silenzio fitto che avvolge tutti. 

Mi torna in mente Giovanni Pascoli, che, da lontano osserva ciò che avviene in una casa. E in quello scrutare e nelle parole che usa per descriverlo c'è tutta la sofferenza di chi ha la consapevolezza di essere un escluso:

E s’aprono i fiori notturni,
nell’ora che penso ai miei cari.
Sono apparse in mezzo ai viburni
le farfalle crepuscolari.

Da un pezzo si tacquero i gridi:
là sola una casa bisbiglia.
Sotto l’ali dormono i nidi,
come gli occhi sotto le ciglia.

Dai calici aperti si esala
l’odore di fragole rosse.
Splende un lume là nella sala.
Nasce l’erba sopra le fosse.

Un’ape tardiva sussurra
trovando già prese le celle.
La Chioccetta per l’aia azzurra
va col suo pigolio di stelle.

Per tutta la notte s’esala
l’odore che passa col vento.
Passa il lume su per la scala;
brilla al primo piano: s’è spento...

È l’alba: si chiudono i petali
un poco gualciti; si cova,
dentro l’urna molle e segreta,
non so che felicità nuova.

La luce del giorno ormai sta vincendo sul buio, le strade ricominciano a rianimarsi, la casa riprende vita. È il momento di tornare a vivere la vita. La mia.




01 febbraio 2026

Segnalati

"La Scuola [...] attua il principio d'una cultura del popolo, ispirata agli eterni valori della razza italiana e della sua civiltà".
Correva l'anno 1939 e l'allora ministro dell'Educazione Nazionale Giuseppe Bottai elencava in un documento chiamato "Carta della Scuola" i "principi, fini, metodi della scuola fascista", il primo dei quali era quello riportato poco più su. 
La scuola ispirata ai valori della razza italiana e della sua civiltà. È questo, forse, che avevano in mente i promotori dell'iniziativa di segnalazione dei docenti di sinistra che tanto clamore ha suscitato in questi giorni? Segnalare chi sottolinea la matrice antifascista della Costituzione italiana? O chi evidenzia che certe scelte attuate dal governo in carica richiamano posizioni che solleticano i nostalgici del Ventennio?
E qual è lo scopo di queste segnalazioni? Intimidazione, certo, ma anche voglia di dimostrare che, in questo preciso momento storico, c'è una sorta di impunità per coloro che propongono liste di proscrizione in cui inserire coloro che la pensano in maniera diversa dagli attuali governanti.
Partiamo da un presupposto: la scuola non fa politica, la scuola è politica.

La scuola è politica nel senso che ha il compito di formare cittadine e cittadini della polis, dello Stato. E come può avvenire la formazione senza una riflessione critica sul passato e sul presente? 
Una cosa è fare proselitismo, imporre ideologie, fare politica; altro è provare a ragionare sul presente anche sfruttando le conoscenze del passato, per rendere palesi gli inganni, il non detto, le bugie che qualunque propaganda politica porta con sé.
Devo essere segnalato se, leggendo la Germania di Tacito, dico che, diversamente da quanto hanno sostenuto i nazisti, i Romani non erano affatto ammirati dalla purezza della razza germanica, legata, secondo loro, al fatto che nella Foresta Nera non voleva andarci nessuno? E se dico che quei Romani, il cui impero era al centro del Mediterraneo, individuavano il proprio capostipite in Enea, un asiatico, profugo e sconfitto ed erano consapevoli che le migrazioni erano un elemento di arricchimento, arrivando anche a teorizzare l'uguaglianza di tutti gli uomini, schiavi e liberi, romani e stranieri?
Devo essere segnalato se, rimanendo nel mondo classico, sottolineo il fatto che la frase ubi solitudinem faciunt, pacem appellant (fanno un deserto e lo chiamano pace) con cui, sempre in Tacito, viene denunciato l'atteggiamento dell'Impero romano che devasta la Britannia, non può non ricordare l'atteggiamento del presidente degli Stati Uniti, la sua estrema violenza e la boria che lo portano a desiderare per sé il Nobel per la pace?

La scuola deve essere palestra di dialettica: una delle prime cose che insegno alle mie alunne e ai miei alunni è proprio questa, ovvero alzare la mano quando qualcosa non li convince nelle mie parole.
Nessuno ha la verità assoluta in tasca - o almeno io sono sicuro di non avercela - e questo può e deve spingere al confronto e all'espressione delle proprie opinioni; quando vedo una mano alzata in classe (e non è per chiedere di andare in bagno, come avviene nel 95% dei casi) e mi sento dire non sono d'accordo provo un profondo moto di orgoglio. Orgoglio perché, almeno in minima parte, sono riuscito a scardinare l'idea che i professori hanno il coltello dalla parte del manico e quindi non è conveniente esprimere un'opinione diversa dalla loro; orgoglio perché per spingere qualcuno ad esprimere una propria idea significa che questa persona prova interesse nei confronti di ciò di cui si sta parlando in quel momento (e credo che il vero cancro della società sia proprio la mancanza di interesse). Oltre all'orgoglio, provo anche un po' meno sfiducia nel futuro quando sento ragazze e ragazzi - non tutti e non sempre, sia chiaro - che riescono ad argomentare la propria idea - divergente o critica quanto si voglia rispetto alla mia o a quella più diffusa - in maniera costruttiva, evitando frasi del tipo tu sostieni un'idea diversa dalla mia perché non capisci niente.

Se è questo che va segnalato, segnalatemi pure. Le mie generalità le conoscete. 

Caparezza, Avrai ragione tu

Fastidio

Io non so più cos'è normale o un'allucinazione se sono matta io. Non è che voglia litigare ma ho come l'impressione di non poter...