28 dicembre 2025

Spegni quella luce

Ci pensavo ieri sera, mentre camminavo per le vie semideserte del centro della città in cui abito: passato il Natale, bisognerebbe togliere tutte le lucine che abbelliscono le case e le strade.
In questi giorni che non sono né rossi né neri, in queste ore sospese tra una festa e l'altra e che si percorrono come fa un acrobata sul filo sospeso a venti metri da terra tra cibo, parenti, rimpianti, chiacchiere e silenzi di cortesia, quelle luci un po' stonano.
Tralasciando i credenti - ma quelli veri, intendo, non quelli occasionali o quelli di convenienza o quelli che a Natale non si può non andare a messa - i credenti, dicevo, che nel Natale vedono il compimento di una promessa che ciclicamente (e contro ogni logica umana) si ripete ogni anno, quelle luci ci ricordano che l'attesa è finita.
E ora?

Le famiglie sparpagliate si sono riunite. E le domande scomode o le battute fuori luogo sono già arrivate.
La poesia imparata a scuola è stata recitata. Ricordo ancora l'imbarazzo che da bambino provavo nel mettermi in piedi sulla sedia a declamare versi che stillavano miele e buoni sentimenti da ogni sillaba.
I regali sono stati scartati. E già pensiamo a quanto potremo guadagnare rivendendo quell'orrendo paio di pantofole su Vinted.
Ai bambini ancora una volta è stato fatto credere che Babbo Natale ha ascoltato le loro richieste perché sono stati buoni.
Insomma, l'attesa è finita e tutto è compiuto.
È cambiato qualcosa? Probabilmente no.
Siamo più felici di prima? Probabilmente per qualche istante lo siamo stati.

Siamo pronti per metterci in attesa di qualcos'altro da attendere: l'inizio dell'anno nuovo.
E inevitabilmente mi tocca citare il buon Giacomo quando, nel Dialogo di un venditore d'almanacchi e di un passeggere, scrive:

Quella vita ch'è una cosa bella, non è la vita che si conosce, ma quella che non si conosce; non la vita passata, ma la futura. Coll'anno nuovo, il caso incomincerà a trattar bene voi e me e tutti gli altri, e si principierà la vita felice.

In questi giorni tra un'attesa compiuta e una da compiere, tra una speranza che forse si è trasformata in illusione e una in cui vogliamo ancora credere, non riesco a non ripensare a questo loop in cui sono, in cui forse siamo tutti.

Le cose raramente vanno come speriamo.
Le grandi attese spesso sono seguite da delusioni ancora più grandi. 
Le persone spesso si rivelano diverse da quelle che credevamo.
Eppure continuiamo a credere nel futuro, nell'ignoto, in ciò che sarà.
E ci crediamo proprio perché non lo vediamo.
E lo facciamo ostinatamente perché siamo consapevoli che il vero è brutto e che solo la facoltà immaginativa ci permette di vivere e di non lasciarci andare allo sconforto.
Vedrai vedrai, cantava Luigi Tenco, vedrai che cambierà. Forse non sarà domani ma un bel giorno cambierà.
 
Passato il Natale, bisognerebbe togliere tutte le lucine che abbelliscono le città. Oppure lasciarle tutti i giorni dell'anno per far sì che l'attesa e l'illusione non vengano mai meno.

Jeff Buckley, New year's prayer

21 dicembre 2025

Il fascino del limite

Ne parlavo l'altro giorno con C.
C. è indubbiamente una delle teste migliori che io abbia incontrato in questi venti anni di insegnamento: legge tanto, ha mille interessi - i più disparati - che approfondisce, accumula esperienze, costruisce futuri, ha una notevole accuratezza nello scegliere e nel porgere le parole.
C. è anche fortemente critica nei confronti di un sistema scolastico che la costringe a studiare cose che non le interessano: perché - mi dice - studiare tanta storia, tanta letteratura del passato quando c'è tutto il mondo contemporaneo che lei vorrebbe conoscere e saper interpretare?
A C. non interessa quindi della scuola e dei risultati scolastici: i voti sono numeri e la scuola è un freno alla sua voglia di conoscere. Può prendere quattro e nove nello stesso giorno, nella stessa materia e reagisce con la stessa divina indifferenza.
Superfluo parlare con lei della scuola che insegna a ragionare, perché sa già farlo - e molto bene -  da sola.
Superfluo anche spiegarle che le conoscenze scolastiche servono a costruire quel reticolato in cui inserire tutto ciò che si impara fuori da quelle mura e che è proprio al suo interno che tutto ciò che ci circonda assume un senso.
Confrontandomi con lei, mi viene in mente il concetto di limite.

Limes - il termine latino da cui deriva la parola limite - è etimologicamente connesso a limus che significa obliquo e indica una via traversa, un sentiero che fa da confine, da frontiera.
Il concetto di limite è respingente e attraente nello stesso tempo: può essere spiacevole l'idea di avere una strada da seguire, soprattutto quando ci sembra di avere praterie sconfinate solo per noi e pensiamo che andare in una direzione implichi una rinuncia a tutte le altre strade possibili.
Allo stesso tempo può essere rassicurante l'idea di percorrere strade già battute perché in questo modo ci sembra di diminuire significativamente le probabilità di perderci.

Ma c'è un altro aspetto che, secondo me, va considerato.
Se è vero, com'è vero, che il limite è ciò che distingue il noto dall'ignoto, il sé dall'altro da sé, il sì dal no, il giusto dallo sbagliato è altrettanto vero che quella strada che fa da frontiera è il punto in cui tutto converge: è la strada del possibile, è la soglia affacciandoci dalla quale vediamo tutto ciò che non pensavamo esistesse, tutto ciò a cui aspiriamo - forse proprio perché è al di là.
Percorrendo questa strada, anche restando al di qua del limite, possiamo accogliere tutto ciò che è altro e farlo diventare nostro, allargare un po' i nostri confini che talvolta ci appaiono così angusti, allentare quei nodi da cui ci sentiamo condizionati.
Restare nella strada segnata - pur provando costantemente ad allargarla, pur gettando un occhio al di là - è anche un esercizio di vita: possiamo, infatti, con coraggio infrangere i limiti imposti, proveremo una sensazione di libertà improvvisa ma in questi territori inizialmente sconosciuti troveremo o ci imporremo nuovamente dei confini da non valicare. Potremmo infrangere anche quelli, certo, ma la sensazione è che ne troveremmo altri e altri ancora. Perché l'uomo in quanto essere limitato - fosse anche solo da un punto di vista temporale - non può fuggire eternamente dal limite.

Limite è la siepe dell'Infinito di Leopardi, quella senza la quale non avrebbe mai immaginato i sovrumani silenzi e la profondissima quiete. Ma limite è anche il muro d'orto di Montale, quell'elemento invalicabile al di là del quale c'è la vita vera, il palpitare lontano di scaglie di mare.
La porta dell'Inferno di Dante (Per me si va nella città dolente) le colonne d'Ercole varcate da Ulisse, il molo che attende Eveline nell'omonimo racconto di Joyce sono tutti limiti.

Poi è suonata la campanella che ha segnato la fine dell'intervallo e della nostra conversazione: ancora una volta un confine.
Non so se sono riuscito a dare a C. una chiave di lettura utile, non so se queste parole la aiuteranno a guardare il limite con occhi diversi.
In fondo, sono convinto che il compito degli uomini non sia riuscire quanto piuttosto provare. E non posso dire di non averlo fatto, con tutti i miei limiti.

Roberto Vecchioni, Stranamore


14 dicembre 2025

2026: fuga dall'algoritmo

In principio era il T9.
Quando i cellulari avevano ancora i tasti in rilievo, gli schermi non erano touch e scrivere messaggi provocava severe tendiniti, farsi aiutare nella digitazione dalla scrittura intuitiva - quel sistema che si chiamava appunto T9 - appariva come una benedizione divina.
Certo, si rischiava di finire in situazioni imbarazzanti con messaggi totalmente travisati (e mai corretti perché ogni sms costava, tranne a Natale e in estate), c'erano rapporti che finivano per parole scritte male, ma direi che si correva volentieri il rischio: un pollice sano val bene una sfuriata.
Ora, grazie ai notevoli passi in avanti della tecnologia, quando apro la pagina di Google e inizio a cercare qualcosa, ho spesso la piacevole e calda sensazione di essere accolto da un amico che mi capisce al volo: digito tre lettere e mi propone esattamente la ricerca che avevo in mente.
Magia? Mentalismo? No, semplicemente algoritmo.

Google sa cosa vogliamo e ce lo propone, spingendoci spesso a cercare cose che non ci interessano perché ce le propone in maniera così convincente che noi non riusciamo a dire di no.
Inizio a scrivere qua e il primo risultato è quanti anni ha Valeria Marini? E non ditemi che non siete curiosi di saperlo, perché lo vedo da qui che state mentendo.
Digito chi ha e trovo notizie assolutamente indispensabili su chi ha vinto il grande fratello con tutta una retrospettiva sugli ultimi 25 anni.
Per non parlare dei risultati che ho davanti agli occhi se, volendo fare una innocente ricerca sul Portogallo, digito por.

Al di là di questi fraintendimenti, si ha davvero spesso la sensazione di una comprensione immediata dei nostri desideri da parte dei motori di ricerca, ma se da una parte questa sensazione è piacevole, del tipo oh guarda, finalmente qualcuno mi capisce senza che io parli, dall'altra la trovo piuttosto inquietante.
Se è vero, come è vero, che tutto questo ci fa risparmiare tempo e ci fa sentire quasi coccolati, non riesco a non pensare a come si sia arrivati a questi risultati: siamo degli abitudinari che agiscono sotto l'occhio vigile di un Grande fratello - quello di Orwell, non quello di Canale 5 - che prende nota di tutto quello che facciamo, leggiamo, guardiamo e pensiamo.
Anticipandoci nelle ricerche, Google ci stimola a non pensare e ad essere acritici, così come a non pensare e ad essere acritici ci spinge l'uso dell'intelligenza artificiale: potenzialmente è uno strumento tanto utile, ma mi viene da chiedermi quale sia il suo reale impatto nella nostra vita.
Certo, ci aiuta a risparmiare tempo - un bene di cui ci sentiamo sempre carenti - ma la domanda da porsi è come usiamo il tempo che ci ha fatto risparmiare l'uso della AI? E poi, siamo consapevoli di barattare parte delle nostre capacità cerebrali in cambio di una manciata di minuti che magari poi sprechiamo in altro modo? Se uso l'ascensore invece di fare le scale arrivo prima, certo, ma, a lungo andare, perdo l'uso delle gambe.
Verrebbe da citare Seneca e il suo De brevitate vitae dove il filosofo scrive Non exiguum temporis habemus, sed multum perdimus cioè non è vero che abbiamo poco tempo,  ma la verità è che ne perdiamo molto.

Alla luce di tutto questo, ho deciso che ingannerò l'algoritmo, iniziando ad assumere comportamenti che non si aspetta da me:
  • commenterò entusiasticamente i video della ministra Bernini che, rievocando anche lo spirito dei defunti, apostrofa come poveri comunisti e inutili gli studenti che la contestano per la dissennata gestione dei test nella facoltà di medicina;
  • guarderò gli highlights dell'affascinante partita Aegir-Throttur Vogar, due squadre che militano nella seconda divisione del campionato di calcio islandese;
  • leggerò avidamente gli articoli di La verità e Il giornale;
  • verificherò l'esistenza di un fan club di Mario Giordano per potermi iscrivere al più presto;
  • cercherò informazioni sul tour di Povia e mi accaparrerò i biglietti per assistere in prima fila ai suoi concerti
Non dico di tornare a fare le ricerche sull'enciclopedia - per quanto questo eserciti su di me un fascino retrò non indifferente - ma provare a spiazzare l'algoritmo, ad ignorarlo, a deluderne le aspettative: non potrebbe essere un buon proposito per il 2026?

Caparezza, Fugadà

Giochi pericolosi

Un voce gracchia dal citofono."Chi è?" "Sono io" La serratura del portone che scatta. Salgo per le scale, evitando di to...